Visioni di cortometraggi dal Garofano Rosso Film Festival- Parte II

(Ischia Film Festival)

Proseguono le pubblicazioni delle recensioni di alcuni cortometraggi visionati fra quelli proposti, in differenti sezioni, dal Garofano Rosso Film Festival, in corso di svolgimento dallo scorso 5 settembre a Forme di Massa d’Albe (AQ), per concludersi domenica 11, e del quale Sunset Boulevard è media partner. Riprendiamo con Leggero leggerissimo (sezione Afterword), scritto e diretto da Antimo Campanile, la cui narrazione, che trae spunto da una storia realmente accaduta, prende il via a Formicola, un paese in provincia di Caserta, dove vive, solo, l’anziano Arturo Cargetti (Carlo Taranto). La sua quotidianità si risolve nei consueti gesti volti alla cura della propria persona, cui seguono l’accudimento del gatto di casa, la consueta passeggiata, il caffè al bar e la frequentazione di un caro amico (Renato Carpentieri), che gli rimprovera il suo continuo pensare al passato, mentre dovrebbe concentrarsi sull’immediato futuro, come fa lui, osservando un coetaneo sulla sedia a rotelle…Un improvviso cambiamento di prospettiva si avrà quando il nostro conoscerà casualmente un bambino ipovedente, Milo (Francesco Maria Losco), il quale, come gli racconta la madre (Ilenia Incoglia), è impossibilitato a prendere il bus che lo condurrebbe a scuola, mancando un accompagnatore, essendo lei impegnata col lavoro. Una volta constatato come i servizi sociali si perdano nei tristi meandri labirintici dei necessari adempimenti burocratici, per non parlare del finto interesse esternato dalle istituzioni locali, Arturo riesumerà la sua vecchia berlina, adoperandosi per accompagnare il bimbo a scuola, 60 km ogni giorno, suscitando l’attenzione dei media che lo nomineranno “nonno dell’anno”, ma anche delle redivive istituzioni, ora pronte ad avallare la sacrosanta richiesta, considerando quanto possa loro fruttare nella qualità di sicuro ritorno d’immagine.

Renato Carpentieri e Corrado Taranto (La Gazzetta dello Spettacolo)

Per Arturo e il suo amico è comunque l’inizio di un rinnovato percorso esistenziale, la possibilità di “fare qualcosa che non facciamo da tanto tempo”, constatando come quel cielo che su tutti domina e tutto avvolge, abbia ora assunto una consistenza leggera, se non leggerissima… Il cortometraggio di Antimo Campanile mi ha favorevolmente colpito in primo luogo per la sagacia, espressa a livello di sceneggiatura, di trarre spunto da una storia vera e trasferirla sullo schermo senza incedere in pietismi di sorta o sentimentalismi d’accatto, bensì facendo leva su una profonda sinergia fra regia, recitazione ed accuratezza della messa in scena complessiva nel mettere in rilievo, anche per il tramite di una soffusa ironia, una concreta idea di umanità, non sempre presente nella realtà di ogni giorno, ovvero quella scaturente dal cuore, libera da proclami sensazionalistici ed istituzionalizzati, fondata precipuamente nel considerare il prossimo come il proprio riflesso, nell’alternarsi quotidiano di gioie e dolori. Lodevole, infine, la resa attoriale esternata da Taranto e Carpentieri nel dare risalto alle psicologie dei rispettivi personaggi, rimarcandone l’assunta consapevolezza relativa ad un passato da considerare non più in guisa di pesante zavorra, bensì di congrua memoria relativa alle esperienze fatte, positive o negative, dalle quali attingere per vivere al meglio il presente, in particolare una volta che si sia raggiunta la consapevolezza di essere giunti in prossimità del capolinea, ora concreto futuro a cui volgere lo sguardo.

(Cinemaitaliano.info)

Un altro corto che ha suscitato il mio interesse è stato Sempreverdi (sezione Wonderland), diretto da Tommaso Diaceri, anche autore della sceneggiatura insieme a Gianmaria Lupo Cerutti, storia della profonda amicizia che lega due ragazzine tredicenni, Valentina (Carmengiulia Falcetti), timorosa ed introversa, e Valeria (Camilla Icardi), al contrario più vivace ed aperta, unite anche dalla decisione presa di vincere la paura che impedisce loro di andare oltre quella siepe che separa la strada principale dall’interno di una fitta boscaglia, dove pare siano avvenuti incresciosi accadimenti. Non svelo volutamente altro della trama, andando a specificare come Diaceri metta in scena un dramma venato dalle sfumature proprie dell’horror psicologico, idoneo a coniugare all’interno della messa in scena visionarietà, dai lineamenti onirici, e realismo, anche in virtù dell’impatto reso dalla musiche (Matteo Carotti) e dalla fotografia (Elsa Fioritto), a volte forse un po’ troppo fosca, per quanto di concreto apporto nel visualizzare una moderna fiaba “nera”, la cui pregnante atmosfera si ammanta gradualmente di una resa metaforica. Quest’ultima è intesa a dare corpo ad un suggestivo racconto di formazione, anche se non sempre propriamente empatico, che vede delinearsi la delicata fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ed in seguito verso l’età adulta, di una ragazza alle prese con determinate problematiche da affrontare; spazio dunque alla congrua resa soggettiva dei tormenti propri di una personalità in crescita, fino all’accettazione definitiva della propria essenza, così da comprendere, forse definitivamente, la vastità che ci sovrasta, mantenendosi in costante equilibrio su quella corda tesa che è la vita.


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