Due per la strada (Two for the Road, 1967)

Audrey Hepburn (telegraph)

“Ciao Audrey… Sempre affascinante, che grazia, che portamento…”
“Ciao Tony bello, sei in vena di galanterie… L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai… Stai per vedere un mio film?”
“Eh già, una delle tue più belle interpretazioni e forse anche tra quelle meno conosciute, la Joanna Wallace di Two for the Road, diretto da Stanley Donen; la data del 20 gennaio ha segnato il passaggio dei 25 anni dalla tua scomparsa e volevo ricordarti agli amici lettori con un articolo”. “Rammento, gran bel film, procedi pure caro.”  “Una tazza di tè?”  “Sì, grazie, ben gentile, se non ti dispiace resto qui ancora un po’, fra le tue consuete allucinazioni cinematografiche, sono in buona compagnia, a quanto vedo …“

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Sud della Francia, fine anni Sessanta:una benestante coppia inglese, Mark (Albert Finney) e Joanna Wallace (Audrey Hepburn), è in viaggio a bordo della propria auto: i due ripercorrono, causa un impegno lavorativo del primo, gli stessi luoghi dove dodici anni prima si erano conosciuti ed innamorati.
La gioiosa spensieratezza di un tempo, l’affidarsi alla vita senza tanti programmi, assecondando gli accadimenti mano a mano che si presentavano, quella soave dolcezza di Joanna volta a compensare la ruvidezza di Mark, sono ormai nient’altro che un ricordo, tangibile ma lontano al contempo, tutto è avvolto da acredine e recriminazioni, esternate generosamente l’un l’altra. Nel passare davanti ad una chiesa ed osservando l’uscita degli sposi lei esclama con composta leggiadria: “Non sembrano molto felici” e lui, di rimando, sfoderando l’abituale cinismo, ormai privo di alcuna connotazione attenuatrice: “Perché dovrebbero? Si sono appena sposati”. Il loro rapporto, quindi, è in crisi, la parola divorzio risuona più volte nei rari dialoghi (e pensare che nel vedere un uomo ed una donna silenti, assisi ad un tavolo, erano soliti sentenziare:“Che razza di persone se ne stanno sedute senza avere niente da dirsi?” “Le coppie sposate…”). Mark, una volta affermatosi come architetto, si è dedicato anima e corpo al lavoro, esternando un egocentrismo da manuale, trascurando moglie e figlia, cedendo poi ad una fugace avventura nel corso di un viaggio d’affari (affidando al contempo ad una lettera rivolta alla consorte la manifestazione di una pregante malinconia nel constatarne la mancanza al fianco …).

Albert Finney, Hepburn

L’uomo sembra quindi ormai indifferente ad un tentativo di riconciliazione, mentre Joanna, nonostante i litigi, le frasi taglienti, avverte ancora un forte legame con il consorte ed anche una momentanea “uscita di strada” con un altro uomo non ha fatto altro che incrementarlo.
Ma l’attuale “ritorno al passato” farà sì che l’ostinata determinazione di Joanna ed il caustico atteggiamento esistenziale di Mark si risolvano nuovamente in quell’attrazione compensatrice che li aveva uniti, nella consapevolezza di un amore ancora presente e proiettato verso il futuro, forse senza quella gaiezza incosciente, ma nella constatazione di una reciproca accettazione, con la ritrovata complicità di saper ridere l’uno dell’altra nel continuare quel viaggio iniziato anni fa… Diretto da Stanley Donen, regista dall’impagabile poliedricità, dote che gli ha permesso, spesso attraverso intuizioni geniali, di andare oltre il musical quale genere cinematografico prediletto (Singin’in the Rain, codiretto insieme  a Gene Kelly, 1952; Seven Brides for Seven Brothers, 1954, fra gli altri), regalandoci opere impeccabili nella loro raffinata costruzione, soprattutto commedie (curiosamente simili nel loro andamento generale ad una felice partitura musicale), Two for the Road si palesa a tutt’oggi quale un piccolo, raffinato, gioiello di regia, pur cedendo, a tratti, a qualche virtuosistico compiacimento, senza dimenticare la sceneggiatura (Frederic Raphael) ricca di dialoghi brillanti, la superba recitazione dei due protagonisti e la calda, luminosa, fotografia di Christopher Challis, la quale appare volta ad unire ambienti e personaggi in una suggestiva astrazione temporale, pur assecondando il realismo.

Degno di nota anche il tema musicale di Henry Mancini, coinvolgente e romantico senza cedere a sottolineature sdolcinate, che si insinua fin dai titoli di testa animati, opera di Maurice Binder. Risalta in particolare, e qui gioca il suo ruolo fondamentale un montaggio piuttosto fluido (Madeleine Gug e Richard Manden), una costruzione narrativa ardita, relativamente al periodo di realizzazione, che va a plasmarsi su più linee parallele, frammentando la logica consecuzione temporale; viene dunque messa in scena, elegantemente coordinata alle esigenze del racconto cinematografico, una suggestiva e vicendevole alternanza fra passato e presente, con diverse soluzioni di continuità che trovano sublimazione definitiva nel metaforico finale (ad una rotonda le diverse auto divengono una, convergendo in un’unica direzione), offrendo arguto rilievo, attraverso la metafora del viaggio, ad altrettanti fasi di vita della coppia: dal “due cuori senza capanna” iniziale, l’innamoramento istintivo ed orfano di un domani cui fare riferimento, passando per il consolidamento del rapporto e la sua istituzionalizzazione nel matrimonio, al quale Mark si era dichiarato da subito refrattario, così come all’idea di mettere al mondo dei figli, si giunge infine al sicumerico agio, almeno da un punto di vista meramente materiale, della vita attuale.
Vengono così visualizzati psicologia e modalità comportamentali dei protagonisti, quali il sarcasmo sprezzante di Mark, fra cinismo, disillusione ed un pizzico d’infantilismo, ben reso nella sua naturalezza da Finney e l’elegante compostezza di Joanna, una Hepburn i cui sguardi, ancora prima delle parole, riescono ad esprimere il rapido mutamento dall’ironia gioiosa alla mesta rassegnazione, attraversata quest’ultima da lampi d’indomita voglia di ridare respiro alla primigenia alchimia.

A dimostrazione del come si possa permeare d’ironia, anche caustica, il tema del rapporto coniugale, appare emblematica la sequenza che vede i nostri viaggiare, sempre in territorio francese, in compagnia di un’altra coppia, sposata da tempo e con figlia pestifera membro dominante.
La donna, Cathy (Eleanor Bron) era stata una vecchia fiamma di Mark, mentre il suo consorte, Howard (William Daniels), è un maniacale perfezionista nel gestire ogni secondo di vita e nel permeare ciascun singulto, della progenie e non solo, di riferimenti psicologici pronto uso. Una sorta di specchio in cui Mark e Joanna tenderanno a riflettersi  ma solo per un attimo, preferendo poi continuare il tragitto da soli. L’abile combinazione di commedia, dramma e romanticismo, stemperato di umorismo e passione, dove ogni elemento appare realisticamente integrato, consente dunque d’offrire spazio alla possibilità di ricercare un senso al legame matrimoniale, in particolare una volta verificatasi la deriva verso la routine e ad una ufficialità dalla consistenza “sacrale” rivolta ad una ancora ricercata intimità, anche sessuale (“Perché ci piace di più quando significa di meno?”). Un road movie che concede inoltre visualizzazione, tanto elegiaca quanto concreta, a quella sensazione, insita nella natura umana, del tempo che passa, ora perduto, ora ritrovato, e del suo incessante incedere, mai del tutto invano, lasciando intuire la necessità di crescere ed evolversi pur mantenendo il riferimento a quel che si è stati, il quale consentirà di accettarsi così come si è; un viaggio da percorrere insieme dosando velocità, prestando doverosa attenzione ai segnali e prudenza ad ogni incrocio. Una commedia tutta da riscoprire, godendo appieno della sua musicale scorrevolezza.

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