Il cacciatore di donne

1Anchorage, Alaska, 1983.
La prostituta diciassettenne Cindy Paulson (Vanessa Hudgens) entra in un motel:fra urla e pianto, a stento riesce a raccontare quanto le è accaduto, di come sia riuscita a sfuggire ad una probabile uccisione da parte di un uomo, che è in grado di riconoscere, il quale l’ha rapita e stuprata.
Ma l’alibi di ferro dell’accusato, Robert Hansen (John Cusack), irreprensibile lavoratore e buon padre di famiglia, insieme ai beceri commenti dell’agente cui è stato affidato l’interrogatorio della ragazza, non giocano certo in favore di quest’ultima. Le cose saranno però destinate a mutare una volta che del caso se ne occuperà il sergente Jack Lancombe (Nicolas Cage), vita segnata da una grave perdita familiare ed in procinto di cambiare mestiere, da anni sulle tracce di un imprendibile serial killer, le cui vittime continuano ad essere rinvenute ormai cadavere nei boschi vicini, lungo il fiume Knik …

Vanessa Hudgens
Vanessa Hudgens
Basato sulla vera storia di Robert Hansen, che tra gli anni ‘70 ed ’80 rapì ed uccise circa venti donne, dopo averle condotte nelle zone più remote dell’Alaska per poi liberarle e dar loro la caccia come fossero prede, Il cacciatore di donne, diretto e sceneggiato dall’esordiente Scott Walker, è un film che curiosamente soffre dei suoi stessi pregi, i quali si rivelano nel corso della narrazione un’arma a doppio taglio, non sostenuti con forza dal regista e scarsamente avallati da una scrittura piuttosto zoppicante.
L’apprezzabile scelta stilistica volta al minimalismo, l’essenzialità della messa in scena, l’impianto narrativo a metà strada fra la cronaca e il documentario, sono tutte caratteristiche che avrebbero meritato di essere delineate con maggiore compiutezza, risultando irrisolti in particolare gli elementi thriller e noir inseriti nel corso della narrazione con modalità spesso confuse e dai risultati altalenanti.

Nicolas Cage
Nicolas Cage
I primi non riescono infatti ad innescare dei veri e propri picchi emotivi, atti a dar corpo ad un effettivo coinvolgimento (il classico gioco del gatto col topo si anima solo verso la fine, grazie al confronto incrociato vittima/carnefice/poliziotto), mentre riguardo i secondi è del tutto assente la correlazione fra i protagonisti e l’ambiente che li circonda: il paesaggio dell’Alaska, la sua naturale cupezza, meritavano una caratterizzazione fotografica più incisiva da parte di Patrick Murguia ed una maggiore attenzione registica, che non si risolvesse in un passaggio, scomposto e a volte frettoloso, dai primi piani dei personaggi alle panoramiche dei boschi innevati, nei cui oscuri labirinti sappiamo già nascondersi la triste e raccapricciante verità.
Anche la scelta, condivisibile, di raffigurare Hansen in un’aura di asettica normalità, nello svolgimento del proprio lavoro e in famiglia, così come nel perpetrare i suoi crimini, lontano da ogni possibile fascinazione, non sempre funziona al meglio, perché costringe il pur bravo Cusack a recitare sin troppo per sottrazione.

John Cusack
John Cusack
Riguardo Cage, nel ruolo dell’ostinato detective, per quanto appaia vagamente più espressivo che in altri film (almeno nella capacità di suscitare empatia, pur espressa al minimo sindacale), non può fare altro che adeguarsi al contesto ed offrire un’interpretazione di maniera.
Ecco perché, alla fine, a risaltare è il personaggio di Cindy, ben reso, con qualche affanno, da Vanessa Hudgens, quello più pertinente alle probabili primarie intenzioni di Walker, ovvero raffigurare “il terreno ghiacciato” (The Frozen Ground, è il titolo originale) rappresentato dal perbenismo ipocrita di certa provincia americana, immacolata all’esterno e colma di ogni sporcizia nei suoi meandri più reconditi, ed offrire al contempo un determinato ritratto di gioventù allo sbando, sbattuta come canne al vento da incomprensioni e problematiche familiari- sociali, che trascina il pesante fardello di traumi irrisolti, spesso avvenuti al’interno delle stesse mura domestiche.

Cage e Hudgens
Cage e Hudgens
E’ proprio la sua interpretazione, volta ad assecondare la raffigurazione di una convulsa e dolente rincorsa fra malizia, ingenuità e disfattismo autodistruttivo, sino alla presa di coscienza definitiva, in parallelo con quella di Halcombe, a conferire tono ed una certa sostanza alla narrazione complessiva, per un film che comunque si lascia seguire, grazie all’estrema linearità con la quale si dipana il filo del racconto.
Avrebbe giovato, in conclusione, oltre ad un equilibrio, formale e sostanziale, fra i vari (troppi?) elementi, soprattutto una maggiore convinzione nel percorrere la strada inizialmente intrapresa ed accantonare un certo schematismo di fondo, il quale rende la pellicola simile ad un procedural drama televisivo, senza particolari slanci inventivi che non siano costituiti da un’ordinaria rappresentazione.


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