Pane e tulipani (1999)

Paestum, fine anni ‘90.
La famiglia Barletta, Rosalba (Licia Maglietta), casalinga, Mimmo (Antonio Catania), titolare di una ditta di sanitari, i due figli, 16 e 18 anni, partecipa, insieme ad alcuni amici, ad una di quelle gite tristanzuole “cultura e pentolame”. Sulla via del ritorno, in pullman verso Pescara, durante una sosta all’autogrill, Rosalba rimane a terra, dimenticata dai suoi familiari.
Il marito comunque non tarda a farsi sentire via telefonino e, contrariato, avvisa la consorte che torneranno indietro a prenderla, ma la donna, il cui sguardo rivela una rassegnata malinconia, per una volta intende fare di testa sua, improvvisandosi autostoppista: anziché proseguire verso casa decide di recarsi a Venezia, città che da tempo anela di poter visitare.
Una volta giunta a destinazione, rinvenuta una pensione dove dimorare, inizia ad organizzare la sua vacanza, anche se il giorno del previsto ritorno in famiglia perderà il treno, eventualità forse fortuita o forse no,  ritrovandosi infine a corto di danaro. Accetterà allora l’ospitalità del cameriere islandese Fernando Girasole (Bruno Ganz), conosciuto al ristorante dove si era recata abitualmente a desinare durante il soggiorno, uomo solitario e oltremodo gentile, che si esprime in una insolita ed aulica favella, dall’aria mesta e disillusa ma anche ironico, a modo suo.

Licia Maglietta

Rosalba si trova a suo agio, sembra aver ritrovato quella personale dimensione in cui potersi esprimere al meglio delle proprie capacità, che riteneva ormai di aver perduto, stringe amicizia con la dirimpettaia di Fernando, Grazia Reginella (Marina Massironi), massaggiatrice olistica, per poi trovare lavoro in un negozio di fiori, conquistando il burbero proprietario, l’anarchico Fermo (Felice Andreasi). Intanto, in quel di Pescara, Mimmo, incapace di gestire i lavori domestici e non trovando il conforto sperato nell’amante, ha messo sulle tracce della moglie tale Costantino Caponangeli (Giuseppe Battiston), potenziale lavorante nella ditta, idraulico con la passione dei libri gialli e quindi assunto in qualità d’investigatore… Pane e tulipani, diretto e sceneggiato (in tal ultimo caso insieme a Doriana Leondeff) da Silvio Soldini, al suo quarto film, rappresenta un cambio di rotta nella filmografia dell’autore verso la forma della commedia, sempre mantenendo una direzione raffinata ed uno sguardo sensibile sulla realtà sociale del nostro  paese, non adagiandosi quindi su accomodanti toni farseschi, bensì avallando un sottile umorismo ed una calviniana leggerezza.

Maglietta e Marina Massironi

Viene messa in scena una fiaba moderna, densa di umanità e sostanzialmente calata nel quotidiano, attraversata da note surreali (le “visioni” notturne di Rosalba relative alla vita dei suoi cari o di persone recentemente conosciute), che appare come sospesa in una “dimensione altra”, ovvero quella delineata dai protagonisti nel fronteggiare gli accadimenti cui andranno incontro nel corso della narrazione, personaggi tutti ben caratterizzati nelle loro psicologie, resi felicemente vividi dalle ottime interpretazioni attoriali. A rimarcare l’effetto  della suddetta sospensione, interviene la sinergia visiva dovuta all’integrazione fra scelte scenografiche (Paola Bizzarri, Alessandra Mura, Stefania Pasinato), fotografia (Luca Bigazzi) e costumi (Silvia Nebioli), per una colorata resa cromatica incline ad assecondare un’aura incantata:la stessa Venezia, ripresa nelle sue zone meno conosciute e quindi distante dal consueto luogo comune della “bella cartolina”, diviene così anch’essa protagonista, considerando  che le rigorose inquadrature, ineccepibili dal punto di vista formale, appaiono intese, almeno riporto la mia personale sensazione, a riflettere l’ accoglienza protesa dalla città lagunare verso quelle “anime perse”,  desiderose di dar vita ad un proprio universo esistenziale, in cui circoscrivere necessità ed aspirazioni.

Bruno Ganz (Movieplayer)

Ecco allora che il bellissimo personaggio di Rosalba, cui Licia Maglietta offre un naturale trasporto immedesimativo, andrà a costituire, grazie alla sua purezza nell’assecondare gli eventi che la porteranno ad un aspirato ma finora impastoiato mutamento, la forza propulsiva necessaria ad abbandonare ogni irreggimentazione sociale ed assecondare finalmente una personale concezione di felicità. Fernando, un Bruno Ganz particolarmente poliedrico nel rendere tenera ritrosia, disperata malinconia ed una sottesa ironia quale arma di sopravvivenza, elaborerà i fantasmi di un doloroso passato e si aprirà agli affetti; Fermo, Felice Andreasi in gran spolvero, mitigherà, tra un borbottio e l’altro, la sua scontrosità; Grazia, una Massironi particolarmente leggiadra e profonda  al contempo, troverà l’amore della sua vita nel pacioccone Costantino (l’ottimo Battiston), loser che, anche lui caldeggiando le eventualità offerte dal caso, crescerà definitivamente come persona. Non saranno “rinsaviti” dall’empatico fluido emanato da Rosalba, invece, quanti hanno da sempre sottovalutato le sue capacità e, soprattutto, non hanno mai messo in atto nulla perché potessero essere esternate, soffocandole  nella ritualità indifferente  di un menage familiare al cui interno tutto sembra dovuto senza colpo ferire, vedi il vile maschilismo esternato da Mimmo o dal figlio più grande, mentre sarà quello più  giovane, che sembra aver ereditato dalla madre identica suscettibilità, malamente repressa, verso il prevedibile e l’imposto, a seguirla nella nuova vita.

(IMDb)

Nessuna rivalsa, magari in odor di macchietta, da “casalinga disperata”, quindi, ma, più sostanzialmente, un intenso ritratto femminile di una donna intenta a perseguire un percorso di autodeterminazione che rappresenta una vera e propria  rinascita: in certo qual senso Rosalba riacquista l’incanto esistenziale proprio di una bambina, ad esempio nel ritrovato entusiasmo per la musica, nel perseguire, riprendendo quanto su scritto, un personale ideale di felicità, da condividere all’interno di uno spazio alternativo, un’oasi di sopravvivenza,  con quanti, volenti o nolenti, si siano ritrovati esclusi dall’ordinario consesso sociale, quell’eterno Carnevale, dove, per dirla con Pirandello, s’incontrano tante maschere e pochi volti, che ha impedito loro, nel rigido rispetto delle convenzioni abituali, di coltivare la propria essenza più intima ed autentica. Tutto ciò troverà opportuna  sublimazione nel bellissimo finale, onirico e reale al contempo, senza dimenticare l’opportuna sapidità offerta ancora una volta  dall’ironia, quando Rosalba, tra un passo di danza e l’altro, stretta al suo Fernando, “calato negli Abruzzi per riprendersela”, esternerà all’amato: “Non vorrei sembrare precipitosa …. Ma, se ci dessimo del tu?”. Un film prezioso, autentico cult della nostra cinematografia più recente, una commedia umana dispensatrice di buonumore e riflessione, all’interno di una messa in scena ineccepibile  e coinvolgente.


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