Io e Annie (Annie Hall, 1977)

New York, anni ’70. Alvy Singer (Woody Allen), comico televisivo, parla di sé, sguardo rivolto verso la macchina da presa:il lavoro, l’amore idolatrante per la città in cui vive, le telluriche ambasce esistenziali, dalla concezione pessimistica dei rapporti umani ai problemi con le donne, maturati ambedue già dai tempi dell’infanzia, come illustrano alcuni illuminanti flashback; introduce poi la figura di Annie Hall (Diane Keaton), con la quale si sono lasciati da circa un anno, raccontando, senza omogeneità temporale, i vari momenti della loro relazione, dalle difficoltà che andavano a presentarsi mano a mano, anche nei rapporti intimi, nonostante le sedute dallo psicanalista, al primo incontro in occasione di una partita di tennis, la felicità che andava di pari passo con dubbi e problematiche, per esserne poi sopraffatta.
D’altronde, per quanto gli opposti possano attrarsi, Annie ed Alvy erano profondamente diversi: lei cantante di night club senza una vera e propria cultura, d’estrazione familiare wasp, piuttosto estroversa per quanto a tratti insicura, lui ebreo, intellettuale liberal tendenzialmente umbratile e dalla personalità dilaniata. Una volta che Annie si lascerà convincere da un produttore discografico (Paul Simon) a seguirla in California, dove potrà garantirle una sicura carriera, Alvy cercherà, inutilmente, di convincerla a tornare; la loro storia gli servirà da spunto per dar vita ad una commedia e comunque i due avranno modo di rincontrarsi e trascorrere piacevolmente qualche ora insieme, constatando come si sia rimasti buoni amici, ma nulla di più.

Diane Keaton e Woody Allen (Variety)

Recentemente riproposto dalla Cineteca di Bologna in versione restaurata, nell’ambito delle sale aderenti all’iniziativa Il cinema ritrovato- Al cinema, Io e Annie, datato 1977 e vincitore di quattro Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, Allen e Marshall Brickman, miglior attrice protagonista. Diane Keaton) rappresenta l’opera di svolta nella carriera di Woody Allen, una commedia improntata ad una comicità più strutturata e riflessiva, scaturente in particolare dagli incisivi e brillanti dialoghi, rispetto alle farse degli esordi, spesso esili e sgangherate, per quanto spassose nella loro miscellanea fra toni surreali, slapstick e battute fulminanti, eredità dei trascorsi televisivi e cabarettistici d’inizio carriera.
Debuttano anche i titoli di testa nel carattere che a tutt’oggi contraddistinguono i film di Allen. Richiamandosi esplicitamente ai modelli classici raffiguranti “la battaglia dei sessi”, in particolare le commedie che vedevano protagonisti Katharine Hepburn e Spencer Tracy, Allen vi apporta quale elemento di novità, che da qui in poi andrà a caratterizzare buona parte delle produzioni americane rientranti nel genere, una forte connotazione psicologica: i contrasti fra la coppia non risultano determinati infatti da accadimenti esterni, bensì dalla manifestazione delle rispettive nevrosi, che si palesano mano a mano.

(Collegehumor)

Viene offerto  dunque  spazio ad una certa interiorizzazione che lo avvicina ad Ingmar Bergman, in particolare nella consapevolezza di una dimensione anche metaforica del cinema, come fa notare Franco La Polla  in Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood (Editrice Il Castoro, 2004). Rispetto all’autore svedese i toni appaiono però più smorzati, certo riflessivi ed autoriflessivi, considerando l’indulgere ironico, ed autoironico, verso l’autobiografia; molte le note pungenti nel descrivere i vari ambienti, dal mondo dello spettacolo a quella della classe borghese ed intellettuale newyorkese, offrendo un andamento narrativo che va a delinearsi con naturalezza ed un certo equilibrio, grazie anche al montaggio di Ralph Rosenblum, il quale riesce a porre un certo ordine, in nome dell’armonia e dell’eleganza, alla massima libertà espressiva che Allen sprigiona in questo film, del tutto paragonabile, riporto la mia primaria sensazione, ad un liberatorio flusso di coscienza relativo alla propria posizione esistenziale, umana ed artistica, delineando fin da subito, fra vezzi ed idiosincrasie, un “micidiale” mix di cinismo “pratico”, paranoie e misantropia.

Allen, Tony Roberts, Keaton (Amazon)

Il nostro si offre frontalmente alla macchina da presa, a partire dal monologo  iniziale, mischiando così le carte in tavola fra realtà e narrazione filmica (l’emblematica sequenza della fila al cinema, in cui offre opportuna “punizione” ad un logorroico e presuntuoso intellettuale), ricorre allo split screen (una sequenza su tutte, le rispettive sedute di Alvy ed Annie dallo psicanalista) e all’animazione, denota trovate geniali nel rappresentare le modalità comportamentali uomo-donna nella fase della conoscenza e reciproco studio strategico dei propri caratteri (i sottotitoli che ne rispecchiano i reali pensieri, del tutto diversi rispetto a quanto esprimono a voce, cercando in tale ultimo caso di esprimere approvazione e compiacimento). Rilevante poi la visualizzazione del disagio, fisico e psicologico, nel relazionarsi sessualmente col partner, reso efficacemente dalla sequenza in cui l’ “anima” di Annie si distacca dal corpo, osservando con distaccato compatimento la consumazione del coito. Mirabili anche i vari flashback, commentati dai protagonisti, i quali interagiscono ed intervengono, il surreale fa felicemente capolino, nell’ambito di accadimenti passati.

Degno di nota il personaggio di Annie,  reso dalla Keaton con evidente senso di immedesimazione (il cognome, Hall, è quello vero dell’attrice), tanto nel riportare sulla scena una curiosa alternanza tra improvvisa euforia ed elusività, quanto un abbigliamento a dir poco stravagante, a suo modo irriverente, rispecchiante comunque la suddetta personalità piuttosto “sussultoria”, che d’altra parte non appoggia su solide base culturali, certo più lasche ma anche maggiormente adattabili alle diverse situazioni e circostanze rispetto a quelle esibite da Alvy, a volte con una certa spocchiosa alterigia, pur espressa con amaro e disincantato sarcasmo (per esempio E’ che l’immondizia non la buttano via, la mettono nei programmi televisivi, la sua risposta ad Annie che non può fare a meno di notare l’ordine e la pulizia di Los Angeles rispetto a New York). Alvy, al pari del suo interprete, è fiero della propria integrità, sul cui altare sacrifica volentieri ottimismo e spensieratezza, come risulta evidente dal confronto con il collega Rob (Tony Roberts), il quale rimprovera all’amico il suo egocentrico vittimismo.

Finale realistico ed intrigante, che rifugge dal classico happy end, garantito invece dalla commedia che Alvy metterà in piedi ispirandosi alla sua relazione con Annie, delimitando il labile confine fra realtà e rappresentazione scenica: “si tende alla perfezione almeno nell’arte, perché è tanto difficile nella vita” (come dargli torto…). Il pessimismo però è appena mitigato dalla riflessione, nel più puro stile alleniano, espressa da Alvy sulle relazioni sentimentali, sempre rivolgendosi con complicità agli spettatori, che andrà a chiudere il film e a cui parimenti affido la conclusione dell’articolo: Frattanto si era fatto tardi e tutt’e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba, stupenda e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io ripensai a cosa fosse l’amore.
L’amore credo sia come una vecchia barzelletta, sapete, quella dove uno va da uno psichiatra e dice: Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina.
E il dottore gli dice: Perché non lo interna? E quello risponde: E poi a me le uova chi me le fa? Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo /donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, pazzi, e assurdi! Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova”
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