Vogliamo vivere! (To Be or Not to Be, 1942)

(Wikipedia)

Varsavia, Polonia, agosto 1939. La vita prosegue sui binari della normalità, se non che, improvvisamente, l’attenzione dei passanti e dei commercianti viene catturata, fra sgomento e terrore, dalla presenza di Adolf Hitler in persona. Una temeraria ragazzina si avvicina per chiedere un autografo: non si tratta del Führer, bensì di un attore, Bronski (Tom Dugan), intento a saggiare la bontà della sua interpretazione dal vero, impegnato con altri teatranti di una nota compagnia nella preparazione di una commedia, Gestapo, in attesa del suo allestimento definitivo. Al momento va in scena Amleto di William Shakespeare: nei panni del malinconico principe danese Josef Tura (Jack Benny), interprete vanesio e piuttosto gigione, alquanto contrariato perché, proprio all’inizio della prima scena del terzo atto, l’intonazione del celebre monologo To Be or Not to Be, uno spettatore in divisa abbandona la poltrona: è il tenente dell’aviazione polacca Stanislav Sobinski (Robert Stack), che attende proprio l’incipit quale segnale convenuto per potersi recare nel camerino dell’attrice Maria Tura (Carole Lombard), consorte di Josef, della quale è un fervente ammiratore. E questo succede praticamente ogni sera, visto che si procede ad oltranza con l’opera del Bardo dopo la censura della paventata commedia. Vi è anche, purtroppo, una rappresentazione che sembra non conoscere alcuna riprensione, la follia dell’uomo contro l’uomo: le milizie tedesche invadono la Polonia, seminando distruzione e morte nella città di Varsavia. Intanto Sobinski insieme ad altri commilitoni si è recato a Londra, aviere della RAF, e nutre dei sospetti nei confronti di tale professor Alexander Siletsky (Stanley Ridges), probabile spia al soldo del Terzo Reich. Sarà l’inizio di un movimentato contrattacco della Resistenza polacca, andando a coinvolgere proprio i coniugi Tura e l’intera compagnia teatrale…

Carole Lombard e Jack Benny (The Cinessential)

Diretto da Ernst Lubitsch su sceneggiatura di Edwin Justus Mayer, To Be or Not To Be già dal titolo si preannuncia un’opera di pressante denuncia verso gli orrori della guerra e le sciagurate teorie professate dal Nazismo, ponendo per il tramite dell’arte scenica una netta presa di posizione al riguardo, ovvero, parafrasando, prendere le armi per fronteggiare gli strali scagliati contro non da un’oltraggiosa fortuna, ma dalla sciagurata boria scaturente da un delirio d’onnipotenza nel sentirsi permeati da una superiore cognizione identitaria rispetto ai propri simili, del tutto dimentichi di cosa voglia dire essere prossimo dell’altro, ovvero rendersi specchio di ogni sua gioia come di ogni sua ambascia. E’ quanto esternato da un altro celebre monologo scespiriano, quello reso da Shylock ne Il mercante di Venezia, che nel corso della narrazione filmica viene ripreso, con ancora più vivida efficacia, sopprimendo le note del rimbombante inno nazionale tedesco, dall’ebreo Greenberg (Felix Bressart), finora relegato al ruolo di semplice comparsa ed ora protagonista nella pantomima finale orchestrata dalla compagnia teatrale: “Non siamo umani? Non abbiamo occhi? Non abbiamo mani, organi, sensi dimensioni, affetti, passioni? Nutriti con lo stesso cibo, feriti con le stesse armi, soggetti agli stessi malanni, scaldati dalla stessa estate e raffreddati dallo stesso inverno! Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? Se ci fate un torto, non dovremmo vendicarci?”.

Jack Benny (MUBI)

To Be or Not To Be gode di una scrittura serrata ed arguta, ricca di dialoghi brillanti e battute taglienti, quando non corrosive, come quella esternata dal colonnello Ehrhardt verso Josef travestito, che ne approfitta per indagare sulla propria fama: “Lo vidi una sera recitare nell’Amleto: quello che faceva a Shakespeare noi ora lo facciamo alla Polonia….”. Valido supporto della sceneggiatura, una regia movimentata, elegante, che nell’impalco proprio di una commedia sofisticata riesce a mutuare con rimarchevole scioltezza dai toni farseschi a quelli drammatici. La maestria di Lubitsch si sostanzia magistralmente nel rendere tangibile l’immane tragedia, ormai più che incombente, palesandone ogni paradosso e stortura, fino ad allestire un movimentato parallelismo tattico tra finzione e realtà, dove la prima funge da cartina di tornasole nei confronti della seconda, rendendone caduchi i veli dell’opportunismo e dell’ambiguità propri della natura umana, idonei a stemperarsi tanto nei componenti della compagnia teatrale che fra le fila delle milizie germaniche. Riguardo i primi, si parte dall’egocentrismo gigioneggiante di Tura, un eccelso Jack Benny, sempre preoccupato, ancora prima degli strascichi dell’incedere belligerante, della percezione che possa avere la propria immagine attoriale, per poi passare all’atteggiamento ora da maliarda ora da pasionaria della moglie Maria, una meravigliosa Carole Lombard (qui al suo ultimo ruolo, prima di trovare la morte in un incidente aereo), mentre le seconde trovano opportuno rappresentante nel vacuo colonnello “campo di concentramento” Ehrhardt (Sig Ruman), perfetto esempio di stolida e pedissequa obbedienza agli ordini, qualsiasi essi siano, purché calati dall’alto, senza sottovalutare la perfida sottigliezza psicologica del professor Siletsky nel caldeggiare la causa nazista (“Noi cerchiamo di creare un mondo felice…”, ottenendo come risposta da Maria “E per chi non vuol essere felice non c’è posto, mi sembra ragionevole...).

Carol Lombard e Sig Ruman (Wonders in the Dark)

Lubitsch nel prendere posizione contro l’orrore strisciante sceglie una strada certo non facile da percorrere e che infatti all’epoca scatenò non pochi malanimi, ovvero quella dell’irridente sberleffo, al pari del precedente The Great Dictator di Charlie Chaplin. Forse una risata, si augurava il cineasta ebreo berlinese, per quanto amara, potrebbe illuminare le coscienze, rendendo ancora più evidenti le storture e l’irrazionalità conseguenti alla nefasta concentrazione del potere nelle mani di una sola persona e della sue derive antiumanitarie. Ecco allora, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, l’impiego strategico, in guisa di quinte interscambiabili, degli ambiti relativi all’ordinaria quotidianità e alla teatralità scenica (basterebbe citare la splendida sequenza del travestimento della spia), reciprocamente idonee a svelare le contraddizioni proprie dell’animo umano in quanto tale. L’accorata esternazione di un monologo può quindi divenire un vibrante atto d’accusa, nella sottesa speranza di potersi ancora considerare parte di una comunità nel gioire e soffrire sotto lo stesso cielo, mentre la proclamazione di un altro soliloquio andrà a suscitare più di un dubbio sulla propria abilità attoriale e, forse, un fermo convincimento relativamente alla circostanza che la dolce metà possa vantare un cospicuo numero di ammiratori. Nel 1983 Alan Johnson ne girò un remake, il cui titolo italiano traduce ora l’originale (Essere o non essere), valido ma forse più farsesco nella messa in scena complessiva rispetto all’originale (debitamente omaggiato in più di una sequenza, al pari del citato The Great Dictator), che vedeva quali interpreti principali Mel Brooks e la moglie Anne Bancroft.

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere.”
(José Saramago)


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