Garofano Rosso Film Festival, intervista al regista Gianfranco Pannone

La presenza odierna al Garofano Rosso Film Festival del regista Gianfranco Pannone, che alle ore 19.00 presenterà il suo libro E’ reale? Guida empatica del cinedocumentarista (2021, Artdigiland), è stata l’occasione per contattarlo e rivolgergli un’intervista, che potete leggere qui di seguito, incentrata sul “cinema del reale” in particolare.

Ciao Gianfranco, benvenuto su Sunset Boulevard e grazie della disponibilità. Hai scelto il genere cinematografico del documentario per narrare nel corso degli anni, con lucidità ed acutezza, determinati momenti storicamente e socialmente rilevanti del nostro paese. Ritieni sia ormai superata quella presa di distanza, in fondo ideologica, tra “cinema del reale” e “cinema di finzione”, che, credo in particolare dal punto di vista distributivo, ha interessato la nostra cinematografia?

Gianfranco Pannone (Torino Film Festival)

“Sì, per molti versi è superata. Oggi un po’ ovunque nel mondo il cinema cerca forme ibride, forse perché non esistono quasi più le categorie ideologiche del 900, ma soprattutto perché la realtà non può più aggrapparsi a quella che un tempo veniva denominata la vita colta in flagrante, ma va inserita in un contesto storico, antropologico e direi anche filosofico più complesso, dove la realtà non è solo nell’immediatamente visibile, ma è soprattutto in quello che sappiamo e vogliamo vedere. E questo mette sicuramente in crisi la nozione classica di documentario, quel rubare alla vita che è prerogativa del Cinema diretto, al punto che ora la parola stessa documentario è considerata un po’ desueta e si preferisce ricorrere alla formula più generica di cinema del reale. Tuttavia non va trascurato un dibattito teorico che in Italia continua a languire; ancora oggi, per poter metter mano alla tavolozza del pittore anche in modo provocatorio e – perché no? – iconoclasta, è bene saper prima distinguere il cinema di finzione dal cinema documentario. L’idea documentaria è sottoposta a un’etica necessaria perché si occupa di persone reali in luoghi reali; non è mediata dalla sceneggiatura di ferro, dagli attori e da un’organizzazione, per così dire, più scientifica della macchina cinema. Certo, anche per l’approccio documentaristico vale il punto di vista dell’autore, in prima persona, come è nel caso di Michael Moore o linguistico-poetico, come è per Werner Herzog. Ed è qui il nocciolo della questione: parliamo anzitutto di cinema, andando, dunque, oltre le categorie teoriche utili a capirsi; un cinema non solo affidato allo sviluppo narrativo, all’irrompere del tema, ma al linguaggio, che determina, appunto, una creativa presa di posizione sul mondo. E questo purtroppo non piace a tutti”.

Vi è ancora spazio, nel mondo del cinema in generale, fra grandi produzioni colme di effetti speciali e realizzazioni spesso volte all’intrattenimento generalizzato, per film permeati da un concreto impegno civile, declinato in particolare verso riflessioni socio-politiche, magari all’interno di produzioni indipendenti?

(TaxiDrivers)

“Sì. La società odierna è talmente mediata dalla comunicazione globalizzata (l’incontinenza dei social, le fake news, la realtà aumentata…), che il regista, l’autore, e più in generale l’artista come l’intellettuale, oggi più di ieri, sentono l’esigenza di andare a conoscere in prima persona il mondo, di sporcarsi le mani nella realtà fisica e di interpretarla con la propria testa. E questa assunzione di responsabilità la trovo politica più di ogni proclama ideologico. Ad essere importante è un punto di vista sul mondo empatico ma anche personale e, dunque, per quanto possibile, indipendente dalle mode e dalle troppe sollecitazioni esterne che condizionano il nostro quotidiano. Ma per crescere tutti bisognerebbe metter mano al mondo dell’istruzione, introducendo le materie dell’audiovisivo nelle scuole, creando così uno spettatore consapevole”.

Ultima domanda, collegata alle prime due: il nostro cinema è ancora in grado di riscoprire gusto ed intuito per una “sana” sperimentazione, ponendo attenzione al reale con uno sguardo finalmente inedito e non standardizzato, che possa stimolare il pubblico più che assecondarlo?

(PadovaOggi)

“La sperimentazione è necessaria, sempre. Altrimenti ci si assuefà solo a modelli, appunto, standardizzati, che tra l’altro considero sul tempo lungo anche nemici del business; nel senso che, reiterando sempre gli stessi modelli narrativi con i conseguenti codici linguistici, il pubblico prima o poi si stanca. Credo che oggi ci sia un gran bisogno di film disturbanti e di autori coraggiosi, più di quanto non si pensi. Il mio non è solo un auspicio, ma è una convinzione: corsi e ricorsi storici annunciano che tornerà presto anche il cinema di impegno civile e d’autore, come ci insegnano grandi registi, vicini e lontani tra loro, come Francesco Rosi, Marco Ferreri, Elio Petri, Ermanno Olmi, fino ai Fratelli Dardenne e a Leonardo Di Costanzo, e senza dimenticare la recente scena documentaristica, quella che oggi associamo al cinema del reale. Ma non basta più gridare, non basta più indignarsi a suon di slogan, serve coltivare nuove forme di pensiero-azione. E credo che in questo frangente storico sia più politico un Jonas Carpignano con i suoi film laterali e legati al territorio di un qualsiasi documentario di denuncia”.


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