Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express, 1974)

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Agatha Christie (in origine pubblicato a puntate sulle pagine del The Saturday Evening Post, nell’estate del 1933) ad opera dello sceneggiatore Paul Dehn per la regia di Sidney Lumet, Assassinio sull’Orient Express, diversamente dal citato componimento letterario, pone un prologo alla narrazione principale (che ha luogo nel 1935), un accadimento avvenuto 5 anni prima, il rapimento della piccola Daisy Armstrong all’interno della villa dei suoi genitori, assenti per un viaggio, del quale furono testimoni la bambinaia, la cuoca, il maggiordomo e la cameriera.
Il riscatto richiesto fu prontamente pagato, ma la bambina venne rinvenuta uccisa. Si riuscì a consegnare alla giustizia l’esecutore ma non il mandante dell’efferato crimine, la cui scia di morte trovò presto altre vittime: la madre di Daisy, attrice, deceduta per una emorragia conseguente al parto di un figlio prematuro, a sua volta nato morto, il padre, colonnello, suicidatosi, al pari della domestica Paulette, ingiustamente accusata di essere coinvolta nel rapimento.
Dopo tale antefatto, la narrazione si sposta sulla costa orientale di Istanbul, dove alcuni passeggeri si stanno imbarcando per raggiungere la stazione ferroviaria e proseguire il viaggio sull’Orient Express fino a Calais.
Tra questi vi è il famoso investigatore privato Hercule Poirot (Albert Finney), di ritorno a Londra, il quale troverà posto in carrozza grazie all’intervento del suo amico Bianchi (Martin Balsam), dirigente della Compagnie Internationale des Wagon Lits.

Albert Finney

Al secondo giorno di viaggio, con il treno bloccato in territorio jugoslavo causa una slavina sui binari, un passeggero, l’arrogante uomo d’affari Samuel Ratchett (Richard Widmark), viene trovato morto all’interno della sua cabina, assassinato con 12 pugnalate, come precisa il dottor Costantine (George Coulouris). Su richiesta di Bianchi, Poirot inizia le indagini, procedendo all’interrogatorio degli altri 12 passeggeri della carrozza per Calais, oltre che di Pierre Paul Michel (Jean Pierre Cassel), responsabile della vettura di prima classe. Tutti i viaggiatori appaiono allo stesso tempo moralmente irreprensibili e con qualcosa da nascondere: il nevrotico Hector McQueen (Anthony Perkins) e l’ineffabile Edward Beddoes (John Gielgud), rispettivamente segretario e maggiordomo della vittima; la caustica Mrs. Hubbard (Lauren Bacall); l’insegnante Mary Debenham (Vanessa Redgrave); il colonnello Arbuthnot (Sean Connery); la principessa Natalia Dragomiroff (Wendy Hiller) e la sua cameriera Hildegarde Schmidt (Rachel Roberts); il conte (Michael York) e la contessa (Jacqueline Bisset) Andrenyi; Greta Ohlsson (Ingrid Bergman), missionaria; Gino Foscarelli (Dennis Quilley), venditore di automobili; Cyrus Hardman (Colin Blakely), detective della Pinkerton in incognito.
Fra indizi sagacemente individuati e altri lasciati a bella posta, Poirot giungerà alla soluzione…

Anthony Perkins

Murder on the Orient Express è, ancora oggi, una mirabile composizione di scrittura, regia e recitazione, esaltata dalle raffinate scenografie (Tony Walton) e da una fotografia (Geoffrey Unsworth) idonea a far risaltare con naturalezza luce e colori tanto in interno quanto in esterno. L’impostazione appare piuttosto classica, suffragata dalla mano di un regista abile a cavalcare i generi con maestria e disinvoltura, particolarmente attento alle inquadrature dei vari personaggi, sia al momento di accompagnarne l’entrata in scena, sia nelle soggettive volte ad individuare gli aspetti della loro personalità. Ugualmente può scriversi per i particolari relativi al momento della partenza del treno (enfatizzati da una carrellata all’indietro) o alla sua corsa sui binari. Rimarchevole la scioltezza con la quale si dipana l’intreccio narrativo all’interno di uno spazio ristretto (già evidente nell’opera d’esordio di Lumet, 12 Angry Men, La parola ai giurati, 1957).
Nella cornice di una “commedia umana” (non a caso Poirot cita Balzac nel corso dell’indagine), Lumet dirige con piglio divertito e divertente un film rispettoso del giallo d’origine, avalla le linee del ragionamento deduttivo rivolto alla soluzione del crimine e non tralascia punte sarcastiche ed amare relative alla disgregazione dei valori. Al riguardo appare ottima l’interpretazione offerta da Finney, soppesata e accorta nel palesare una composta ironia, oltre che camaleontica e ragionevolmente bizzarra nel visualizzare i vezzi culinari ed estetici propri del personaggio di Poirot.

Lauren Bacall

L’iter narrativo riesce ad ammaliare in virtù della rivelazione graduale dei caratteri all’interno di un ambiente necessariamente claustrofobico, dove la temporalità è scandita dall’attesa dell’arrivo dei soccorsi:la fase dei vari interrogatori, intervallati assecondando una ricercata lentezza, è una vera e propria partita a tennis fra regia e recitazione, particolarmente godibile nella versione originale, pur apprezzando il valido doppiaggio italiano.
Risalta così, fra le altre, la glaciale e mordace interpretazione offerta dalla Bacall, e, soprattutto, quella delineata da Ingrid Bergman, qui al suo terzo Oscar, come Miglior Attrice non Protagonista. Lumet, infatti, ne asseconda l’andamento recitativo, girando la scena dell’interrogatorio di mademoiselle Ohlsson in un unico piano sequenza, così da offrire opportuno rilievo alla figura di una donna sconvolta dall’aver subito un profondo trauma, le cui angosce esistenziali hanno trovato conforto, a suo dire, nella parola divina, che l’ha spinta verso l’esperienza missionaria in Africa, a favore dei bambini disagiati, come spiega districandosi a fatica in un particolare inglese storpiato dalla lingua d’origine.

Ingrid Bergman

Riguardo il resto del cast, difficile dimenticare il particolare luccichio avvertibile nello sguardo di Vanessa Redgrave, la risoluta compostezza di Sean Connery, la raggelante eleganza espressa dalla Hiller nei panni della principessa Dragomiroff, o la perturbante psiche in affanno di Anthony Perkins.
Memorabile la sequenza volta ad illustrare la ricostruzione dell’omicidio da parte di Poirot, tutti i sospettati riuniti in silenzio all’interno di uno stesso vagone, con la macchina da presa ad indagare sulle loro espressioni mano a mano che vengono prospettate le possibili soluzioni del caso, due in definitiva: una, suggerita e “pronto uso”, da affidare alla giustizia codicistica, l’altra, più precisa e circostanziata, che si sostanzia nell’attuazione di un rituale vendicativo dall’acre sapore ieratico, circoscritto all’interno della capacità umana di autoassolversi. Un risvolto inquieto ed angosciante, proprio della sfrontata sicumera di aver comunque “fatto giustizia” (con tanto di brindisi finale liberatorio), affidato allo sguardo, amareggiato e rassegnato al contempo, del compassionevole giudice Poirot, autoproclamatosi sofferta entità determinatrice dell’umano destino.

Pubblicato su “Diari di Cineclub” n.57 del 02/01/2018

 

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