Un ricordo di Burt Reynolds

Burt Reynolds (BBC)

Fisico indubbiamente macho, un volto che sembrava scolpito nella roccia, modi spicci da buon “duro”, appena ammorbiditi da una soffusa ironia, l’attore Burt Reynolds (Burton all’anagrafe, Waycross, Georgia, 1936, padre cherokee e madre italiana),  ci ha lasciato ieri, giovedì 6 settembre; fin dagli esordi è riuscito a delineare un’aura iconica che si è mantenuta stabile fino ai giorni nostri, consegnandola definitivamente  all’immaginario collettivo, nonostante l’alternarsi fra ruoli da più che valido protagonista in film dall’impianto piuttosto solido ad altri da bravo caratterista in realizzazioni caratterizzate da plot deboli e regie non del tutto incisive. Reynolds si dedicò alla recitazione una volta che fu costretto ad abbandonare la carriera sportiva da giocatore di football (professionista) in seguito ad un incidente d’auto, frequentando così l’Hyde Park Playhouse di New York ed iniziando a recitare in teatro e in televisione.

(MovieRob)

L’esordio sul grande schermo avvenne nel 1961, Angel Baby (Anonima peccati, Paul Wendkos e Hubert Cornfield), proseguendo poi con la partecipazione in pellicole minori e il ruolo da protagonista nel western di Sergio Corbucci Navajo Joe, 1966.
Dopo essere stato diretto da Woody Allen in  Everything you always wanted to know about sex, but were afraid to ask (Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere, 1972, era fra gli addetti alla “stanza dei bottoni” nell’episodio Cosa succede durante l’eiaculazione?), Reynolds nello stesso anno si vide offrire la parte che avrebbe dato la svolta definitiva alla sua carriera, il ruolo di Lewis Medlock in Deliverance (Un tranquillo week-end di paura, John Boorman); tratto dall’omonimo romanzo di James Dickey, il quale collaborò alla sceneggiatura, Deliverance si rivelò un film particolarmente diretto, se non brutale, nel visualizzare tanto la ferinità insita nell’essere umano quanto l’esteriorizzazione di una “natura matrigna”, per dirla col Leopardi, e diede la possibilità a Reynolds di rendere evidenti la sua valenza recitativa in film d’azione.

(Pinterest)

Da ricordare anche l’incontro con Robert Aldrich, che lo diresse in due pellicole altrettanto rilevanti per la carriera del nostro, nel 1974 (The Longest Yard,  Quella sporca ultima meta) e nel 1975 (Hustle, Un gioco estremamente pericoloso, basato sul romanzo City of Angels, Steve Shagan), così come le buone prove offerte, nel corso degli anni ’70 e per buona parte degli ’80, all’insegna di una certa duttilità, in commedie quali At long last love (Finalmente arrivò l’amore, 1975, Peter Bogdanovich), Lucky Lady (In tre sul Lucky Lady, Stanley Donen, 1975), Silent Movie (L’ultima follia di Mel Brooks, 1976, Mel Brooks), Nickelodeon (Vecchia America, 1976, ancora Bogdanovich), il cult, mirabile concentrato di commedia ed azione, Smokey and the Bandit (Il bandito e la “Madama”, 1977, Hal Needham, che diresse anche il seguito nel 1980, da noi noto come Una canaglia a tutto gas, mentre una “parte terza” ebbe la luce nel 1983, per la regia di Dick Lowry).

Senza dimenticare titoli quali Best Friends (Amici come prima, 1982, Norman Jewison) o, in particolare, The Man Who Loved Women (I miei problemi con le donne, Blake Edwards, 1983, che traeva parziale ispirazione  da L’homme qui aimait les femmes, 1977, François Truffaut),  non si può fare a meno di notare come, sul finire degli anni ’80 e per tutto il decennio successivo, ma anche negli anni “col doppio zero”, Reynolds  sfruttasse un’alternanza di ruoli in film d’azione e commedie, senza però,  riuscire ad andare oltre un’insistita, e a volte stanca, ordinarietà. Un’intensa caratterizzazione recitativa la si può certo rinvenire, sorta di canto del cigno, in Boogie Nights, diretto nel 1997 da Paul Thomas Anderson, nei panni di Jack Horner, regista di film porno, che gli valse una nomination agli Oscar e ai BAFTA come Miglior attore non Protagonista.

(Maxim)

Andando a concludere, una testimonianza di come Reynolds sia entrato nel’immaginario collettivo a livello iconico, andando al di là dell’avvicendamento fra eccellenza e mediocrità nell’ambito delle sue numerose interpretazioni, riprendendo così in chiusura quanto scritto ad inizio articolo, si può citare, avallando un pizzico d’ironia, il dialogo fra Nadia (Eleonora Giorgi) e Valeria (Isa Gallinelli) in Borotalco, diretto nel 1982 da Carlo Verdone: (…) (…) “E tra… Burt Reynolds e Robert Redford?” “Ma Burt è troppo buro! Forse meglio Redford. Me sembra un po’ più tenero, più dolce”. “No, io Burt! Poi secondo me c’ha pure più sesso. Ma l’hai visto in costume da bagno che dè? È una delle poche prove dell’esistenza de Dio! Fatte servi’!”.

2 risposte a “Un ricordo di Burt Reynolds

  1. per me resterà il duro con arco e frecce in Deliverance!

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    • Ciao Vincenzo, anche per me… ma con un pensiero a “Navajo Joe” di Corbucci, film detestato da Reynolds, e un altro a Bill/il Bandito (“Smokey and the Bandit”)… Grazie, un saluto.

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