Quanto basta

Roma, oggi. Arturo (Vinicio Marchioni) sta per lasciare il carcere, sconterà il resto della condanna (rissa aggravata) conducendo un corso di cucina in un centro di accoglienza per ragazzi autistici, gestito dalla psichiatra Anna (Valeria Solarino). Il nostro, infatti, ha dei trascorsi da chef pluristellato, ed è egualmente noto per il suo carattere fumantino, poco incline ai compromessi, come fa notare Guido (Luigi Fedele), giovane affetto dalla Sindrome di Asperger, in grado di riconoscere con un piccolo assaggio ogni singolo ingrediente di una pietanza, e la cui grande passione per l’arte culinaria viene perpetrata anche attraverso il ricordo delle ricette di Pellegrino Artusi. La schiettezza esternata da Arturo, lungi da qualsiasi accondiscendenza pietistica, che trova d’altronde il suo contraltare  nella resa immediata dei sentimenti manifestata da Guido, pur nei limiti della suddetta sindrome che ne limita l’interazione sociale, farà sì che fra i due sorga una sorta di empatia reciproca, tanto da scoprire mano a mano alcuni punti in comune, per esempio il rapporto con una figura paterna circoscritto tra incomprensione e vicendevole conflitto.

Vinicio Marchioni e Luigi Fedele

L’aspirante cuoco, del quale si prendono cura i nonni, indica il suo maestro quale tutor nell’ambito di un talent culinario che avrà luogo in Toscana: Arturo accetta malvolentieri, ha in corso importanti trattative che potrebbero risollevarne le sorti, ma poi resterà coinvolto nelle avventure del ragazzo, un’occasione per chiudere definitivamente i conti col passato, quest’ultimo pronto a fare ritorno nella figura del suo mentore, Celso (Alessandro Haber), ritiratosi in campagna ad allevare lombrichi, ma anche in quella del blasonato ed infido collega Marinari (Nicola Siri), oramai frequentatore dei “salotti buoni” televisivi più che delle cucine di un ristorante…Diretto da Francesco Falaschi, anche autore della sceneggiatura insieme a Filippo Bologna, Ugo Chiti e Federico Sperindei, Quanto basta è un film che, al netto di situazioni già viste e di qualche cedimento dello script lungo l’arco narrativo, merita una visione per la suggestiva compostezza resa all’interno della messa in scena, senza indulgere in moralismi d’accatto o toni ipocriticamente comprensivi, espressi quest’ultimi in nome del “politicamente corretto”.

Marchioni e Valeria Solarino

Visualizza dunque una situazione di neurodiversità, delineata con sagacia all’interno di un percorso formativo le cui tappe, comprensive di vari ostacoli, faranno sì che essa trovi confluenza verso un’abitualità esistenziale nel cui ambito potrà costituire opportuna diversificazione rispetto ad una condotta omologante, volta ad assecondare una fallace differenziazione, basata sull’acquiescenza supina di uno standardizzato input esistenziale. Ancora prima di regia e sceneggiatura, a fare la differenza nell’opera in esame intervengono le più che valide interpretazioni attoriali, idonee a rimarcare situazioni ed accadimenti con vivida espressività, oltre ad assecondare una narrazione che procede attraverso un intercalare e giustapporsi di immagini, a volte forse troppo sottolineate dall’incedere delle musiche. Da lodare l’idea di lasciare che i caratteri dei protagonisti si svelino gradualmente, senza alcun apporto didascalico, come nella felice sequenza d’apertura, quando riusciamo ad intuire la personalità di Arturo, espressa da Marchioni con naturale aderenza al personaggio, dal succedersi delle sequenze che lo vedono far ritorno a casa dopo l’esperienza del carcere.Lo stesso può dirsi riguardo gli altri interpreti, vedi la sensibilità propria di Anna, appena ammantata dalle pastoie burocratiche di cui farebbe volentieri a meno, alla quale Valeria Solarino offre dolcezza e determinazione, ma soprattutto la caratterizzazione, genuina, mai “pesante”, prospettata da Fedele nel dare corpo ed anima a Guido, dosando con accortezza ironia e realismo.

 

Alessandro Haber

Gustosa, e significativa ai fini narrativi, la partecipazione di Alessandro Haber: il suo Celso è pregno di quella disillusione propria di chi non riconosce valenza alcuna ad un ostentato star system culinario, una cucina che nei suoi orpelli autoriali ha preso sempre più le distanze da quell’essenzialità creativa idonea a  coniugare cura e ricercatezza della proposta. Grande merito della pellicola, riprendendo ed elaborando in conclusione quanto già scritto, è di descrivere la tematica del disagio mentale senza alcun filtro, dosando sensibilità e “sana” leggerezza quanto basta, espressione che rappresenta il vero e proprio leitmotiv del racconto filmico, ovvero saper riconoscere, e qui interviene il fattore esperienza e i vari errori dai quali apprendere, la giusta misura di un ingrediente da aggiungere, così da rendere la giusta sapidità ad una ricetta e, metaforicamente, all’ordinario incedere quotidiano. Certo, la regia non sempre è particolarmente incisiva, le vicende sentimentali rallentano un po’ il ritmo e al contempo avrebbero meritato uno sviluppo più approfondito (l’approccio di Guido verso Giulietta, per esempio), ma per sincerità e spontaneità siamo di fronte ad una buona realizzazione, i cui elementi distintivi sono eleganza, grazia propositiva, “affetti speciali” e licenza di sognare, con uno sguardo rivolto al futuro.

 

 

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