Un ricordo di Lucia Bosè

Lucia Bosè (B in Rome)

Il figlio Miguel ne ha dato l’annuncio su Twitter nelle scorse ore, l’attrice Lucia Bosè (Lucia Borlani all’anagrafe, Milano, 1931) ci ha lasciato oggi, lunedì 23 marzo.
Donna dal fascino sottile, espressione di una bellezza “normale” al tempo in cui iniziò a muovere i primi passi sul grande schermo, quando dominavano attrici dall’appeal giunonico, dopo i trascorsi come dattilografa, commessa e detentrice del titolo di Miss Italia nel 1947, Lucia Bosè ha probabilmente rappresentato un suggestivo punto d’incontro fra la diva e la ragazza della porta accanto, espressione di una certa autodeterminazione nel sostenere  e saper sfruttare con eguale convinzione un talento connaturato, che le ha consentito d’imporsi anche all’estero, interpretando ruoli sempre più complessi, acquisendo esperienza e maturità artistica sul campo.
Il suo esordio risale al 1950, subito protagonista, dopo il rifiuto di Silvana Mangano, in Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis, lo stesso anno in cui Michelangelo Antonioni la volle nel suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore, film che le diede la notorietà di pubblico e critica; con il regista ferrarese Bosè girò poi, tre anni più tardi, La signora senza camelie.
Ormai lanciata nel mondo cinematografico, Bosè prese dunque parte negli anni ’50 a numerose pellicole, fra le quali si possono ricordare Parigi è sempre Parigi, 1951 e Le ragazze di Piazza di Spagna, 1952,  entrambe per la regia di Luciano Emmer, Roma, ore 11 (1952, Giuseppe De Santis), Le village magique (Vacanze d’amore, Jean-Paul Le Chanois,1955), l’episodio Marsina stretta diretto da Aldo Fabrizi, facente parte del film Questa è la vita, 1954, adattamento di quattro novelle pirandelliane, Gli sbandati (Francesco Maselli, 1955), Cela s’appelle l’aurore (Gli amanti di domani, Luis Buñuel, 1956).

In seguito a traversie coniugali la sua attività subì poi un rallentamento, per riprendere, dopo una piccola parte in Le testament d’Orphée (Il testamento di Orfeo, Jean Cocteau, 1960), sul finire degli anni ’60: eccola allora, fra l’altro, in  Fellini Satyricon (Federico Fellini, 1969) e Sotto il segno dello Scorpione (Paolo e Vittorio Taviani, 1969), mentre negli anni ’70 rivelò tutta la sua maturità d’attrice affermata, abile nel diversificare il proprio stile recitativo, anche in parti secondarie, come dimostrano le prove offerte in Metello (1970) e Per le antiche scale (1975), diretta da Mauro Bolognini, che le affidò nel 1982 il ruolo della marchesa del Dongo nello sceneggiato televisivo in sei puntate La certosa di Parma (adattamento piuttosto fedele dell’omonimo romanzo di Stendhal), ma anche in L’ospite (Liliana Cavani, 1972), Arcana (Giulio Questi, 1972), La colonna infame (Nelo Risi, 1973) Nathalie Granger (Marguerite Duras, 1973), La messe dorée (La profonda luce dei sensi, Beni Montresor, 1974). Fra gli anni ’80 e ’90 Bosè si divise, diradando comunque la sua presenza sul set, fra produzioni spagnole ed italiane (nel nostro paese girò anche qualche miniserie televisiva), piccole parti o semplici apparizioni, ma idonee sempre a rivelare la grandezza di un’attrice che sulla scena come nella quotidianità è riuscita a valorizzare compiutamente la propria essenza, il proprio modo d’essere: Entre tinieblas (L’indiscreto fascino del peccato, Pedro Almodóvar, 1983), Ehrengard (Emidio Greco, 1982),  Cronaca di una morte annunciata (Francesco Rosi, 1987, dall’omonimo romanzo di Gabriel García Márquez),  L’avaro (Tonino Cervi, 1990, ispirato all’omonima opera di Molière, 1668), Harem Suare (Ferzan Ozpetek, 1999), I viceré (Roberto Faenza, 2006, dall’omonimo romanzo di Federico De Roberto, 1894).

 


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