Un ricordo di Gianrico Tedeschi

Gianrico Tedeschi (La Provincia di Cremona)

Scrivo con ritardo un breve ricordo dell’immenso Gianrico Tedeschi, che ci ha lasciato lo scorso lunedì, 27 luglio (Milano, 1920), fine ed arguto attore, prevalentemente teatrale, dall’umorismo sottile e sornione, con modalità all’insegna dell’estrema sobrietà nel porsi in scena, sfruttando la naturale eleganza, rivelandosi a suo agio tanto in ruoli drammatici che “leggeri” nel riuscire a captare, metabolizzare ed infine esternare le caratteristiche proprie dei personaggi che andava ad interpretare, conferendo loro una compiuta ed empatica caratterizzazione. Se quindi il teatro è stato senz’altro il suo ambito d’elezione, lavorando con molteplici compagnie ed ottenendo grandi successi sia in Italia che all’estero, la televisione gli ha permesso di acquisire ulteriore popolarità, fra Caroselli, sceneggiati, varietà  e le splendide rappresentazioni, ad opera della Rai “del tempo che fu”, relative alle più famose operette: lo scrivente ricorda come un sogno lontano il suo perdersi estasiato, correva l’anno 1974, fra le coreografie di Al cavallino bianco (in originale Im weissen Rössl, 3 atti di Ralph Benatzky, su libretto di Hans Müller-Einigen e Erik Charell, testi di Robert Gilbert) e il riso suscitato dalle varie situazioni che si andavano a creare una volta entrato in scena un simpatico e distinto signore, dalla parlata “strana” (almeno a me, meridionale, suonava in tal guisa…) e con arie da uomo di gran mondo.

(Il Nuovo Torrazzo)

Una volta grandicello, andando ad approfondire, per studio e per diletto, quei ricordi indelebili, scoprii che le citate coreografie erano opera di Gino Landi e quel distinto signore appunto Gianrico Tedeschi, nel ruolo dell’industriale milanese Giovanni Pesamenole, cummenda un po’ bauscia come nella migliore tradizione dei vari ghe pens mi dei quali è tuttora pieno il nostro bel paese.
Sul grande schermo invece, dove l’attore esordì nel 1951 (Il padrone del vapore, Mario Mattoli) l’immenso talento del poliedrico Tedeschi andò spesso a disperdersi in piccoli ruoli, con qualche sapida apparizione da valido caratterista, fra le quali mi piace ricordare in particolar modo quella del poeta Arcangelo Bardacci, mentore dello stolido graduato delle Brigate Nere Primo Arcovazzi interpretato da Ugo Tognazzi, quest’ultimo protagonista de Il federale (Luciano Salce, 1961): il rimatore, dato per scomparso nei cieli d’Albania, in realtà è sì vicino alle volte celesti, ma, più prosaicamente, in quanto rifugiatosi in soffitta e compone ora versi contro il regime. Divertente e divertita poi l’interpretazione de lo Santo Romito Papaleo in Brancaleone alle crociate (Mario Monicelli, 1970), che esterna così la saggezza acquisita nel suo ritiro desertico: “Ed in cotale solitudo venetti a scienza che la vita è una serpa di disgrazie con qualche sciagura”. Un bravo attore è tale anche, se non soprattutto, citando Stanislavskij, quando riesce a rendere grande e memorabile una pur minima parte, grazie Gianrico.


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