Cineteca Milano Arlecchino: in proiezione “Tempo d’amarsi”, di Elio Ruffo

(La Nuova Calabria)

Dopo essere stato presentato al 75mo Locarno Film Festival (3-13 agosto), restaurato in 4k da Cineteca Milano partendo dal negativo originale in 35mm, Tempo d’amarsi, preziosa opera prima di Elio Ruffo (Reggio Calabria, 1921 – Bovalino, RC, 1972), sarà proiettato domani, domenica 18 settembre, alle ore 17:30, nella Sala Arlecchino (Via San Pietro all’Orto 9, Milano), alla presenza della figlia del regista, Enrica Ruffo, e di Matteo Pavesi, direttore di Cineteca Milano. Girato tra i paesi calabresi di Bovalino e San Luca, Tempo d’amarsi è un’opera prima dalla quale emerge una sincera urgenza comunicativa: dare voce ai più deboli, a coloro che versano in condizioni di povertà estrema, vessati da una classe dirigente corrotta e da un sistema sociale ancorato ai pregiudizi. Le inquadrature sono sempre ben architettate e studiate, con alcuni evidenti rimandi pittorici (come il Cristo morto del Mantegna, nelle sequenze iniziali del funerale del padre). I protagonisti sono spesso ripresi a campo largo, immersi nella natura calabrese aspra e selvaggia, che prende il sopravvento. Si tratta di una scelta stilistica in armonia con l’intento di denuncia del film, il cui titolo originale sarebbe dovuto essere Dopo l’alluvione, in riferimento alla fragilità del territorio e ai mancati interventi da parte delle autorità locali. La distribuzione impose poi un titolo più conciliante.

La censura eliminò invece un paio di scene considerate “peccaminose”, tra Rosina e il fidanzato, di cui si conservano però delle fotografie di scena. Sono interessanti e quasi mai leziosi i movimenti di macchina, come nelle sequenze iniziali, quando l’inquadratura si sposta tra le varie stanze spoglie della casa e ci introduce ai componenti della sventurata famiglia. La trama scarna lascia spazio a squarci di umanità sincera e a piccoli momenti delicati e poetici, che raccontano l’infanzia di Gianni, in bilico tra la fanciullezza e una crescita prematura. Il film venne presentato al IX Festival di Locarno, dove ricevette una menzione speciale come miglior opera italiana di quell’anno. Se l’influenza su Elio Ruffo del cinema neorealista è chiara, anche se mai si erano visti dei protagonisti girare addirittura scalzi, è una congettura interessante il fatto che alcune scene possano ricordare I Quattrocento colpi (1959) di Truffaut (di quattro anni dopo) e addirittura, per andare molto avanti temporalmente, Dov’è la casa del mio amico (1987) di Kiarostami. Ė un vero peccato che un regista che ha posto delle basi così solide per un cinema poetico e politico allo stesso tempo, si sia spento prematuramente, riuscendo a produrre solo altri quattro corti ed un lungometraggio, Una rete piena di sabbia (1966). Tempo d’amarsi è un film che merita di essere visto, perché tratteggia un’umanità in difficoltà, che trova il riscatto attraverso l’unione e la solidarietà tra i membri della comunità. 

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Tempo d’amarsi (Elio Ruffo, Italia, 1955. Soggetto e sceneggiatura: Elio Ruffo. Fotografia: Adriano Bernacchi. Montaggio: Rodolfo Palermi. Musica: Roman Vlad. Produzione: Elio Ruffo. Interpreti: Loretta Capitol, Sandro Moretti, Ciccio Pelle, Angelo Stranges, Pippo Carpentieri, Peppe Carpentieri, Gianni Marvelli. A seguito della morte del padre, il piccolo Gianni fugge di casa per cercare lavoro in fabbrica. La sorella Rosina, accompagnata dal fidanzato Beppe, si mette alla sua ricerca. Attraverso le peripezie di Gianni e Rosina, il regista Elio Ruffo mette in scena il disagio sociale della Calabria profonda, seguendo il solco tracciato dal miglior cinema neorealista.

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Elio Ruffo

Elio Ruffo porta nel sangue una propensione all’impegno sociale e politico. Ruffo di Bovalino è un’importante famiglia aristocratica calabrese, che annovera tra i suoi membri patrioti del Risorgimento e un martire, fucilato a ventiquattro anni nella piazza di Gerace, per aver partecipato ai moti calabresi del 1847. Il padre di Elio, l’avvocato Gaetano Ruffo, fervente antifascista, fu costretto a ritirarsi nel paese natale di Bovalino, impossibilitato ad esercitare la professione, a causa della sua strenua opposizione al regime. Laureato in legge, Elio Ruffo prese parte alla Resistenza, per poi dedicarsi a svariati lavori nella capitale: dall’impiegato al giornalista per Il giornale di CalabriaL’UmanitàFotogrammi e Paese sera. I primi contatti con il mondo del cinema avvengono con alcune esperienze da aiuto regista e attore nei film Undici uomini ed un palloneAccidenti alla guerra! (1948) di Giorgio Simonelli, e Monastero di Santa Chiara (1949) di Mario Sequi. Ma sono i suoi primi lavori da regista, i documentari S.O.S Africo del 1949 e Gente del sud (1950), che anticipano la poetica e i temi a lui cari: l’attenzione realista e priva di fronzoli nei confronti degli ultimi, della povera gente della sua terra. Si tratta di una posizione coraggiosa che non raccoglie necessariamente il consenso dei conterranei. Ė quindi con grande caparbietà che nel 1955 Ruffo produce il suo primo lungometraggio, Dopo l’alluvione, rinominato dalla distribuzione Tempo d’amarsi, proiettato fuori concorso al IX Festival del cinema di Locarno, dove ricevette una Menzione Speciale come Miglior Film Italiano.

(eBay)

Ruffo esprime qui una cifra stilistica chiara, tra crudo realismo e lirismo, seguendo l’insegnamento dei maestri del neorealismo, per descrivere le difficoltà della sua terra e per mettere in scena squarci di umanità universali. Preceduto da alcuni documentari, esce solo nel 1966, dieci anni dopo il primo, Una rete piena di sabbia, secondo e ultimo lungometraggio di Ruffo, film-inchiesta ambientato in Calabria. Incisivo e quasi didascalico nella raffigurazione della lotta di classe, dei poteri locali corrotti e in combutta con la criminalità organizzata, il film ha una scarsa circuitazione: le tematiche affrontate sono ritenute periferiche. Le perenni difficoltà produttive rendono incompiuti altri soggetti d’impegno civile che Ruffo aveva in serbo: L’attentato Zaniboni, una ricostruzione storica sul tentato attentato a Mussolini, Borboni ’70, approfondimento sul rapporto tra stato e mafia e Una famiglia del sud, un grande ritratto familiare corale. Una morte improvvisa però, colse Elio Ruffo appena cinquantenne. I pochi lavori che ci ha lasciato restituiscono un cinema allo stesso tempo impegnato e poetico, dettato dall’amore per la propria terra e dalla partecipazione sincera alla sofferenza della propria gente, scandito dal coraggio di chi vuole cambiare le cose, perseguendo ideali di giustizia e libertà. (Fonte: comunicato stampa)

Programma: domenica 18 settembre, ore 17.30: Tempo d’amarsi. Al termine, rinfresco offerto a tutti gli spettatori. In replica: martedì 20 settembre ore 17.00; mercoledì 21 settembre ore 19.00; venerdì 23 settembre ore 17.00; domenica 25 settembre ore 15.00. Martedì 20 settembre, ore 17: S.O.S. Africo (Regia e sceneggiatura: Elio Ruffo. Direttore della fotografia: Aldo Alessandri. Musiche: Virgilio Chiti. Montaggio: Pino Giovini. Produzione: Associati. Voce fuori campo/commento parlato: Sandro Paternostro. Italia, 1949, 10′).Documentario che racconta con realismo e crudezza le condizioni di povertà in cui versavano le genti del paese di Africo, dove un paio di scarpe è un lusso, una moneta una reliquia, una forma di pane nero un tesoro, una tazza di latte una benedizione. In replica: mercoledì 21 settembre ore 19.00; venerdì 23 settembre ore 17.00.

(CineAvatar)

Giovedì 22 settembre, ore 19:00: Una rete piena di sabbia (Regia e sceneggiatura: Elio Ruffo. Direttore della fotografia: Renato Fait. Musiche: Teo Usuelli. Montaggio: Mario Giacco. Int.: Cyrus Elias, Fulvia Franco, Ettore Garofalo, Gabriella Giorgielli, Myriam Micol, Mirella Pamphili, Renè Curè, Tullio D’Achille, Fred Coplan, Alfrdo Colantoniu, Gaetano Dell’Era, Peppino Ferrara, Giuliano raffaelli, Olga Solbelli. Produzione: Ars cinematografica. Direttore della produzione: Attilio Tosato. Studi: Istituto Luce. Location: San Luca, Bovalino, Locri, Siderno, Marina di Gioiosa, Roccella Jonica, Copanello, Catanzaro. Italia, 1966, 98′). Un regista torna nella sua terra natia, un paesino calabrese della costa jonica, per girare un documentario, appassionandosi alla causa dei poveri pescatori, tra cui il giovane Rocco, che promette il suo voto al baronino che vuole lanciarlo come promessa del calcio, ma finirà nelle maglie della malavita. Le speranze per il futuro di Rocco e della sorella Lisa vengono tragicamente disattese come una rete gettata in acqua che raccoglie solo sabbia.


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