Il vigile (1960)

(MyMovies)

Italia, inizio anni ’60, un paese poco distante da Roma. Otello Celletti (Alberto Sordi), reduce di guerra e disoccupato, vive in casa del cognato (Nando Bruno) con la moglie Amalia (Marisa Merlini), il figlio Remo (Franco Di Trocchio) ed il padre (Carlo Pisacane). Un giorno riceve una lettera d’incarico, un lavoro ai mercati generali in qualità di facchino, grazie anche all’interessamento di Remo che ha salvato un coetaneo, figlio di un assessore del comune, da un probabile annegamento.  Ma il sogno di Otello è quello di divenire vigile motociclista, a suo dire, causa anche le ferite riportate in guerra, non può svolgere lavori pesanti e, nonostante la minaccia del cognato di tagliargli i viveri, si rivolge con insistenza a monsignor Olivieri (Nerio Bernardi) per una segnalazione del suo caso al sindaco (Vittorio De Sica), il quale provvederà a far sì che il nostro venga assunto nel corpo delle guardie municipali. Fiero ed altero nell’agognata divisa, ansioso di rivalsa, così come i suoi familiari, nei confronti di quanti lo deridevano, Celletti si dimostrerà fin da subito piuttosto maldestro, per poi arrivare a chiudere un occhio nei confronti dell’attrice Sylva Koscina, ferma con la sua auto per un guasto e risultata alla guida senza patente, oltre alla mancanza del “bollo” e del libretto di circolazione, che lo ringrazierà pubblicamente nel corso della trasmissione televisiva Il musichiere, insieme a Mario Riva. Una volta richiamato dal sindaco, in seguito ad una telefonata giunta “dall’alto”, Celletti apprenderà tanto bene la lezione da fermare per eccesso di velocità, nei pressi di una curva pericolosa, proprio il primo cittadino: dopo che quest’ultimo si rifiuterà di esibire i documenti, rivolgendogli un insulto ingiurioso, il pizzardone lo inseguirà sino alla villetta dove l’attendeva l’amante, denunciando infine al comando la contravvenzione.

Alberto Sordi,Franco Di Trocchio, Marisa Merlini, Nando Bruno (YouTube)

Il risultato di tanta solerzia sarà la sospensione dal servizio, per cui l’ormai ex vigile si rivolgerà, memore del passato eroico del padre nel corso della Prima Guerra Mondiale, al Partito Monarchico, il quale intende sostenerlo sia nel procedimento contro il primo cittadino, sia candidarlo come sindaco alle ormai prossime elezioni. In attesa del giudizio verranno però fuori vari retroscena imbarazzanti tanto per l’amministrazione comunale (tangenti, speculazioni edilizie, festini orgiastici) che per il povero Otello (concubinaggio, una sorella a Milano che “fa massaggi”, il cognato macellaio clandestino), il quale passerà dall’idea “di far crollare tutto il governo” alla ritrattazione totale nel corso del processo, prendendosi ogni colpa dell’accaduto. Una volta reintegrato nelle sue funzioni, Il nostro dimostrerà subitamente di aver compreso come debba andare la vita: “Andate piano, il fondo è sdrucciolevole, c’è la curva della morte, stop! Bloccarsi tutti, lasciate passare la veloce macchina del signor sindaco…”.
Diretto da Luigi Zampa, anche sceneggiatore del film insieme a Rodolfo Sonego ed Ugo Guerra, Il vigile mette in luce, pur all’interno di un quadro ritraente, di primo acchito,  una realtà caricaturale all’insegna del qualunquismo, la qualità credo precipua di un cineasta che non è stato mai compiutamente considerato tra i grandi registi del neorealismo o della commedia all’italiana, ovvero la valenza di moralista satirico, quanto mai abile nel prendere spunto da accadimenti reali per realizzare rapide commedie di costume, specchio di tutte le prepotenze,  gli opportunismi,  gli inganni, appartenenti ad un certo malcostume nazionale, con un umorismo pungente, dai toni acri. Gli ha nuociuto, forse, il suo discontinuo alternarsi tra opere connotate da un forte impegno politico e morale (come Processo alla città,’52) ed altre inclini ad una certa superficialità, puntando a volte su un bozzettismo di facile presa.

Vittorio De Sica e Sordi (Pinterest)

Ecco quindi che ne Il vigile, uno dei suoi film più noti, il soggetto prende spunto da un fatto di cronaca del tempo, il vigile Ignazio Melone che multò il questore di Roma Carmelo Marzano in seguito alla violazione di un divieto di sorpasso, per poi essere processato e vedere esposte determinate magagne relative alla sua famiglia. Viene quindi imbastita con acuta sagacia e visualizzata  con particolare attenzione alle prestazioni attoriali, una storia in apparenza circoscritta nell’alveo di una modesta dimensione provinciale ma idonea a divenire opportuno microcosmo rappresentativo, metaforicamente eletta a simbolo di inveterati vizi italici ma non solo, quali la classica raccomandazione (il vanaglorioso sindaco la definisce “segnalazione”, primi segnali di un ipocrita politicamente corretto) o l’arroganza del potere, quest’ultima incline a manifestarsi sia in chi indossa una divisa, opportuno paravento per quanti la usino quale strumento di rivalsa o mezzo di livellamento sociale,  sia in chi occupa cariche politiche, gestendo dall’alto degli scranni istituzionali, dietro la consueta veste di “servitori del popolo”, gli affari propri, ovvero intrallazzi, speculazioni varie, tangenti, da rivolgere verso la ricostruzione edilizia gestita da gente par loro e divagamenti vari in nome del “bene effimero della bellezza” per dirla con De Andrè, servendosi di  amanti in guisa di opportuni prestanome. Impareggiabile Sordi nel rimarcare ambiguità e debolezze del personaggio interpretato: Otello Celletti ci appare fin dall’inizio in tutta la complessità del proprio disadattamento sociale da reduce di guerra, non desidera altro che un’occasione di riscatto per ergersi al di sopra di quanti lo deridono e la divisa, riprendendo quanto su scritto, andrà a costituire ideale baluardo per far fronte ad angherie e sopraffazioni.

(Centumcellae News)

E’ un uomo che ricerca il potere, ingenuamente, come possibilità di “fare giustizia” e dallo stesso potere resterà stritolato, anche perché il suo esercizio non appare rivolto alla concreta gestione delle reali necessità umane, bensì alla conservazione della supremazia che gli è propria nell’impossibilità a giudicare se stesso, contraddizione con la quale convive e di cui si nutre per continuare ad esistere, celandosi dietro il rispetto della legge e dell’ordine.
Quanto, in piccolo, avviene nell’ambito della figura del solerte vigile, egualmente, in grande, si riscontra nelle figure dei vari politici, a partire dal tronfio sindaco, nostalgico del Ventennio, interpretato con la consueta arte immedesimatrice da De Sica, i quali però, per innata tradizione, sanno come gestire al meglio quanto è nelle loro facoltà e nei poteri attribuiti dalla legge e dal mandato popolare, ovvero volgere tutto a proprio favore e preservare, magari per tramandarla opportunamente, la propria pomposa sicumera esistenziale.
Comunque, in nome del noto detto “se non puoi combatterli unisciti a loro”, ai piccoli uomini, o ritenuti tali, si potrà sempre presentare qualche occasione di opportuna rivalsa, vedi la sopra citata sequenza finale: Celletti, ormai sopraffatto proprio da ciò che andava anelando, verità e giustizia (memorabile il dialogo, censurato all’epoca, fra il piccolo Remo e la madre nel commentare il risultato del processo: “Ma è un’ingiustizia”. “Meglio che ti ci abitui da piccolo alle ingiustizie perché da grande non ti ci abitui più”),  bloccherà il traffico per far passare l’auto del signor sindaco, fondo sdrucciolevole causa pioggia e curva pericolosa imminente… Da ricordare anche il ruolo incisivo di splendidi caratteristi quali Marisa Merlini, Lia Zoppelli (la moglie del sindaco), Nando Bruno e Carlo Pisacane, per un film che assume la veste  di documento d’epoca dal valore didattico, ma anche, oggi forse più di ieri, quella di parabola ammonitrice, certo lungimirante, per non scrivere profetica

 

Sylva Koscina e Sordi (Il Sole 24 Ore premium)

 


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