Dunkirk

Dunkerque, Francia, fine maggio 1940. L’invasione nazista è ormai realtà, migliaia di componenti delle truppe alleate si sono riversate sulla spiaggia, dove, per sfuggire ai pressanti attacchi delle milizie tedesche, è stata predisposta una linea difensiva idonea a favorire l’evacuazione attraverso il molo, quest’ultimo presieduto dal comandante Bolton (Kennet Branagh), coadiuvato dal colonnello Winnant (James D’Arcy). Fra quanti attendono di poter salire sulla nave diretta verso l’Inghilterra, “così vicina che la si può toccare” cercano d’inserirsi, simulando il trasporto di un ferito, il soldato inglese Tommy (Fionn  Whitehead) ed un silente commilitone (Aneurin Barnard).
E’ in atto l’Operazione Dynamo, che prevede anche l’invio verso la spiaggia francese di qualsiasi imbarcazione idonea al trasporto dei militi, come il piccolo yacht di Mr. Dawson (Mark Ryalance), il quale intende guidarlo personalmente anziché cederlo alla Marina, coadiuvato dal figlio Peter (Tom Glynn Carney) e dall’amico di questi, George (Barry Keoghan), senza dimenticare la protezione nei cieli della Manica assicurata dai potenti Spitfire, come quelli pilotati da Farrier (Tom Hardy) e Collins (Jack Lowden).

Fionn Whitehead

I tre diversi interventi, dispiegati attraverso terra, mare e cielo, permetteranno, fra sacrifici e perdite, la riuscita dell’operazione, in apparenza una disfatta dal punto di vista  militare, ma una grande vittoria riportando l’ottica al fattore umano…
Scritto e diretto da Christopher Nolan, tra i pochi registi ancora inclini a credere al cinema in quanto tale, essenzializzato nella sua primigenia integrità di cristallina implicazione, visiva e narrativa, Dunkirk ne esalta la capacità di rielaborare, all’interno di una personale poetica stilistica (ardite costruzioni temporali, “salti” improvvisi, pause e rallentamenti) il cinema classico e di genere, richiamando la complicità degli spettatori, invitati  a  “stare al gioco”, offrendo loro in cambio un’atmosfera realistica ed immersiva, oltre ad un intrattenimento spettacolare, non scevro da riferimenti morali, mai fine a se stesso. Nello specifico dell’opera in esame, Nolan, traendo spunto da un accadimento storico, sfrutta ottimamente gli scenari naturali (poche le ricostruzioni in studio e minimo il ricorso all’effettistica digitale), a loro volta esaltati  dalla fotografia, volta al documentaristico, di Hoyte Van Hoytema, e mette formalmente in scena un film di guerra che va poi a sostanziarsi come un atipico thriller, teso ed elettrizzante.

James D’Arcy e Kenneth Branagh

L’incedere narrativo è cadenzato dal commento sonoro di Hans Zimmer, in crescendo con l’azione e sottolineato da un incessante ticchettio unito ad un fremente battito di sottofondo: assume quindi rilevanza il fattore temporale all’interno delle umane vicende, la cui ciclicità accompagna la rivalutazione di un’interiorità data per dispersa ed ora ritrovata.
Ed è proprio l’uomo, l’essere umano, calato in una situazione di imminente e costante pericolo, limitato nel suo incedere da “qualcosa” o “qualcuno” che lo accerchia e lo sovrasta, ad essere posto al centro della narrazione, mettendone a nudo la fragilità di fronte ad un determinato evento (gli imboscati di cui sopra, il tremebondo soldato, Cillian Murphy, scampato al siluramento di una nave), a volte celata dalla risolutezza nei propositi (il comandante Bolton, il civile Mr.Dawson). La propria individualità appare ora scabra, impotente, sono l’anima e la mente a subire, ancora prima del corpo, le gragnole delle improvvise deflagrazioni che si abbattono sul campo del mattatoio bellico, fra una bomba che arriva dall’alto preannunciata dal suo sinistro sibilo, un secco colpo di fucile o un siluro lanciato contro una nave.

Tom Hardy

Ecco cosa interessa al regista, il dissolvimento morale e psicologico dei singoli individui, non il loro sanguinolento disfacimento (penso a Salvate il soldato Ryan e, soprattutto, a La battaglia di Hacksaw Ridge), mettendo da parte l’eroismo senza se e senza ma o la tronfia politica dei potenti di turno (nel finale il commento di Churchill al riuscito salvataggio risuona infatti, credo sia stato notato da molti, dalla lettura di un quotidiano da parte di un semplice soldato, nel cui tono di voce risalta un’angosciosa amarezza). L’azione risulta frammentata in diverse misure temporali, collegate a loro volta al luogo in cui essa andrà a svolgersi (molo, una settimana; mare, un giorno; cielo, un’ora) ed infine intrecciate attraverso un raffinato ed esaustivo lavoro di montaggio (Lee Smith), il quale consegue non solo lo scopo di farle congiungere da un punto di vista narrativo, almeno in senso figurato, ma, soprattutto,  offre opportuno risalto  alla soggettività di ogni singolo atto, idoneo ad assumere valenza collettiva relativamente alle sue conseguenze. Nolan lavora per sottrazione, rimarca più gli sguardi silenti, i movimenti, le espressioni facciali, rende  scarni i dialoghi, insiste su particolari inquadrature, anche verticalizzate (l’affondamento di una nave) ed incisivi primi piani, sempre nell’intenzione di coinvolgere gli spettatori all’interno di un “qui ed ora” palpitante e vissuto.

Riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, Dunkirk metaforizza l’eroismo “pratico”, volto a lasciare spazio al proprio istinto di sopravvivenza, esternando poi la necessità di una condivisione empatica espressa a qualsiasi livello da parte di quanti non siano coinvolti direttamente nell’evento scatenante, condivisione idonea a tramutare in vittoria una pesante debacle, nel trionfo di un’umanità viva e pulsante ad ergersi contro la possanza esibita di un belluino conflitto, che porta con sé inspiegabili atrocità  a permeare le inevitabili conseguenze che andranno ad influire tanto all’interno della collettività quanto nell’ambito della sfera intima di ogni singolo individuo.
Il finale del film, più che di retorica come potrebbe sembrare di primo acchito, risulta  attraversato dalla speranza sottesa, frammista ad illusione, che l’ennesimo conflitto ordito dall’uomo contro se stesso possa essere, una volta per tutte, l’ultimo: la storia, ammoniva Cicerone, è maestra di vita, a noi la scelta di essere buoni o cattivi scolari. Per  realizzazione complessiva, senso cinematografico, coinvolgimento del pubblico attraverso un sana spettacolarità, senza dimenticare la capacità di suscitare diverse riflessioni, Dunkirk si palesa come una delle migliori pellicole del 2017. Chapeau, Mr. Nolan.

 

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