Ricordando Ugo Gregoretti: Omicron (1963)

Lo scorso 5 luglio ci ha lasciato Ugo Gregoretti, regista cinematografico, televisivo e teatrale, (Roma, 1930), autore tanto arguto quanto piuttosto leggiadro nel mettere alla berlina tutte le anomalie e le contraddizioni proprie della società italiana sulla via del boom economico e dei conseguenti mutamenti esistenziali, per lo più evolutivi (la voglia di rinnovamento dei giovani, la consapevolezza di un’inedita sessualità da parte delle donne), nonostante il resistere di antichi retaggi, servendosi in primo luogo del mezzo televisivo: una volta entrato in RAI, a partire dal 1953, realizzò infatti vari servizi giornalistici e numerose inchieste per rubriche di costume (Semaforo, 1954; Controfagotto, 1960), ma anche documentari (La Sicilia del Gattopardo, 1960), inedito impasto di realtà e finzione drammaturgica, senza dimenticare la profonda innovazione apportata negli sceneggiati televisivi (uno su tutti Il circolo Pickwick, 1968, 6 puntate, tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickens, 1836). Identici propositi e stilemi si possono rinvenire nella sua interessante produzione cinematografica (l’esordio sul grande schermo risale al 1962, I nuovi angeli), che assume rilievo in particolar modo riguardo la regia di singoli episodi nell’ambito di film collettivi (uno su tutti Il pollo ruspante di RO.GO.PA.G., 1963), rimarcando in tal caso la propensione che gli era propria al rapido tratteggio, pur avallando una consistente profondità relativamente alla caratterizzazione dei personaggi e alla rilevanza delle tematiche affrontate.
Tra i titoli della sua filmografia si è scelto di scrivere su Omicron, 1963, opera certo atipica, almeno per il cinema italiano del tempo, frutto della lungimiranza produttiva di Franco Cristaldi, che avallò il soggetto originale di Gregoretti, il quale intendeva mettere in scena le problematiche riguardanti le nascenti lotte sindacali all’interno della FIAT (la fabbrica in quegli anni aveva impiantato negli stabilimenti delle telecamere nascoste, per controllare il lavoro degli operai) usufruendo del sinergico contributo offerto dal genere fantascientifico e da quello della commedia.

Renato salvatori (Cristaldifilm)

Il film inizia con una panoramica aerea della città di Torino (Subalpia nella finzione filmica), sulle cui immagini si stagliano i titoli di testa, per poi aprirsi su di un piano sequenza all’esterno di un’area verde delimitata da una serie di anonimi “casermoni”: qui due bambini, mentre giocano assistiti dalla governante, scorgono casualmente il corpo di un uomo, giacente in una conduttura abbandonata insieme ad altre sul terreno. Intervenute le autorità inquirenti, si accerta dai documenti che trattasi di tale Angelo Trabucco (Renato Salvatori), operaio della SMS, fabbrica che produce il calandrone giroscopico; al momento dell’autopsia il cadavere inizia però a muoversi, anche se in maniera non del tutto coordinata: i medici non possono certo sapere che al suo interno vi sia l’alieno Omicron del pianeta Ultra, il quale sta procedendo a tentativi per “metterlo in funzione”, riuscendovi in parte, visto che intelligenza e parola appaiono sopite, tanto da paventarne l’internamento in manicomio. Tale eventualità sarà evitata una volta notato come il nostro metta in atto un procedimento imitativo riguardo l’attuazione di molte attività ed infatti posto alla catena di montaggio si rivelerà altamente produttivo, sfornando sessanta pezzi al minuto in luogo dei consueti dieci. Sfruttato dal caposquadra Midollo (Gaetano Quartararo) e dai proprietari della fabbrica, malvisto dai colleghi, richiamato continuamente all’ordine dai capi del pianeta d’origine riguardo il piano di conquista della Terra, Trabucco/Omicron si adatterà a fatica alle consuetudini umane e tutto si complicherà una volta che, complici un’acquisita istruzione e l’attrazione verso la cameriera della mensa Lucia (Rosemarie Dexter), inizierà a percepire la propria individualità, prendendo coscienza e posizione …

Rosemarie Dexter (Rare Film)

Sceneggiato dallo stesso Gregoretti, girato per lo più in sequenza, attraversato dalla felice colonna sonora di Piero Umiliani, sostenuto da una funzionale fotografia in bianco e nero (Carlo Di Palma)  e dalla valida prova attoriale di Salvatori, che si prodiga nell’offrire tutta una  serie di espressioni facciali rivelatrici dei tentativi perpetrati dall’alieno per conferire vitalità al corpo ospitante (dalla secrezione lacrimale alla pernacchia), Omicron può vantare un ritmo narrativo piuttosto sciolto soprattutto nella prima parte, con una certa libertà espressiva nei movimenti della macchina da presa ed una ironia grottesca, beffarda (le sequenze alla moviola, girate in stile “vecchie comiche”, a raffigurare i primi passi della “creatura” lungo i corridoi dell’ospedale), che sconfina piacevolmente in una  caustica satira destinata a divenire ancora più pungente e corrosiva una volta rappresentata, in virtù di un frenetico susseguirsi di immagini sottolineate da un ironico motivo sonoro, la netta contrapposizione tra individui di prima categoria (la classe dirigente/imprenditoriale) e di seconda (i lavoratori), con quest’ultima ben più importante della prima, poiché, acquistando quanto andranno a produrre, ne garantiranno la sussistenza, mettendo in atto un inedito “cerchio della vita”; gli industriali, gli imprenditori, suggerisce Gregoretti, hanno già realizzato quel piano di conquista meditato dal pianeta Ultra, riducendo i loro sottoposti a meri involucri, svuotati di qualsivoglia identità e dignità sociale, utili appunto solo a produrre e consumare.

Salvatori e Gaetano Quartararo (Il Manifesto)

Quella che si potrebbe definire la seconda parte del film, coincidente con la graduale presa di coscienza dell’alieno, appare cedevole nei confronti di qualche schematismo didascalico, congiunto ad un vago bozzettismo e ad una certa fretta nel giungere al finale, ma nonostante ciò la pellicola mantiene a tutt’oggi la pregnante valenza di un lungimirante apologo morale, lucido e spietato nel visualizzare l’incombenza di un progresso meramente materiale, che prende le distanze da una reale evoluzione, apportatore di un distorto criterio d’eguaglianza. Quest’ultimo, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, andrà a dispiegarsi essenzialmente nella potenzialità d’acquisto, delineando quindi uno stile di vita circoscritto alla reazione di determinati impulsi volti alla mera soddisfazione dei bisogni primari. Omicron venne  presentato alla XXIV Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1963 e conseguì il premio di Miglior Film  al IX Festival del film umoristico di Bordighera (1964).

 

Pubblicato su Diari di Cineclub N. 76- Ottobre 2019

 

 


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