I diabolici (Les diaboliques, 1954)

Francia, anni ’50. A Saint Cloud sorge un collegio maschile diretto da Michel Delassalle (Paul Meurisse), uomo severo, violento e dispotico, tanto con gli alunni che con il corpo insegnante, del quale fanno parte anche la moglie Christina (Vera Clouzot), grazie al cui denaro ha potuto fondare il collegio, e l’amante Nicole (Simone Signoret).
Tra le due donne vi è un ambiguo rapporto di complicità, entrambe infatti soffrono a causa dei maltrattamenti, psicologici e fisici, di Michel e progettano un piano per ucciderlo, anche se Christina, profondamente cattolica, nutre più di una ritrosia al riguardo. Approfittando di un breve periodo di vacanza, Christina e Nicole si recano a Niort, dove la seconda ha una casa, così da attuare il loro intento criminale: attirare Michel nell’appartamento col pretesto della richiesta di divorzio, fargli bere un liquore drogato e poi soffocarlo nella vasca da bagno.
Tutto andrà come previsto, il corpo, chiuso in una cesta di vimini, viene trasportato in auto sino al collegio, così da gettarlo nella piscina, di modo che, una volta riemerso il cadavere, si possa pensare ad un tragico incidente…

Vera Clouzot e Paul Meurisse

“Non siate diabolici!
Non distruggete l’interesse che i vostri amici potrebbero nutrire per questo film. Non raccontate loro ciò che avete visto. Grazie per loro” ; raccogliendo l’invito del  regista Henri-Georges Clouzot, ho volutamente descritto nella trama del film l’evento delittuoso, visto che non è certo la preparazione del piano e la sua esecuzione a suscitare le più forti emozioni, ma quanto avverrà subito dopo, riportato nella messa in scena attraverso una regia piuttosto rigorosa, essenziale,  idonea a far emergere con lucidità e forza espressiva quel raccapriccio, che poi in fondo è il vero orrore, suscitato  dalla meschinità e dalla doppiezza che si celano nell’inconscio dell’animo umano. Soppesando le inquadrature,  tanto nell’indugiare su ogni particolare quanto nello scandagliare gli stati d’animo, Clouzot coinvolge lo spettatore all’interno di un’atmosfera torbida e macabra, accentuata dalla  fotografia espressionista, in bianco e nero,  di Armand Thirard e dalla totale assenza di colonna sonora, presente solo nei titoli di testa e di coda, in ossequio a quel realismo poetico di scuola francese che invitava ad una rappresentazione oggettiva della realtà, evitando che fosse minata da evidenti elementi di finzione.

Clouzot e Simone Signoret

Più che un adattamento propriamente detto del romanzo Celle qui n’était plus (1952) di Boileau (pseudonimo di Pierre Boileau) e Narcejac (pseudonimo di Thomas Narcejac), siamo di fronte ad un vero e proprio lavoro di riscrittura ad opera dello stesso regista coadiuvato da  René Masson, Jérôme Géronimi, Frédéric Grendel, seguendone e mantenendone però l’impostazione di base, certo innovativa rispetto a quella consueta dei vari thriller, in particolare di scuola britannica. L’iter narrativo è infatti incentrato, riprendendo quanto su scritto, non sul compimento di un delitto da parte di un misterioso assassino, bensì sulla meticolosa ricostruzione dell’evento delittuoso così come ingegnato dal suo esecutore, dalle sue esecutrici in tal caso, Christina, interpretata con realistica aderenza da Vera Clouzot, continuamente rosa dai sensi di colpa, divisa tra l’amara soddisfazione di essersi vendicata dei soprusi del marito e l’angoscia di aver messo in atto un piano tanto crudele, e Nicole, magnificamente resa da Simone Signoret, glaciale e spietata esecutrice, in apparenza estranea e refrattaria ad ogni emozione.

Noi spettatori quindi veniamo a conoscenza del piano diabolico volto ad eliminare Michel ed assistiamo al suo compimento, il meccanismo della suspense verrà ad insinuarsi gradualmente, incentrato sulle reazioni psicologiche delle due assassine, sull’eventualità che possano farla franca o meno e, soprattutto su un ben congegnato colpo di scena che ad un certo punto capovolgerà l’assunto di quanto narrato e visualizzato fino a quel momento. L’essenza del film credo possa rinvenirsi in una didascalia che appare all’interno dei titoli di testa: “un quadro è immancabilmente morale quando è tragico e quando riflette l’orrore delle cose che rappresenta”, una frase che ben si adatta alle tematiche perseguite da Clouzot fin dalla sua opera d’esordio (L’assassin habite au 21, L’assassino abita al 21, 1942), ma in particolare dalla seconda realizzazione (Le corbeau, Il corvo, 1943): portare in scena, attraverso modalità rappresentative volte ad un vivido realismo e ad un’attenta composizione formale, la condotta di  vita moralmente riprovevole della provincia, narrata con toni tanto disincantati quanto permeati di una certa lucidità giocando sulla suspense  e sulla critica di costume.

Volendo si potrebbe riscontrare un’analogia in letteratura con  le opere di Georges Simenon, che vedono spesso protagonisti esponenti della piccola borghesia, descritti realisticamente nei loro comportamenti e nelle loro psicologie, alle prese con le consuete problematiche giornaliere, invischiati in vicende drammatiche, la cui soluzione viene  affidata all’autorità inquirente.
Da I diabolici di Clouzot vennero ricavati due film per la televisione americana (Reflections of Murder, 1974, John Badham; House of Secrets, 1993, Mimi Leder), mentre nel 1996 fu girato un remake, Diabolique, regia di J.S.Chechick, con Sharon Stone e Isabelle Adjani, non particolarmente ispirato nella sua sovraesposizione di  musiche ed effetti speciali invadenti.
Un’occasione per ammirare I diabolici sul grande schermo lo offre Fondazione Cineteca Italiana che dal 6 al 24 maggio proporrà al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano Omaggio a Henri-Georges Clouzot, una completa rassegna cinematografica per celebrare uno dei grandi autori del cinema noir francese degli anni Quaranta.

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