Catene (1949)

(IMDb)

(1906-1966) è stato, nell’ambito del nostro cinema popolare, uno degli autori più validi e apprezzati dal grande pubblico, il quale riusciva ad identificarsi nelle sue rappresentazioni più di quanto avvenisse con il coevo filone neorealista, pur se il regista ne manteneva i contatti, a livello di estetica piuttosto che di ideologia, grazie ad una descrizione ambientale estremamente veritiera, sulla quale venivano installati temi cari alla tradizione italiana, e propri della cultura collettiva, quali, tra gli altri, il melodramma e l’opera lirica. Dopo i trascorsi di critico cinematografico e di revisore di soggetti cinematografici alla Cines, Matarazzo esordisce nel ’33 con il suo primo lungometraggio, la commedia Treno popolare, proseguendo per questa strada sino al primo dopoguerra, quando si vede offrire dalla Titanus la regia di un melodramma a basso costo, Catene, che si rivelerà un enorme successo, dando vita ad una serie di film, sei con la stessa coppia di protagonisti, Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson, ricalcandone tematiche e caratteristiche generali.

Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson (superguidatv)

Napoli. Guglielmo (Nazzari), meccanico, e Rosa (Sanson), sono una coppia felice, due bambini, la cui tranquillità familiare viene turbata dal casuale arrivo dell’ex fidanzato di Rosa, Emilio (Aldo Nicodemi), un poco di buono, che, ancora invaghito di lei, la tormenta ricordandole la loro relazione. La donna, per quanto combattuta, è perentoria nel tenerlo a distanza ed esasperata dalle sue continue minacce di rivelare tutto al marito e dalla proposta di partire insieme, accetta un incontro, a scopo chiarificatore, ma viene raggiunta dal consorte, il quale, in seguito ad una colluttazione, uccide involontariamente Emilio; costretto a fuggire in America e poi fatto rimpatriare per il processo, Guglielmo viene assolto (“delitto d’onore”) grazie a Rosa, che su consiglio dell’ avvocato, si proclama adultera…

(Wikipedia)

Sulla base di una solida sceneggiatura (Aldo De Benedetti e Nicola Manzari), costruita sui canoni classici dell’accumulo, sia di figure che di moduli conosciuti, oltre che su un progressivo incremento drammatico, sfruttando comunque una situazione verosimile e ben calata nel reale, la regia di Matarazzo si rivela attenta a sostenere il ritmo con una certa efficacia, vedi il citato crescendo del dramma che viene spesso assecondato da un uso accorto delle musiche, a sottolineare gesti ed azioni dei protagonisti come situazioni particolari (il flashback sulle note di Torna, Murolo che canta Lacreme napuletane nelle baracche degli emigrati, la notte di Natale).

Ottima anche la direzione degli attori, che, visti i temi, ed una contrapposizione tra bene e male piuttosto netta, si poteva prestare a gratuiti eccessi; si delineano poi le caratteristiche proprie dei personaggi del cinema di Matarazzo: l’uomo lavoratore, onesto e dai forti ideali, la donna angelicata, dalla passionalità repressa, che quando cede ai sentimenti dovrà subire un processo di degradazione, umiliata tanto da chi le vuole bene che dalla giustizia, per poi definitivamente sublimarsi nell’ “estremo sacrificio”, nel riscatto salvifico di chiara matrice cattolica, nel cammino che attraverso la sofferenza porta al perdono.

Raffaello Matarazzo (vanillamagazine)

Sono, in sostanza, estremizzati i valori e i sentimenti di un’Italia contadina, non ancora oggetto del boom economico, che infatti connoterà del successo tale filone sino alla fine degli anni ’50, per poi scemare progressivamente, anche se echi della filmografia di Matarazzo possono facilmente riscontrarsi in varie fiction o soap nostrane, pur se non con lo stesso rigore e validità di messa in scena, così come alcune sue tematiche sono state mutuate e adeguatamente personalizzate in molte opere di Pedro Almodovar.

 


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