Un ricordo di Albert Finney

Albert Finney (Iconic Images)

Ci lascia l’attore inglese, teatrale, cinematografico e televisivo, Albert Finney (Salford, Lancashire, 1936), morto oggi, venerdì 8 febbraio, a Londra. Rilevante presenza scenica, fascino, ironia, duttilità, sono tutte doti che gli hanno consentito di spaziare in ruoli sempre diversi, connotando con una certa vitalità, propria dei personaggi rappresentati, cui non erano comunque estranee determinate problematiche esistenziali e sociali, le opere proprie del cosiddetto Free Cinema britannico, movimento cinematografico che dalla metà degli anni Cinquanta fino a buona parte dei Sessanta rappresentò una sorta di Nouvelle Vague in terra d’Albione, sostenendo la necessità di una cinematografia che fosse attenta alle inedite realtà proprie del periodo, smarcandosi quindi, in nome del realismo, dal conformismo “classico” della messa in scena. Infatti Finney, subito dopo essersi diplomato nel 1955  alla Royal Academy of Dramatic Art, intraprese l’attività teatrale per debuttare poi sul grande schermo nel 1960 (The Entertainer, Tony Richardson), dove ebbe un ruolo secondario, affermandosi nello stesso anno come protagonista in Saturday Night and Sunday Morning, per la regia di Karel Reisz, fra i titoli che diedero vita al suddetto movimento rinnovatore.

(Golden Globes)

Il grande successo e la notorietà arrivarono però nel 1963, con l’avventuroso e scanzonato Tom Jones, diretto dal già citato Richardson, tratto dall’omonimo romanzo (1749) di Henry Fielding, mentre l’ultimo film ascrivibile al Free Cinema cui Finney diede ulteriore contributo fu Night Must Fall (La doppia vita di Dan Craig, Reisz nuovamente alla regia, 1964), offrendo ora un’interpretazione dai toni violenti e sinistri.
Quest’ultima prova rimarcava la capacità di Finney nel plasmare la propria abilità recitativa in diversi ruoli, evidente ad esempio nella naturalezza con cui rese il personaggio di Mark Wallace in quel piccolo gioiello che è a tutt’oggi Two for the Road (Due per la strada, Stanley Donen, 1967, a fianco di una sempre splendida Audrey Hepburn), facendone risaltare  il sarcasmo sprezzante, fra cinismo, disillusione ed un pizzico d’infantilismo, o la incisiva caratterizzazione di Scrooge ne La più bella storia di Dickens (Scrooge, 1970, Ronald Neame), il noto A Christmas Carol (1843) in versione musical, senza dimenticare, “saltando” fra i vari titoli, l’ottima l’interpretazione  di Hercule Poirot, soppesata e accorta nel palesare una composta ironia, oltre che camaleontica e ragionevolmente bizzarra nel visualizzarne i vezzi culinari ed estetici.

(Silenzio in Sala)

Il film è Murder on the Orient Express (Assassinio sull’Orient Express, 1974, Sidney Lumet), adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Agatha Christie (in origine pubblicato a puntate sulle pagine del The Saturday Evening Post, nell’estate del 1933) ad opera dello sceneggiatore Paul Dehn.
Finney offrì prove di rilievo fino ai primi anni Ottanta (Shoot the Moon, Spara alla luna, Alan Parker, 1982; The Dresser, Il servo di scena, Peter Yates, 1983, tratto dalla commedia di Ronald Harwood, 1979; Under the Volcano, Sotto il vulcano, John Huston, 1984, dall’omonimo romanzo di Malcom Lowry, 1947), mentre successivamente rivolse le sue attenzioni all’attività televisiva in luogo di quella cinematografica: sul grande schermo continuò comunque ad apparire sporadicamente,  per lo più ruoli da comprimario, con qualche rimarchevole eccezione, idonea ad evidenziarne ancora una volta l’indimenticabile disinvoltura recitativa (Orphans, Un ostaggio di riguardo, Alan J. Pakula, 1987; Playboys, Gillies MacKinnon, 1992; The Run Of The Country, Un sogno senza confini, Peter Yates, 1995; The Browning Version, I ricordi di Abbey, Mike Figgis, 1994; Big Fish, Tim Burton, 2003). L’ultima apparizione cinematografica di Finney risale al 2012, Skyfall, di Sam Mendes.

 

Una risposta a “Un ricordo di Albert Finney

  1. L’ha ribloggato su Lumière e i suoi fratelli.

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