“I bambini di Rue Saint-Maur 209”/ “Chi scriverà la nostra storia”: la memoria contro l’oblio

Secondo la tradizione e cultura ebraica quando un ebreo rende visita ad un defunto deposita sulla tomba una pietra, a testimonianza del proprio passaggio, rappresentando così legame e memoria: ritengo che identico simbolismo possa essere raffigurato da due film di recente uscita, I bambini di Rue Saint- Maur 209 e Chi scriverà la nostra storia, entrambi dei documentari, con diverse modalità narrative e differenti stili di regia, ma mossi da identico anelito: far sì che nella quotidiana realtà, al cui interno ormai “udiamo senza intendere e  guardiamo senza vedere” (cit. Isaia, Mt.), persi nel nostro individualismo materiale ed ideologico, la Storia possa divenire definitivamente maestra di vita (Cicerone) e trovi i suoi scolari (Antonio Gramsci). Solo così sarà possibile abbattere le sempre più spesse barriere dei calcolati oblii, costruite mattone su mattone da pressanti  negazionismi e revisionismi, cementando il tutto con la sempre viva tentazione di sentirsi più uguali degli altri, non potendo colmare in altro modo la propria mediocrità di essere umano per non riuscire a percepire nell’altro, nel “diverso”, una proiezione di sé; Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi (…), come ebbe modo di scrivere Umberto Eco nella famosa lettera rivolta al nipote.

I bambini di Rue SaintMaur 209, diretto da Ruth Zylberman, anche autrice della sceneggiatura insieme a François Prodromidès,  trova il suo punto di partenza in un edificio del X arrondissement di Parigi, una di quelle solide costruzioni destinate a restare indenni dalle avversità del tempo, naturali o inferte dall’uomo, come i bombardamenti, ma le cui spesse mura non hanno potuto impedire, il 16 luglio del 1942, il violento rastrellamento degli ebrei polacchi qui residenti, che andavano a costituire, su 300 anime che vi abitavano, un terzo degli stranieri, insieme ad italiani e rumeni, sulla base del censimento ordinato nel 1936. Per lo più operai, venditori ambulanti, negozianti, che avevano sperato di trovare in terra francese se non condizioni di vita migliori, almeno la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa, esseri umani che, come tutti, si davano fare per superare le varie difficoltà ed assicurare a sé e ai propri cari il necessario sostentamento.
I “morbidi” movimenti della macchina da presa dall’esterno verso l’interno, l’indugiare sulle pareti, sul cortile, e poi sui vari pianerottoli, il proiettare sui muri immagini di repertorio testimonianti la vita del periodo e le rappresaglie persecutorie che trovarono attuazione, rendono l’edificio protagonista, partecipe “vivo” delle vicende che vengono narrate dai bambini di ieri, ricordi a volte vividi, che trovano però fatica a venir fuori in quanti preferirebbero dimenticare il devastante orrore vissuto, ma riescono comunque a descriverlo, ricercando una catarsi condivisa.

Dalla schedatura degli ebrei francesi e stranieri da parte delle autorità su ordine dell’occupante tedesco, all’arresto ed internamento degli uomini nei campi di Beaune-la Rolande e Pithiviers, i primi, anche se al momento ne erano ignari, che saranno deportati, passando per la perdita delle proprie attività, il sequestro dei mezzi di lavoro, l’imposizione della Stella di David cucita, con precise regole, sui vestiti, a farsi marchiatura di una imposta diversità, fino al citato rastrellamento del 16 luglio 1942, il rumore secco e assordante dei passi frenetici sulle scale, il bussare violento alle porte, il panico crescente, la separazione, una volta radunati al Vélodrome d’Hiver, non solo tra uomini e donne, ma anche dei bambini dalle loro madri, neonati strappati dalle braccia con brutalità e trattati come merce nel gettarli, letteralmente, all’interno delle camionette. All’improvviso, narra uno di quei ragazzini di allora, “mi ritrovai solo, e ho da subito capito che non c’era più un prima, dovevo pensare a sopravvivere …” L’autrice indaga con discrezione attraverso l’obiettivo sui loro volti, persone ancora residenti a Parigi, altre che è riuscita ad individuare oltre l’Atlantico, in Australia o in America, al tempo dati in custodia dai genitori a persone fidate e che poco ricordano  di quei devastanti momenti in cui si ritrovarono, troppo piccoli per capirne il motivo, all’interno di una famiglia diversa da quella d’origine.

Se ascoltare le varie testimonianze è una toccante condivisione, ancora più empatico è il finale del documentario, i vecchi abitanti di Rue Saint-Maur 209, coloro che sono sopravvissuti, quanti hanno toccato con mano, direttamente o indirettamente, l’accanirsi feroce dell’uomo contro se stesso, si ritrovano nel cortile, camminano su quel selciato già calpestato anni addietro, salgono le stesse scale… Sì, qualcosa è cambiato, ma nulla potrà mai cancellare ciò che lo stabile rappresenta e, ci si augura, continuerà a rappresentare per le generazioni future.
Lo sguardo colmo di lacrime ma rasserenato dalla definitiva comprensione e dalla fattiva compartecipazione ad un dolore mai estinto,  rende a quei luoghi la purificazione di chi ha già incontrato l’orrore e l’abominio, ma non può fare a meno di ricordare, verbo che nella sua etimologia indica quale organo propenso a tale funzione il cuore, ritenuto ai tempi sede della memoria: un invito a far sì che il ricordo, la memoria, siano espressione di un’ umana condivisione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati contro l’umanità, passati e, purtroppo, tuttora presenti ed incombenti. Passando a Chi scriverà la nostra storia, scritto e diretto da Roberta Grossman (sulla base dell’omonimo libro di  Samuel Kassow), presentato nella sezione Eventi Speciali della XIII Festa del Cinema di Roma, il docufilm si presenta come un’opera dalla costruzione tanto raffinata quanto potente nel suo impatto complessivo.

 Riesce infatti a delineare, attraverso il classico ma sempre suggestivo intarsio fra materiale d’archivio, ricostruzione filmica ed interviste, un lineare ed inconfutabile confine tra verità storica e menzogna, offrendo dovuto risalto alla prima ed affossamento definitivo alla seconda, sulla base di documenti non ancora del tutto conosciuti, per quanto siano stati inclusi nel 1999 all’interno del Programma Memoria del Mondo dell’Unesco, insieme ad altre due collezioni polacche, i capolavori di Chopin e le opere scientifiche di Copernico. Commissionare la scrittura di diari, saggi, storie quotidiane, poesie, canzoni, ma anche la raccolta di qualsiasi oggetto potesse rivelarsi utile a rendere tangibile agli storici quanto sofferto, emarginazione, stenti, umiliazioni, dalla popolazione ebraica all’interno del ghetto di Varsavia, una volta che venne chiuso dai tedeschi nel 15 novembre del 1940, dopo aver invaso la Polonia nel settembre del 1939, trasformandolo di fatto in un lager; il tutto fino all’insurrezione del 19 aprile 1943, quando si provvide alla sepoltura del materiale raccolto in un luogo segreto: questo fu il compito precipuo che intese perseguire  l’Oyneg Shabes (La gioia del sabato in yiddish), un gruppo segreto guidato dallo storico Emanuel Ringelblum (interpretato fisicamente da Piotr Glowacki, la voce narrante è di Adrien Brody) e composto da giornalisti, scrittori, ricercatori e rappresentanti della comunità, nell’intento di “urlare la verità al mondo” e rendere testimonianza di come “sotto la cenere la vita non si fosse estinta, nel trionfo dell’umano sull’inumano, della volontà di vivere su quella di distruggere”.

Filo conduttore della narrazione, il personaggio della scrittrice Rachel Auerbakh (Jowita Budnik, voce narrante di Joan Allen), attraverso il quale veniamo a conoscenza dell’esistenza del sopra descritto gruppo segreto, di cui andrà a far parte, entrando anche noi nel ghetto insieme a lei e restando, mano a mano che la storia prende forma, letteralmente agghiacciati dalla visione di un obbrobrio quotidiano, quando camminando sui marciapiedi era facile inciampare in più di un cadavere, bambini o ragazzini soprattutto, avvertendo un senso di colpa anche nel sentire fame, in attesa che venisse distribuito a mezzogiorno l’unico pranzo quotidiano. Parlano i documenti d’epoca, quelli appunto raccolti dall’Oyneg Shabes, mentre il mondo intero sembrava all’oscuro di tutto e la propaganda nazista realizzava infami filmati, riprendendo, scevri da alcun senso di pietà o commiserazione, le miserevoli condizioni di vita in cui avevano costretto la popolazione, servendosene per descrivere gli ebrei quali esseri sporchi e riprovevoli, indegni di far parte della specie umana, perpetrando sistematicamente e con rabbiosa razionalità quello sterminio che sarebbe presto divenuto  tra i casi più estremi di genocidio fra i tanti perpetrati dalla mente umana, nell’idea di annientare un intero popolo, sino all’ultima persona,  senza eccezione alcuna (comprendendo nel novero anche altri “esseri inferiori”, quali zingari, omosessuali, disabili, Testimoni di Geova, dissidenti politici).

Chi scriverà la nostra storia è uno di quei rari film che riescono a creare un forte legame empatico con lo spettatore, grazie anche al descritto legame fra materiale d’archivio, in bianco e nero, e finzione, reso del tutto coerente grazie ad un accurata ricostruzione d’ambiente ed una fotografia (Dyanna Taylor) alle tonalità mai ostentate.  Roberta Grossman con la forza delle immagini offre risalto tanto all’ “abominio della desolazione”, quanto alla volontà espressa a gran voce da una comunità di non piegarsi all’abbrutimento morale preordinato dal Terzo Reich, ergendosi, anche con la dignità propria della cultura, al di sopra di quelle macerie conseguenti alla sconfitta di un’umanità prone all’adesione nei confronti di un vacuo assolutismo ideologico, dove la diversità non diviene un valore da condividere ma una scriminante, intento a circoscrivere ogni malessere sociale reso tale dall’impotenza a gestirlo di quanti ne avrebbero la possibilità, preferendo un nemico da combattere che tentare la soluzione di eventuali problematiche, ieri come oggi, tornando a quanto su scritto, l’insegnamento della Storia  che non trova scolari.

Auschwitz (Wikipedia)

Grazie anche ad opere filmiche come quelle descritte, andando a concludere, la Giornata della Memoria, al di là di una pur condivisibile istituzionalizzazione e del mero esercizio cerebrale, può costituire allora, nonostante quanto elargito dalla quotidiana realtà sembri remare contro, un invito perenne a continuare a credere “nell’intima bontà dell’uomo” (Il diario di Anna Frank, Het Achterhuis, 1947), alla luce di un’umana condivisione rivolta alle vittime e di una ritrovata forza di lottare perché certe infamie non si ripetano in futuro: se una Terza Guerra, in nome dell’indifferenza e del quieto vivere propagandistico è ormai in atto da anni, la Quarta, citando Einstein, “sarà combattuta coi bastoni e le pietre”; d’altronde, stemperando la chiusura dell’articolo in un’ironia amara, come non essere d’accordo col buon vecchio Woody (Allen) nel ritenere che “L’umanità si trova oggi ad un bivio: una via conduce alla disperazione, l’altra all’estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene”.

Una risposta a ““I bambini di Rue Saint-Maur 209”/ “Chi scriverà la nostra storia”: la memoria contro l’oblio

  1. L’ha ribloggato su Lumière e i suoi fratelli.

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