Sbalzato dal suo terrario nel bel mezzo del deserto del Mojave, California, causa una brusca frenata dell’auto dei suoi proprietari, un camaleonte istrionico con frequenti crisi d’identità giunge, dopo l’incontro con un armadillo “vecchio saggio” e un avventuroso peregrinare, con l’aiuto della lucertola Borlotta, in una cittadina del West, Dirt, dalla popolazione alquanto variegata, composta da rettili, anfibi, roditori e pennuti.Il suo innato senso attoriale rende il luogo lo scenario ideale per calarsi in un nuovo ruolo, il temibile pistolero Rango, millantando incredibili avventure.

Nominato sceriffo dal sindaco della città, una vecchia testuggine, per meriti sul campo (l’uccisione di un falco, in realtà fortuita), il nostro improvvisato eroe avrà il suo bel da fare, in primo luogo risolvere il problema principale della prolungata carenza idrica e, una volta venutone a capo, affrontare il terribile killer Jake Sonagli…

Esordio nel settore dell’animazione sia per il regista Gore Verbinski (la trilogia de I pirati dei Caraibi) che per l’Industrial Light & Magic, volta sinora alla realizzazione di effetti speciali, Rango è in primo luogo una curata e scatenata visualizzazione di un’estrema libertà espressiva, dove l’eccentricità delle mirabilie visive, mai fine a sé stessa, si ammanta di toni surreali e poetici, oltre che ironici (le stupende civette un po’ mariachi un po’ coro greco, che introducono o sottolineano vari passaggi della storia, per esempio), e di meditazioni esistenziali sulla presa di coscienza di un’identità, sino a rendersi protagonisti più che della Storia, della propria storia, intesa come cammino di crescita e di realizzazione.

Da un punto di vista formale siamo di fronte ad un vero e proprio western, estremamente curato nella fotografia, nella scenografia e nella caratterizzazione di ogni personaggio, grazie ad una valida sceneggiatura (John Logan), capace di omaggiare tanto il mito della frontiera che cantarne la sua progressiva decadenza, citando Ford, Hawks, Peckinpah e i nostri “spaghetti”, ad iniziare dalla colonna sonora, passando per Leone (i primi piani frontali, certe inquadrature) e arrivando al Django di Corbucci (Dirt ricorda non poco il fangoso paese fantasma del film) o al Ringo di Tessari.

Mon a caso “Rango”, oltre che una derivazione dalla città di Durango, può risultare come una curiosa fusione dei nomi dei due gringos; tra continui rimandi cinefili (oltre quanto già scritto, Chinatown di Polanski, Apocalypse Now di Coppola, Paura e delirio a Las Vegas, ma il gioco potrebbe continuare) non manca poi l’apparizione dello “Spirito del West”, nelle fattezze di Clint Eastwood, che si muove su di una caddie car, a bordo della quale luccicano le statuette degli Oscar.

Realizzato con la tecnica definita da Verbinski emotion capture, contrapposta alla consueta motion capture, facendo dapprima recitare gli attori “reali” e poi ricalcandovi sopra i vari personaggi, con una procedura di doppiaggio che ha previsto la presenza di tutti i protagonisti sul set contemporaneamente (la voce del camaleonte in originale è di Johnny Deep), Rango pecca di qualche lungaggine di troppo verso il finale, che sembra momentaneamente spegnere i fuochi d’artificio iniziali e i vari colpi di scena che si sono susseguiti spettacolarmente sino almeno a metà pellicola.

Resta però l’indubbio merito, tra un colpo al cerchio (la pregevolezza visiva) ed uno alla botte (le citate meditazioni esistenziali, i rimandi filmici), sfruttando abilmente le due dimensioni “classiche” dell’emozione e dell’empatia, di affascinare i più piccini come di coinvolgere in pieno il pubblico più adulto, rendendo forse superflua, nell’ambito del cinema d’animazione, la necessità di uno spartiacque tra i due mondi.

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