Benvenuto Presidente!

benvenuto-presidente-L-o7LjlxC’era una volta un uomo semplice e puro di cuore, dal nome certo impegnativo, Giuseppe Garibaldi (Claudio Bisio), per gli amici Peppino. Viveva in un paesello in provincia di Torino, Sauze di Cesana, e svolgeva la professione bibliotecario, ma subiva il licenziamento causa tagli alla cultura.
Il nostro veniva poi a trovarsi al centro di una bieca manovra di potere: in quel di Roma infatti, per sciogliere il nodo dell’elezione del Presidente della Repubblica, in fase di stallo da mesi, i tre leader dei principali partiti (Beppe Fiorello, Massimo Popolizio, Cesare Bocci), più per celia che per sentita protesta, si accordavano nel proporre il nome dell’Eroe dei due Mondi e conseguente elezione.
Scherzi del destino, proprio Peppino, che intanto si dilettava nella pesca alla trota, tra quattro omonimi risultava in possesso dei requisiti previsti dalla Costituzione per poter accettare la nomina, come ricordava al già gongolante terzetto il Vicesegretario Generale, Janis Clementi (Kasia Smutniak)…

Massimo Popolizio, Cesare Bocci, Beppe Fiorello
Massimo Popolizio, Cesare Bocci, Beppe Fiorello
Diretto da Riccardo Milani, su sceneggiatura di Fabio Bonifacci, il film Benvenuto Presidente! avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni espresse dal regista, una commedia volta al fiabesco, che abbracciasse non una facile deriva antipolitica, da avallare con il consueto buffetto sulla guancia auto-assolutorio, bensì un’analisi di costume che rivolgesse la sua attenzione al popolo, al cittadino comune, responsabile in eguale misura, con quanti occupano una carica istituzionale, nel violare le basilari regole di convivenza civile, preoccupandosi di tramandarle ai discendenti, ove questi non provvedano da sé, grazie ad un precoce apprendimento. Ho usato il condizionale perché sullo schermo le buone intenzioni s’infrangono come la classica bolla di sapone: nonostante un inizio abbastanza felice, sospeso per l’appunto tra fiaba e grigiore quotidiano, la narrazione s’ inceppa subito, nell’indecisione evidente se assecondare, con tutta una serie di gag e battute facili a dimenticarsi una volta usciti dalla sala, i toni della farsa o quelli della commedia propriamente detta, che sappia farsi forza di una satira incisiva e graffiante, capace di un concreto affondo.

Claudio Bisio
Claudio Bisio
La condivisibile scelta d’evitare bordate qualunquiste e/o populiste, appena sfiorate (dallo stipendio presidenziale elargito ai più bisognosi alle “leggi buone” che giacciono in uno scantinato, passando per il pronto soccorso assistenziale ai barboni), a mio avviso si rivela un’arma a doppio taglio, perché le decisioni e i proclami di Peppino non assumono mai una connotazione morale ben precisa, rimbalzano vuoti e sterili dal pulpito televisivo verso il popolo assiso nel luogo deputato (la tavola imbandita), pronto a mandare giù di tutto, oltre a cibo e bevande, assumendo la connotazione di un comune lavacro di coscienza e nulla più. Ugualmente appare inerte, inserito a forza nel contesto, il riferimento alla “macchina del fango” come abitudine consuetudinaria del nostro sistema, che ha avuto molteplici esternazioni negli anni, incarnate dal “signor Fausto”, ben reso da Gianni Cavina.

Bisio e Kasia Smutniak
Bisio e Kasia Smutniak
Bisio è in gran spolvero, misurato e capace d’assecondare surreale e grottesco, con qualche tocco poetico, peccato che regia e sceneggiatura ne sappiano fare solo un impiego maldestro (la scoperta casuale dei faldoni delle suddette “leggi buone” durante una pattinata nei corridoi del palazzo o il solito scambio origano/marijuana sulla pizza, gag risalente a Matusalemme, probabilmente). Riguardo la Smutniak, pur nella validità generale della sua interpretazione, mi è parsa sin troppo chiassosa la trasformazione da rigido funzionario ad amante caliente e pasionaria fricchettona, come lo erano stati i suoi genitori. Che dire in conclusione? Si loda da più parti la ritrovata capacità del nostro cinema d’intuire quanto avviene a livello politico-sociale nel paese, ma a mio parere siamo ancora di fronte ad un semplice ed accomodante assecondare lo status quo, senza il coraggio concreto di mettere una volta per tutte le carte in tavola ed affrontare, anche cinematograficamente, la questione morale, come avvenuto in un passato neanche tanto lontano.
Siamo al solito gioco del rimpiattino, “Tana, liberi tutti!” .


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