Benedetta follia

(MyMovies)

Roma, oggi. Guglielmo Pantalei (Carlo Verdone), uomo serio e posato, è proprietario di un negozio di paramenti sacri ed articoli religiosi, eredità paterna.
A vederlo adesso, ossequioso verso l’alto prelato di turno, ingessato in una affabilità di prammatica, sembra lontano l’anno 1992, quando sfrecciava, bandana e camicia hawaiana, su una possente moto lungo le curve di Sperlonga e faceva conoscenza con Lidia (Lucrezia Lante della Rovere), poi sua consorte, con la quale si appresta a festeggiare le Nozze d’Argento.
Ma proprio nel corso della cena celebrativa, Lidia rivela a Guglielmo di voler divorziare, c’è un altro amore nella sua vita, una donna, commessa nel negozio del marito… Lo shock per il nostro è violento, tutte le sicurezze di buon borghese diventano castelli di sabbia infranti dalle onde; ormai solo i giorni scorrono faticosamente, assecondando un monotono grigiore esistenziale, almeno fino a quando non farà il suo ingresso in negozio, proponendosi come commessa, tale Luna (Ilenia Pastorelli), vivace borgatara di Tor Tre Teste, travolgente e a suo modo empatica, la quale per ringraziare dell’avvenuta assunzione (solo un mese, poi si vedrà) si impegnerà nella “riesumazione” del datore di lavoro, a partire dall’iscrizione ad una dating app, così da stimolarlo a rimettersi  in gioco… Il classico fulmine a ciel sereno, un turbine impetuoso che, dopo varie disavventure ed una serie di confronti con una realtà ben diversa dall’ovattato nido che si è costruito negli anni, consentirà a Guglielmo di prendere coscienza di ciò che era un tempo e di quel che è divenuto ora: se il passato non potrà fare ritorno, servirà comunque quale ispirazione per un presente da accettare, con ritrovato slancio, ed un futuro da condividere …  

Carlo Verdone (Movieplayer)

Forse sbaglierò, ma ritengo che Carlo Verdone da un po’ di tempo a questa parte (almeno dal 2010, con Io, loro e Lara), una volta conferito , per sua stessa ammissione, maggiore spazio alle situazioni nell’ambito della messa in scena rispetto all’accentuata focalizzazione dei personaggi nel caratterizzare le vicende narrate, abbia cercato, ad ogni nuovo titolo proposto, di porre in essere una garbata mediazione fra quanto ritenesse il pubblico si aspettasse da lui e ciò che invece l’inevitabile trascorrere del tempo aveva portato a mutare nella sua persona, ovvero un sentirsi inadeguato o, meglio, spiazzato, di fronte ai repentini cambiamenti di una società ormai incapace di ridere dei suoi stessi malanni e, soprattutto, incline ad autoassolversi.
L’innata vena malincomica, come è stata più volte definita, quel tocco dolente appena velato da un’ ombra di cinismo nel connotare i mutamenti del costume, in particolare nell’ambito dei rapporti umani, fra rassegnazione e presa di coscienza nel non poter cambiare l’ordine delle cose ma semplicemente prenderne atto o provare a conferirgli una diversa connotazione, ha trovato quindi negli anni una naturale accentuazione e forse solo ora con Benedetta follia, film complessivamente riuscito e gradevole, incline a scorrere con prevedibilità sui binari di una felice ironia, pur se a  volte scomposto a livello di scrittura (opera di Verdone, insieme a Nicola Guaglianone e Menotti), l’artista romano sembra aver trovato pace col proprio io più intimo e profondo.

Ilenia Pastorelli e Verdone

Appare evidente, già a partire dalla sequenza iniziale, ed ancor di più mano a mano che la narrazione procede, come tanto il buon borghese timorato di Dio, nel senso più propriamente democristiano del termine, quanto il suo alter ego giovane siano una visualizzazione dei tanti personaggi interpretati con piglio realistico in vari film (volendo risalire alle origini, senza considerare le successive evoluzioni, l’imbambolato Leo e il coatto Enzo di Un sacco bello, 1980) ed ora vanno a riunirsi, vedi il finale pacificatore ed accomodante, in un’unica persona, probabilmente il Verdone che vedremo in futuro.
In Benedetta follia più che il regista (incline comunque ad una direzione attenta a  valorizzare le singole interpretazioni, sostenuta anche dalla “morbida” ed avvolgente fotografia di Arnaldo Catinari) a trovare sapida  esaltazione è il Verdone attore, sobrio, misurato, rispettoso al millimetro dei tempi comici, abile come sempre a far venire fuori nell’incontro con i personaggi femminili, per quanto fin troppo stereotipati, i rispettivi pregi, ma soprattutto difetti, caratteriali, in virtù di un riuscito gioco di specchi.
Ecco allora il ciancicare esibito di una pur brava Passarelli, almeno nella sua resa estemporanea, che ripropone, forse con minor candore, il personaggio di Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2016, d’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi), un’assatanata Francesca Manzini  e il suo “impiego ginecologico” di uno smartphone, passando per le ciucche tristi di una veneta scalmanata, Elsa D’Eusanio, senza dimenticare l’ipocondria d’ordinanza mista a logorrea di cui si fa portatrice Paola Minaccioni.

Maria Pia Calzone e Verdone

Meritoria nota a parte per la coinvolgente interpretazione dell’infermiera Ornella offerta da Maria Pia Calzone, naturalmente dolce nella sua tranquilla “normalità”; una prova attoriale degna di nota, quindi, all’interno di un film che a tratti sembra studiato a tavolino, capace di andare oltre i citati limiti di scrittura, visto che la sceneggiatura ad un certo punto tende a sfilacciarsi nell’inserire qualche sottotrama di troppo (il papà di Luna, il coinvolgimento di quest’ultima in un brutto giro ad Ostia, la sua redenzione finale da “bona de core”, ovvero “se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”).
Tale recitazione piacevolmente sottotono riesce inoltre a far a mandar giù un paio di sequenze certo coraggiose ma un po’ troppo stridenti con la bonomia propria di Verdone nel caratterizzare anche le situazioni più imbarazzanti: in particolare quella della “telefonata intima”, dovuta al suddetto uso ginecologico dello smartphone (la mente va alla sequenza, più spontanea e meno “caricata”, della seduzione e conseguente amplesso che vedeva protagonista una infoiata, pardon, infermiera in Io e mia sorella, 1987) e quella danzerina, ottimamente coreografata da Luca Tommasini, conseguente all’ingestione di una pasticca d’ecstasy (“cos’è, paracetamolo?”) da parte di Guglielmo, una personale “parata degli elefanti rosa” scollegata dal resto della narrazione, per quanto consona a porre in evidenza come una mente irreggimentata in schemi e convenzioni possa liberarsi soltanto sotto trip.

Al riguardo appare più consono e risolutivo, dalla forte consistenza meta cinematografica, il confronto allo specchio fra il giovane e il “vecchio” Guglielmo, sequenza  che rende in definitiva Benedetta follia un concreto viaggio lungo il sentiero dei topoi propri dell’opera verdoniana, passi falsi compresi, fino a giungere ad una loro rielaborazione, ci si augura definitiva, in una forma più decisamente esistenzialista ed intimista rispetto al passato: ancora prima che un Verdone ritrovato, una ouverture verso il Verdone che verrà, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo.

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