Piazza

Se fossi vissuta nel I secolo d. C. forse sarei stata portata a Roma come schiava dalla Giudea. Se fossi vissuta a Roma negli anni del Ghetto, sarei stata rinchiusa. Se fossi invece vissuta nella prima metà del ‘900 avrei subito le leggi razziali e forse sarei stata deportata. Invece sono nata in una buona epoca per gli ebrei, in una famiglia di commercianti allegra e rumorosa, osservante ma non troppo…” . E’ quanto esternato da Karen Di Porto nel corso della narrazione del documentario Piazza, da lei scritto e diretto, presentato lo scorso sabato, 2 luglio, in anteprima mondiale, alla Casa del Cinema di Roma, all’interno della  tappa romana del SalinaDocFest (Diaspore incontri e metamorfosi). Una realizzazione acuta, vibrante di una sincera e trascinante emozionalità, che attraverso il fluire dei ricordi, personali, dei propri familiari, di varie persone residenti nel quartiere ebraico di Roma, tante tessere che andranno a riprodurre un composito mosaico, elabora, per poi condividere attraverso l’obiettivo della macchina da presa con noi spettatori, quel profondo legame con le proprie radici incline a sfociare concretamente dal particolare all’universale. La Piazza del titolo assume quindi nel corso della narrazione la portata di un microcosmo pulsante di vita ma anche di rimembranze avvolte dalla consistenza propria di ferite comunque tendenti a riaprirsi, non del tutto cicatrizzate dallo scorrere temporale, il quale però ha dato loro l’inedita consistenza di un’ assunta consapevolezza relativa ad una diversità non più scriminante, anzi rafforzativa dell’identità propria di un popolo che ha saputo fare scudo ad ogni malvagità perpetrata dall’uomo nei confronti di se stesso, in nome di una presunta superiorità egemone e di un vacuo assolutismo ideologico.

Dall’assedio di Masada conseguente alla distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 d.C., citato come esempio di resistenza dal padre della regista, alla vergognosa istituzione del Ghetto ad opera del pontefice Paolo IV con la bolla Cum nimis absurdum del 14 luglio 1555, per la cui abolizione occorrerà attendere il 1870, una volta che Roma fu annessa al Regno d’Italia ed ebbe fine il potere temporale dei papi, arrivando poi alla data del 16 ottobre 1943, quando, alle ore 5:15 del mattino, le SS tedesche diedero inizio al rastrellamento, irrompendo violentemente nella vita di tante persone, 1259, fra le quali oltre 200 bambini, destinazione il campo di Auschwitz – Birkenau, anche se qualcuno riuscì a salvarsi trovando rifugio nei conventi o presso conoscenti, dovendo purtroppo inserire nel novero le recrudescenze antisemite di stampo fascista degli anni ’50 e ’70 o le nefaste derive nazionaliste tuttora presenti ed incombenti  verso un futuro che vede l’essere umano vagare smarrito fra i meandri labirintici di un individualismo materiale e dottrinario, senza dimenticare poi importanti eventi storici quali la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 e la Guerra dei sei giorni del 1967: Piazza mette in luce, rifuggendo da “sofisticazioni” volte alla facile commozione, un suggestivo, avvolgente, flusso memoriale incrociato, rimarcando la necessità di rievocare un “ieri” spesso celato dalla coltre opprimente degli opportunistici negazionismi e dei calcolati oblii, in quanto opportuno sprone verso una, ci si augura definitiva, dimensione d’accettazione e compartecipazione nei confronti dei nostri fratelli ebrei, maggiori, come ebbe modo di dire Giovanni Paolo II il 13 aprile del 1986, in visita alla Sinagoga della Capitale.

Roberto Di Porto

Al suo esordio nel documentario, dopo il debutto nei lungometraggi con Maria per Roma, presentato alla 11ma Festa del Cinema di Roma nel 2016 (vincitore del Globo d’Oro alla Miglior Opera Prima due anni dopo), Karen Di Porto si accosta al quartiere in cui è cresciuta fin da piccola e dove sono nati i suoi trisavoli, bisnonni, nonni e il papà Roberto, con la consapevolezza propria di chi nel tempo ha potuto certo arrivare a conoscere ogni situazione, storia, accadimento legato al luogo come alle persone, congiunta sinergicamente alla sensazione nostalgica, pregna d’umanità, che ti fa sentire un tutt’uno con quelle vie, quei personaggi, le tante botteghe, una volta che si è ritornati dopo essere andati via all’età di vent’anni per intraprendere un personale cammino, lasciandosi avvolgere dalle sensazioni scaturite dal rimembrare, il quale però, non viene “provocato”, bensì, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, lasciato fluire naturalmente per il tramite dei racconti dei personaggi intervistati, che riportano le loro esperienze, gli aneddoti, accadimenti storici e personali, curiosità, andando così a costituire un doppio binario attraversato dal filo rosso di una ritrovata identità in nome di una vivida compartecipazione, che va al di là del mero contributo mnemonico, riportando il verbo “ricordare”, come ho avuto modo di scrivere in altri articoli, alla sua etimologia d’origine, “serbare nel cuore”, l’organo che gli antichi ritenevano lo scrigno della memoria. Piazza, prodotto, insieme alla regista, dalla Sacher Film di Nanni Moretti, vedrà un’altra proiezione lunedì 4 luglio, alle ore 21.30, all’ Arena Nuovo Sacher di Roma (Largo Ascianghi, 1).


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