Il discorso del Re

12815Di ritorno dalla notte degli Oscar onusto di quattro statuette “fondamentali”, miglior film, regia (Tom Hooper), attore protagonista (Colin Firth) e sceneggiatura originale (David Seidler), su dodici candidature, Il discorso del Re è un film squisitamente e sagacemente inglese, da assaporare lentamente, come si farebbe con un bicchiere di buon brandy, per coglierne in pieno pastosità e sfumature.

La vicenda prende il via nel ‘25, anno in cui in Inghilterra regna Giorgio V, il quale affida al secondogenito Alberto (Firth), Duca di York, la pronuncia alla radio di un breve comunicato; purtroppo il duca soffre di una grave forma di balbuzie, probabilmente di origine nervosa e l’incarico paterno non ha propriamente l’esito sperato; la consorte Elisabetta (Helena Bonham Carter) è l’unica della reale famiglia a seguirlo affettuosamente e a sostenerlo, facendosi carico d’illustrarne i problemi, dopo tante, inutili, visite mediche, ad uno specialista del linguaggio, l’australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush).

Questi, forte di metodi quantomeno originali, a cominciare dal mancato rispetto della dovuta etichetta, accompagnerà “Bertie”, sulle prime fortemente recalcitrante e ostile, in un percorso formativo ed evolutivo, anche violentemente emozionale, che confluirà nella sua incoronazione, con il nome di Giorgio VI, dopo l’abdicazione del fratello (succeduto al trono dopo la morte del padre come Eduardo VIII), in seguito allo scandalo causato dalla relazione con l’americana Simpson, divorziata; sarà proprio il nuovo re, assistito da Lionel, con il quale si è ormai instaurata una sincera amicizia, a proclamare l’entrata in guerra contro la Germania, con un sentito e convincente discorso radiofonico, invitando il popolo all’unità.

Film dall’impostazione estremamente classica, Il discorso del Re gode in primo luogo di una forte e riuscita sinergia tra regia e sceneggiatura: la prima, apparentemente “ferma”, si rivela invece morbida, mai invasiva, attenta ai particolari e alla loro valorizzazione, sia relativamente all’ambientazione, molto curata negli esterni come negli interni, sia riguardo i singoli attori, con intensi primi piani, in particolare del protagonista.

La mdp, infatti, è volta ad accompagnarne ogni minimo disagio, le contratture del viso, lo sguardo confuso ed incerto, tutto reso da Firth con rara e camaleontica efficacia, tra scatti d’ira, turbamenti repressi e poi lasciati fluire, balbettii, senza essere mai sopra le righe, sino al finale, quando, finalmente padrone di sé, il volto appare più rilassato e l’intera figura meno contratta; riguardo la seconda, si basa, efficacemente, più sul levare che sull’aggiungere, lasciando molto (le problematiche dei rapporti familiari in particolare) alla nostra interpretazione ed intuizione, riuscendo ad avvicendare, pur con qualche cedimento, momenti piuttosto dolorosi e tesi ad altri più spassosi, come, ad esempio, le varie sedute cui “Bertie” si sottopone, esibendosi in catartici scioglilingua; oltre alla citata prova di Firth, altrettanto degne di nota risultano quelle della Carter, moglie dolce e comprensiva, e di Rush, sapientemente ondivago tra compostezza ed istrionismo.

Da non sottovalutare poi l’importanza che viene data al linguaggio, al dialogo, alle parole nel loro complesso (le inquadrature sui microfoni, quasi ad ingigantirli), sia in privato che in pubblico e, conseguentemente, dei rapporti umani, della loro naturalità, indipendentemente da qualsivoglia classificazione sociale (i reali sono “nudi”, visti in ogni loro difetto caratteriale e comportamentale).

Sarà anche “cinema di una volta”, come tale opera è stata spesso classificata, ma riuscire ad emozionare e coinvolgere con il semplice effetto speciale di una valida messa in scena è, oggi come ieri, esempio di grande maestria cinematografica ed espressione di una concreta capacità di fascinazione.


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