Stefania Sandrelli (Gruppo di Besanez, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons)

Dopo aver trascorso un certo lasso di tempo, che mi è parso fin troppo lungo, in cui mi sono ritrovato “a giocar con la mente e i suoi tarli”, citando il poeta*, eccomi pronto a riordinare i pensieri e buttare giù qualche riga su quanto trascurato nel trascorrere dei giorni relativamente ad accadimenti inerenti il mondo del cinema e della cultura in generale, comprendendovi anche la recensione in breve dell’ultima fatica filmica di un autore a me molto caro, Pedro Almodóvar, cui si aggiungerà in seguito un approfondimento su Disclosure Day, pellicola che rappresenta il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza, in una riuscita mescolanza di thriller, azione e vari spunti di riflessione. In primo luogo intendo rendere omaggio a Stefania Sandrelli, che lo scorso 5 giugno ha festeggiato un importante compleanno. Una donna, e un’attrice, dalla soave grazia, particolare congiunzione di sensualità e semplicità, disinvoltura e amarezza, sensibilità e ironia, quest’ultima rivolta anche, se non soprattutto, nei confronti di se stessa.

Ecco perché, a prescindere dai set che ha calcato e i colleghi con cui ha lavorato, in virtù delle descritte caratteristiche, la Sandrelli può considerarsi una vera diva popolare, nel significato più alto e genuino del termine. Dopo l’irruzione sul grande schermo, a soli 15 anni, in Divorzio all’italiana (1961, Pietro Germi), che seguì ad alcune piccole parti nei coevi Gioventù di notte (Mario Sequi) e Il federale (Luciano Salce), la Sandrelli ha interpretato una grande varietà di personaggi, mostrandosi a suo agio tanto nel cinema d’autore quanto in quello “commerciale”. Alternando infatti ruoli tragici ad altri più leggeri, ha posto la propria arte al servizio di maestri quali, tra gli altri, Mario Monicelli, Ettore Scola, Pietro Germi, Antonio Pietrangeli, Carlo Lizzani, Margaret von Trotta, Bernardo Bertolucci, Claude Chabrol e Manoel de Oliveira, lavorando a fianco di attori quali Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Jean-Paul Belmondo, Robert De Niro, Vittorio Gassman, Gérard Depardieu e Jean-Louis Trintignant.

Il film scelto per renderle omaggio è Io la conoscevo bene, diretto dal citato Pietrangeli nel 1965, collaborando con Ruggero Maccari ed Ettore Scola nella stesura della sceneggiatura. Qui l’attrice veste i panni di Adriana Astarelli con spontanea aderenza, esaltando gradualmente nel corso della narrazione la complessità propria del personaggio, smarcandolo dai luoghi comuni. Grazie alla vivida resa immedesimativa dell’attrice, Adriana diviene concreta cartina di tornasole nel porre in evidenza tanto la scarsa consistenza, morale in primo luogo, degli uomini che si trova a conoscere, con qualche eccezione (l’incontro col pugile Ricci, Mario Adorf, anima affine per l’ingenuo approccio alla vita), quanto lo squallore inerente al mondo dello spettacolo nello specifico e poi nell’ambito di una società volta a un profondo cambiamento dei valori alla luce dell’oramai conclamato boom economico. Adriana è una ragazza come tante, che dalla provincia, un paese di campagna del pistoiese, si reca a Roma, in cerca d’ inedite opportunità lavorative.

Stefania Sandrelli e Nino Manfredi

Parrucchiera, maschera al cinema, cassiera in un bowling, tanti mestieri ma senza alcuna stabilità emotiva o un minimo di ambizione; attratta solo dai dischi e dal ballo, tutto sembra scivolargli addosso, accompagnandosi ingenuamente, forse per voglia d’affetto, a ogni uomo che incontra, dei quali subisce sempre la volontà, come l’ambiguo agente pubblicitario (Nino Manfredi) cui affida il denaro guadagnato per essere lanciata nel mondo del cinema. Tra mortificanti inserti pubblicitari, la partecipazione in qualità d’indossatrice a squallide sfilate di moda in forma di siparietti fra un incontro di boxe e l’altro, fino ad apparire come comparsa in uno dei tanti peplum del periodo, Adriana vedrà infrangersi la bolla di sapone che riveste il mondo dello spettacolo nel corso di una festa in terrazza in onore di un famoso attore (Enrico Maria Salerno), che costringe il collega ormai in disarmo Bagini (Ugo Tognazzi, magnifico) a un umiliante numero d’avanspettacolo.

Sandrelli e Mario Adorf

Neanche il ritorno al paesello, dove saprà della morte della sorella, e un aborto le faranno cambiare stile di vita, finché una mattina, dopo l’ennesima notte passata a ballare, di ritorno a casa, ritrovandosi forse per la prima volta con se stessa, accende il giradischi e volge un’ultima occhiata a quella città che l’ha illusa, facendo sì che i tanti sogni nel cassetto si dissolvessero alla prima luce del sole… Scritto dell’intensa interpretazione di Stefania Sandrelli, non si può che encomiare  ancora una volta l’estrema sensibilità di un regista a volte trascurato come Pietrangeli sia  nel cogliere ogni aspetto della psicologia femminile all’interno di un difficile percorso di emancipazione, ostacolato da retrivi comportamenti e atavici pregiudizi esternati da molti uomini, sia nel dare adito a una lucida, impietosa per certi versi, analisi di costume.

Ma, soprattutto, in Io la conoscevo bene il cineasta romano mette in campo una struttura del racconto piuttosto innovativa, a mosaico, trasformando il classico flashback in  una susseguirsi di sequenze-tessere che, pur funzionale a costituire l’amaro e sorprendente finale, non segue un ordine logico o cronologico, alternando la visione propria della macchina da presa  a quella coincidente con lo sguardo della protagonista verso quanto la circonda, luoghi e persone. Andando al di là della feroce satira espressa nei riguardi del mondo dello spettacolo di cui si è scritto, credo che Adriana possa essere considerata come il simbolo di un’Italia ancora semplice e genuina, il cui candido disincanto viene sporcato da gente senza scrupoli, che ne mortifica e mercifica l’essenza vitale, si veda, sempre ad avviso di chi scrive, l’emblematico piano sequenza iniziale, con la ragazza stesa sulla spiaggia a prendere il sole, circondata da rifiuti vari.

Un paese che si stordisce di canzoni, si ubriaca di consumismo e piacere a pronta presa, ma fatica a rinvenire una vera e propria identità, da intendersi quest’ultima quale convinta emancipazione e ferma valutazione delle proprie consapevolezze e dei propri limiti. Anche quando si sarà prossimi al traguardo agognato, nell’impossibilità di una elaborazione condivisa, il confronto con se stessi non potrà che condurre a un volontario mettersi da parte, una dolorosa auto esclusione che non richiederà neanche una lunga o profonda meditazione, esternando la spontaneità di un gesto, estremo per quanti guardano da fuori, ma in fondo del tutto connaturato a tanti altri esternati nel corso della rituale quotidianità. Da ricordare la colonna sonora, comprensiva del motivo sonoro opera di Piero Piccioni e di molte canzoni di successo dell’epoca, metafora di una predominante cultura pop.

*Mogol, I giardini di Marzo, musica ed esecuzione di Lucio Battisti

Immagine di copertina: Stefania Sandrelli (Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3391522)

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