Cyrano mon amour

Parigi, dicembre 1895. Al Théâtre de la Renaissance è in scena La princesse lontaine, opera in versi a firma di un giovane poeta, Edmond Rostand (Thomas Solivérès) ed interpretata dalla divina Sarah Bernhardt (Clémentine Célarié).
La piece si rivela un fiasco assoluto, la gente, sottolinea l’impresario allo sconsolato autore, predilige le commedie, come quelle scritte da Georges Feydeau (Alexis Michalik), baciate infatti dal successo. Dopotutto siamo in un’epoca di grande fermento innovatore, solo 5 anni fa, per esempio, l’ Éole di Clément Ader spiccava il primo volo, per quanto breve e già si sta diffondendo un’inedita forma di spettacolo, grazie alle “sale di proiezione di vedute animate”, quindi Edmond, confortato dalla moglie Rosemonde (Alice De Lencquesaing), si rimette presto al lavoro, in cerca di una nuova ispirazione.
A due anni di distanza il nostro attraversa però una crisi creativa, i debiti si fanno pressanti, i figli ora sono due e neanche la consorte sembra potergli offrire un briciolo di fiducia; sarà la sua amica Bernhardt a spronarlo, facendogli conoscere un famoso attore, Constant Coquelin (Olivier Gourmet), cui dovrà proporre il suo nuovo lavoro da interpretare, anche se l’illuminazione vera e propria giungerà grazie a Monsieur Honoré (Jean-Michel Martial), gestore di un Café nonché raffinato cultore di letteratura: narrare le gesta di un irruente moschettiere guascone, oltre che fine poeta, prendendo spunto dalla figura storica dell’estroso Savinien Cyrano de Bergerac, filosofo, scrittore, drammaturgo e soldato.

Thomas Solivérès (Officine UBU)

Di scritto però al momento non vi è nulla, anche se Coquelin appare entusiasta dell’idea e preme per una rappresentazione da farsi fra tre settimane; Edmond troverà presto inedito fervore creativo grazie all’amico Léo Volny (Tom Leeb), attore, sgraziato corteggiatore  della costumista Jeanne (Lucie Boujenah), al quale si sostituirà, a sua insaputa, in un fervente carteggio amoroso, inviando alla fanciulla due lettere al giorno, finché il 27 dicembre, giorno del debutto, dopo tutta una serie di imprevisti e cambiamenti in corso d’opera…
Cyrano mon amour è un film dalla gestazione travagliata, nel senso che al suo regista e sceneggiatore,  Alexis Michalik, l’intuizione giunse dieci anni orsono, una volta visto Shakespeare in Love (John Madden), una semplice riflessione che poi, dopo aver studiato la rocambolesca genesi del Cyrano de Bergerac, trasformò in un copione, senza però trovare adeguati finanziamenti per la resa sullo schermo. Ancora una volta venne in soccorso la citata opera di Madden, presto adattata per il teatro, per cui l’intuizione di Michalik divenne una piece dal grande successo (Edmond il titolo originale) ed i guadagni andarono a costituire il budget necessario per la trasposizione cinematografica, che rappresenta anche l’esordio dell’autore nei lungometraggi.

Jean-Michel Martial (Officine UBU)

Pur nella sua impronta derivativa, Cyrano mon amour si palesa alla visione come una realizzazione  riuscita, in primo luogo per una regia vivace e fluida, che sfrutta molto i piani sequenza, adoperando a volte la steadicam nell’avvicinarsi o allontanarsi dai personaggi, sostenendo le continue entrate ed uscite degli attori con evidente teatralità: le sequenze si succedono rapidamente l’una all’altra, visualizzando i vari accadimenti che troveranno poi trascrizione nell’opera teatrale. In secondo luogo non è da trascurare l’apporto dei bei dialoghi, ironici ed anche attraversati da una sottile amarezza, come quando un’attrice poco prima di andare in scena definisce gli attori quali “artigiani dell’effimero”, per loro “non esiste il domani ma solo il pubblico, lo spettacolo, il momento”, così come viene efficacemente visualizzata attraverso le parole di Rostand (reso da Solivérès con leggiadra naturalezza) la fondamentale essenza del momento creativo, ovvero il desiderio, “che spinge l’uomo a conquistare imperi, a scrivere romanzi, a comporre sinfonie … Una volta soddisfatto, l’uomo abbandona l’impresa”. Non è da sottovalutare, poi, la sottile metafora delineata nel far sì che sia Monsieur Honoré, uomo di colore, a fornire l’ispirazione ad Edmond per il Cyrano, offrendo un riscatto attraverso l’arte a quanti vengono discriminati per il loro aspetto fisico, non considerandone indole e personalità o compiangendone la purezza d’approccio alla vita, lontana da ripieghi e finzioni.

Clémentine Célarié (Officine UBU)

Arte e vita attingono l’una dall’altra, un “giuoco delle parti” ora simbiotico ora antagonista che non vedrà né vincitori né vinti, ma semplicemente l’affermazione della necessità di una confluenza reciproca.
Suggestiva la ricostruzione in quel di Praga della Parigi in piena Belle Epoque, sostenuta da accurate scelte nelle scenografie (Franck Schwarz) e nei costumi (Thierry Delettre), così come è valida la fotografia (Giovanni Fiore Coltellacci) nel valorizzare colori che richiamano quelli propri dei manifesti teatrali del periodo. Emozionante, rilevante nel far sì che la forza propria del personaggio di Cyrano travalichi l’impatto teatrale, la sequenza raffigurante la scena finale del V atto, girata dal vivo, rendendo così emblematica la valenza di determinati ideali nella quotidiana ritualità, la fedeltà incorruttibile alle proprie idee artistiche, per sempre e nonostante tutto, la sublimazione di sentimenti quali l’amicizia e l’amore in nome della coerenza assunta come stile di vita, contornata quest’ultima dal senso puro dell’onore, rifiutando sottomissioni e compromessi, esattamente quanto messo in atto dall’aggressivo guascone raffigurato da Rostand, al quale nessuno potrà mai togliere il lindore del suo pennacchio. Michalik si prende qualche libertà nella ricostruzione dell’arrembante realizzazione (le tre settimane, la presenza di due faccendieri corsi improvvisati impresari che impongono una loro protetta per il ruolo di Roxane, Maria Legault, interpretata con piglio autoironico da Mathilde Seigner), ma è certo rimarchevole l’abilità nel dirigere gli attori, offrendo loro opportuno spazio ed assecondando un evidente cameratismo all’interno della troupe.

Olivier Gourmet (Officine UBU)

Scritto di  Solivérès, non si può certo tacere, per quanto l’intero cast offra ottime prove, riguardo la suadente interpretazione di Coquelin, il primo ad indossare naso e vesti del poeta spadaccino, offerta, con slancio divertente e divertito, da Olivier Gourmet; nel felice e fluido andamento complessivo della narrazione (ottimo il montaggio di Anny Danche), quasi musicale nello scandire dei tempi, qualche sequenza può apparire superflua, come quella girata all’interno di un lupanare, dove in attesa di un amico recatosi a saggiare “il bene effimero della bellezza”, troviamo assiso su un divanetto Anton Pavlovič Čechov, che scambierà con Edmond quattro chiacchiere sulla fedeltà coniugale, ma ciò non toglie nulla alla genuinità trascinante del film, che avvolge la narrazione di un “sano” romanticismo  unito ad un tocco poetico dall’aura quasi magica nel rendere vivida l’energia pulsante propria del teatro, che dal proscenio circoscrive gli spettatori in un afflato condiviso, egualmente al cinema, col quale sussiste un congruo rapporto di complementarietà. Da non perdere i titoli di coda, sul cui scorrere si stagliano le immagini dei principali interpreti di Cyrano, teatrali, come il citato Coquelin e cinematografici, come, fra gli altri, José Ferrer, premiato con l’Oscar, nell’adattamento girato da Michael Gordon nel 1950 e l’immenso Gérard Depardieu, diretto da Jean-Paul Rappeneau nel 1990.

 

 


4 risposte a "Cyrano mon amour"

    1. Ciao, anche per me Cyrano rappresenta un personaggio molto amato, oltre ad aver letto il testo di Rostand ho visto (quasi) tutti i tanti adattamenti cinematografici. Il film uscirà nelle sale dal 18 aprile; qui puoi vedere il trailer: https://youtu.be/eYz-fRYmEz4
      Grazie, un saluto.

      Mi piace

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