La fuga

Film di produzione indipendente a basso costo, La fuga, già oggetto di selezione in numerosi festival nazionali ed internazionali e distribuito in questi giorni nelle sale, rappresenta l’esordio nei lungometraggi della regista Sandra Vannucchi, anche sceneggiatrice della pellicola insieme a Michael King. Ispirandosi ad un avvenimento della propria infanzia, un tentativo di raggiungere Roma senza il consenso dei genitori finito nel nulla per il sopraggiungere di alcuni parenti in stazione, l’autrice riesce a delineare con incisiva sensibilità la tematica della diversità vista non in quanto scriminante, bensì apportatrice di opportuni confronti e riflessioni riguardo le personali ed altrui modalità di approccio esistenziale, sia essa rappresentata da  una malattia psichica dalla sottovalutata portata invalidante, sia dall’appartenenza ad una differente etnia, quest’ultima spesso oggetto di atavici pregiudizi e scarsa comprensione.

Lisa Ruth Andreozzi

Usando per lo più la macchina a mano, posta praticamente all’altezza della protagonista, Silvia (Lisa Ruth Andreozzi), undici anni, perspicace e mossa da un’innata curiosità, viene dapprima visualizzata la complessa situazione familiare in cui la ragazzina si trova a vivere insieme al fratellino: la madre, Giulia (Donatella Finocchiaro), è sconvolta da una grave forma depressiva, sembra aver rinunciato a qualsiasi interesse e passa le sue giornate chiusa al buio nella stanza da letto, il padre Pietro (Filippo Nigro), appare disorientato, nervoso per non riuscire a mutare la condizione della consorte, concentrato soprattutto sul proprio lavoro, mostrando quindi scarso interesse per le reazioni dei figli. E così la richiesta espressa da  Silvia, una gita a Roma, anche come premio dei suoi brillanti risultati scolastici, già da tempo paventata, diviene ulteriore elemento di scontro, finché la bambina non deciderà di partire senza dire niente a nessuno, zainetto in spalla e via.

Filippo Nigro e Donatella Finocchiaro

A bordo del treno farà alcune conoscenze come la coetanea, o poco più grande, Emina (E. Amatovic), con la quale condividerà svariate esperienze una volta giunta nella Capitale, a partire dal soggiorno al campo rom, dove avrà modo di conoscere una realtà a lei sconosciuta, alla quale si accosterà con il consueto entusiasmo… Sostenuto da una valida fotografia (Vladan Radovic),  La fuga  volge al realismo nell’assecondare le scelte registiche inclini a rappresentare una visione tanto oggettiva (le riprese in interno, nell’appartamento pistoiese, “chiuse” sui personaggi a rimarcare la staticità di una situazione difficile a sbloccarsi), quanto soggettiva (l’arrivo a Roma di Silvia, dove la macchina da presa acquisisce suggestiva mobilità nel circoscrivere ambiente e personaggi); il tutto sempre nell’ottica dello sguardo reso dalla ragazzina riguardo l’emotività espressa, in primo luogo, nei confronti della madre e poi nell’approcciarsi ad una realtà del tutto diversa da quella conosciuta finora.

Emina Amatovic e Lisa Ruth Andreozzi

Si va a raffigurare in definitiva, pur con alcune semplificazioni evidenti a livello di scrittura (la descrizione della vita nel campo rom in particolare, che appare avvolta da un generico “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”*), un percorso di formazione che condurrà Silvia, ma anche coloro che le sono vicini, al raggiungimento di un equilibrio certo non definitivo ma sicuramente utile nell’affrontare  quanto la vita non mancherà di riservare, nella consueta alternanza di gioie e dolori.
Ricercato e funzionale anche il montaggio (Osvaldo Bargero, Luigi Mearelli), in particolare quando alterna eventi verificatisi in precedenza a quelli oggetto della narrazione principale, ancora una volta suffragando il punto di vista di Silvia, mentre la recitazione alterna luci ed ombre, considerando che se quella resa da Lisa ed Emina, quest’ultima attrice non professionista, ben rappresenta nella sua estemporaneità espressiva lo stato d’animo proprio di un animo adolescenziale inquieto o comunque turbato da molteplici scosse di assestamento, non sempre Nigro e Finocchiario riescono a rendere con fluidità, soprattutto il primo, una varietà nei toni relativamente alle sfumature caratteriali dei personaggi interpretati.

Ma i suddetti limiti passano in secondo piano rispetto a quello che è il merito precipuo de La fuga, visualizzare con sensibilità e sincerità al contempo, senza pietismi o “voglia di fare la morale”, una situazione di malessere giovanile nell’affrontare la “normale” ritualità del quotidiano,  che va a manifestarsi all’interno di due ambienti del tutto differenti, per problematiche e relative modalità di farvi fronte, il “buon salotto borghese” da un lato e l’emarginata realtà del campo rom; come in un gioco di specchi, la diversità riaquisterà il suo valore precipuo di fondamento dell’eguaglianza, Silvia ed Emina riusciranno a trovare  un rinnovato slancio esistenziale, l’una godendo  in pieno quella spensieratezza nell’affidarsi alla vita propria dell’età (la metaforica sequenza finale, una perigliosa discesa da affrontare con i pattini ai piedi) e l’altra riprendendo gli studi, dismettendo così la veste di adulto nel corpo di bambino impostagli da una necessarietà atavica.

*La città vecchia, Fabrizio de Andrè, 1974

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