12 anni schiavo

1Adattamento cinematografico dell’omonima autobiografia di Solomon Northup (pubblicata nel 1853) ad opera di John Ridley, premiato al riguardo con l’Oscar (cui si aggiungono le statuette come Miglior Film e a Lupita Nyong’o, Miglior Attrice non Protagonista), 12 anni schiavo, diretto da Steve McQueen, è, ad avviso di chi scrive, un film da vedere, capace di coinvolgere grazie ad una pregevole combinazione di forma e contenuto, senza dimenticare le ottime interpretazioni attoriali, proprie dell’intero cast. Improntata ad uno stile classico, movimentata dalla scelta di procedere ad una narrazione suddivisa in diversi blocchi narrativi, senza seguire una rigida logica temporale (valida e gradevole la fluidità garantita dal montaggio di Joe Walker), la pellicola acquista forza vitale grazie ad una suggestiva ed elegante combinazione, dall’evidente gusto pittorico, d’intensi primi piani, inquadrature a camera fissa e prolungati piani sequenza, privilegiando toni crudi, diretti ed essenziali, scevri da qualsivoglia retorica.

Chiwetel  Ejiofor
Chiwetel Ejiofor

Lo si nota anche nel contrappunto sonoro (Hans Zimmer), mai invasivo o preponderante, idoneo a costituire un tutt’uno emotivo con la forza “reale” espressa dagli scenari naturali, a loro volta valorizzati dall’attenta fotografia di Sean Bobbitt, che si esprime anche attraverso l’alternanza, certo metaforica, di luci ed ombre. McQueen più che all’empatia volta all’immedesimazione punta a renderci spettatori consapevoli delle vicende narrate, ci conduce al loro interno, sia per non dimenticare il passato, nella valenza di opportuna memoria storica, sia come valido monito per il presente.
Ci spinge a far uscire la testa fuori dalla sabbia dell’indifferenza espressa nei confronti dei quotidiani orrori volti alla sopraffazione dei nostri simili in nome del profitto, dove se non il diverso colore della pelle è comunque la differente condizione sociale a rappresentare ancora una discriminante in nome di una presunta superiorità.

Sarah Paulson e Michael Fassbender
Sarah Paulson e Michael Fassbender

Ecco allora la scelta narrativa di iniziare il racconto dell’odissea di Solomon (Chiwetel Ejiofor), in una sua fase intermedia, all’interno della piantagione di canna da zucchero del giudice Turner (Ashley Dyke), ceduto momentaneamente insieme ad altri schiavi di proprietà del sadico Edwin Epps (Michael Fassbender). Una soluzione funzionalmente valida a far sì che ci si possa rendere conto di cosa significhi per un uomo libero vedere improvvisamente minata la propria identità ed essere trattato alla stregua di mera merce di scambio idonea a produrre forza lavoro, annientando qualsiasi caratteristica che ne possa rendere evidente intelligenza, abilità ed umanità complessiva. Sequenza dopo sequenza apprendiamo quindi come Solomon si sia venuto a trovare in questa condizione: uomo di colore libero che viveva a Saratoga Springs, nello stato di New York, carpentiere e musicista, una moglie e due figli, venne raggirato da due trafficanti senza scrupoli, ridotto in catene, spogliato di ogni minima caratterizzazione identificativa (come il nome, mutato in Platt) e ceduto insieme ad altri, così da fornire manodopera ai ricchi possidenti della Louisiana.

Lupita  Nyong’o
Lupita Nyong’o

Si inizia con William Ford (Benedict Cumberbatch), “sepolcro imbiancato”, timoroso di Dio e predicatore della Buona Novella ma non tanto cristiano da impedire che nel corso dell’immonda vendita gestita dal laido Freeman (Paul Giamatti) due bambini possano essere separati dalla madre, espressione di una morale pronto uso comportante un complice adattamento col sistema, così da potersi garantire la sopravvivenza dei propri agi, e si finisce col citato Epps, anch’esso piuttosto svelto a citare le Sacre Scritture come opportuno paravento della propria attività, comprensiva, fra l’altro, dell’elargizione giornaliera di sanguinose frustate a quanti non corrispondano un’adeguata redditività nella raccolta del cotone. Per non parlare dello stupro continuo, fisico e morale, cui Epps sottopone la giovane Patsey (Lupita Nyong’o, intensa rappresentazione di un’anima sempre in bilico fra voglia di vivere, il non voler rinunciare ai propri sogni e desideri, e anelito di morte come unica speranza salvifica), probabile tormentata proiezione di un irrisolto disagio esistenziale volto a negare un brandello di qualsivoglia umanità nei propri simili, a partire da se stesso e dal quale non sembra immune neanche la moglie (Sarah Paulson), che sfoga violentemente rabbia e rancore sulla giovane schiava.

Ejiofor
Ejiofor

In tali condizioni di totale sottomissione è la forza del singolo a fare la differenza, esercitata però essenzialmente nei confronti della propria persona, nella consapevolezza del valore della libertà come elemento fondante, idoneo a diversificare un individuo nei confronti di quanti questa condizione non l’hanno mai conosciuta o l’abbiano ormai dimenticata.
La dignità e la determinazione di Solomon, volte alla sopravvivenza senza mai dimenticare la speranza, rivelate da ogni suo gesto, sguardo o anche da un semplice silenzio, sono espressione di questa sua diversità, che non permette un’identificazione totalizzante con quanti versano nelle sue identiche ambasce: encomiabile l’interpretazione offerta da Ejiofor, capace di rendere palpabili, in ogni loro mutazione nel corso degli anni, sofferenza, scatti di dignità, determinazione. Emblematico al riguardo il lungo piano sequenza, insopportabile alla vista nel suo estremo realismo, pur nell’evidente “plasticità” della composizione figurativa (la mente va alle tante rappresentazioni pittoriche della crocifissione di Cristo), raffigurante il tentativo d’impiccagione di Solomon da parte di un sorvegliante della piantagione di Ford, prontamente sventato dall’intervento di un superiore, senza però ulteriore partecipazione.

Brad Pitt
Brad Pitt

Lo schiavo resterà appeso al ramo per un’intera giornata, costretto ad un equilibrio precario, puntellandosi sui piedi che scivolano nel fango nell’attesa che sopraggiunga il padrone a liberarlo da quella condizione, nell’indifferenza di tutti (a parte una donna che, pur timorosa, gli porge da bere, una pietas dal valore simbolico, comprensiva di ogni gesto genuinamente umanitario nei confronti della sofferenza altrui), ognuno intento a svolgere tranquillamente le proprie mansioni quotidiane.
Di eguale efficacia metaforica anche l’ulteriormente cruda sequenza delle frustate cui è sottoposta Patsey da parte di Solomon, su ordine di “padron Epps”, mentre sin troppo semplicistico e rapido appare l’intervento salvifico del liberal Samuel Bass, interpretato da Brad Pitt, ma essendo questi il produttore del film, rappresenta un inevitabile scotto da pagare.
McQueen si riscatta da tale lieve caduta di stile con la bella scena finale del ricongiungimento di Solomon con i propri familiari, quando si staglia sullo schermo, con vivida forza, lo scorrere della vita nel consueto alveo, pur nel dolore e nello sconcerto di un’improvvisa perdita, ora finalmente colmata.

Steve  McQueen (dagospia.com)
Steve McQueen (dagospia.com)

Sempre ferma, però, la consapevolezza di una discriminante sociale puntualmente presente anche nella condizione di uomo libero (come avvisano le didascalie sui titoli di coda, il nostro, nonostante un processo, non ebbe modo di ottenere un risarcimento dai suoi aguzzini). 12 anni schiavo nell’apparente compiacimento estetizzante, evidente a tratti, riesce a farsi portatore di una ancora scomoda verità storica, delineata con rara e vibrante forza emozionale, e soprattutto a mettere in scena tutto il disagio proprio di una sofferenza, rendendoci partecipi al riguardo, scuotendoci dalla nostra inerzia, riprendendo quanto scritto ad inizio articolo. Quelle catene, quei corpi nudi piagati dai colpi di frusta, la carne stuprata da infinite violenze, l’annientamento fisico e mentale da parte di chi ti considera inferiore ad un qualsiasi oggetto e tale ti vuole rendere, offrono idonea testimonianza ad una perpetrata abiezione, una delle sue tante manifestazioni nel corso della storia umana, un triste feretro la cui lapide è rappresentata, si vorrebbe ad imperitura memoria, dalla violenza, sordida e cieca, dell’uomo sull’uomo.


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