Le visioni di Youngabout: Playground (Un monde)/ Pomeriggio animato 

Da qualche giorno mi trovo a Bologna, per seguire la 16ma edizione di Youngabout International Film Festival (30 novembre-17 dicembre), kermesse cinematografica rivolta alle giovani generazioni, tramite la proposta di vari titoli le cui tematiche vanno ad interessare le loro problematiche e le loro aspettative, in particolare nei rapporti col mondo degli adulti, universo del quale un domani neanche tanto lontano andranno necessariamente a fare parte. Ancora prima dell’analisi dei titoli visionati, che si svilupperà in più articoli e relativamente a quelli proposti per la scuola media inferiore e superiore, mi preme sottolineare quanto ho potuto appurare riguardo la preparazione cinematografica degli studenti. In particolare sono rimasto piacevolmente sorpreso nel constatarne la sagacia espressa nel percepire le differenze con le realizzazioni che sono soliti vedere, rimarcando determinati aspetti contenutistici e tecnici, il che evidenzia quanto possa essere rilevante avviare un progetto didattico sul mondo del cinema, di concerto tra professori ed esperti esterni, così da sviluppare nei giovani un concreto senso critico  riguardo la valutazione, anche e tra l’altro, della realtà che li circonda. Ed ora passiamo alla recensione del primo film che ho visto insieme ad una scolaresca nel corso delle mattinate al Cinema Odeon, il belga Un monde (Playground il titolo internazionale, Il patto del silenzio quello scelto per la distribuzione italiana), esordio nei lungometraggi di Laura Wandel, regista e sceneggiatrice,  presentato nella sezione Un Certain Regard del 74mo Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio Fipresci per la regia.

(Cineuropa)

Avvalendosi di uno stile registico incline al documentario, incrementato dalla fotografia di Frédéric Noirhomme e dalla totale assenza di una colonna sonora propriamente detta, Wandel visualizza con lucidità, senza filtro alcuno che non sia quello delineato dalla sceneggiatura, le caratteristiche precipue della comunità scolastica, una scuola elementare, in cui va ad esordire Nora (Maya Vanderbeque, sorprendente per naturalezza immedesimativa), già frequentata dal fratello di poco più grande, Abel (Gunter Duret), al quale la bambina è molto legata. Un forte abbraccio al papà che li ha accompagnati all’ingresso sembra sufficiente a vincere ogni paura, ma presto Nora scoprirà che le sue necessità di sentirsi integrata nell’inedito microcosmo, rappresentativo di un nuovo gruppo sociale, ed essere accettata dai coetanei come una di loro, verranno compromesse proprio dal comportamento di Abel, incline a subire senza reazione alcuna le continue vessazioni, anche violente, dei compagni e riguardo le quali vuole che la sorella mantenga il silenzio, sia con gli insegnanti, sia con il papà,  finché…L’iter narrativo di Un monde si snoda con modalità sempre piuttosto dirette, anche brusche se vogliamo, visualizzando i vari accadimenti che andranno a susseguirsi l’un l’altro così come si verificano dinnanzi la macchina da presa,  in simbiosi con i piccoli protagonisti, letteralmente pedinati nell’incedere della loro quotidianità e sempre resi in primo piano, rimarcandone la soggettività dell’azione sfocando quanto, ambiente, personaggi, oggetti, va a gravitare intorno le loro figure.

Maya Vanderbeque e Gunter Duret

Viene così a rendersi del tutto tangibile, tra l’altro, la progressiva deflagrazione di un rapporto, quello tra fratello e sorella, che sembrava incorruttibile di fronte ad ogni mutazione in corso d’opera o, quanto meno, passibile di un inevitabile adattamento. La regista riversa poi anche una certa abilità nel far percepire il non detto, affidandosi quindi alla interpretazione degli spettatori (le problematiche caratteriali di Abel, la cura dei due bambini affidata essenzialmente alla figura paterna, sua precipua occupazione), riservando inoltre un attento sguardo al mondo parallelo degli adulti, insegnanti, genitori, i quali appaiono soverchiati dall’incalzare repentino degli eventi, in difficoltà nell’esternare una necessaria empatia volta a  comprendere tutti gli adattamenti in corso d’opera posti in essere da personalità in crescita, inclini a smarcarsi dalla calda protezione del “buon nido familiare”, al cui interno hanno comunque appreso i primi rudimenti relativi all’iniziatico approccio esistenziale. Un monde, andando a concludere, è un’opera che unisce rigore e sensibilità nel dare adito alle problematiche giovanili senza indulgere in toni compiaciuti e/o compiacenti, avallando uno stile diretto e realistico, sublimando infine una concreta circolarità  narrativa nella complementarietà tra la sequenza iniziale e quella finale, un abbraccio idoneo a ricondurre l’ordinarietà rituale dell’esistenza nell’alveo naturale dell’amore e della condivisione. 

Sabato 3 dicembre ho poi partecipato all’evento Pomeriggio animato: piccole grandi storie d’amore e d’amicizia, che si è svolto al Cinema Galliera. Sono stati proiettati, a cura di Eugenia Gaglianone, sei cortometraggi d’animazione: Il bruco e la gallina (Michela Donini, Katya Rinaldi, Italia 2010), Il regalo (Podarok, Tat’jana Moldovanina e Ol’ga Sivakova-Vasina, Russia 2020), L’occhio della balena (Giorgia Bonora, Francina Ramos, M. Lucia Schimmenti, Tess Tagliaferro, Italia 2022), Piropiro (Miyoung Baek, Corea 2021), Dove il sasso cadrà (Beatrice Pucci, Italia 2021), Il leone con la barba bianca (Lev s sedoj borodoj, Andrej Khrzhanovskiy, Russia 1995). Una proposta certo variegata riguardo le modalità di realizzazione e la conseguente resa visiva, dall’utilizzo di materiali quali la lana o la carta,  passando per il disegno classico o eseguito digitalmente, senza dimenticare l’impiego di tecniche sempre affascinanti come la stop motion, accomunata dalla tematica relativa al rapporto tra uomo e animali, per una visione piacevolmente diversa rispetto alle consuete proposte cinematografiche dominanti nel settore, che non ha mancato di affascinare sia i tanti bambini presenti in sala, sia gli adulti non accompagnati da minore. 

(Dalla pagina Facebook del Cinema Galliera)

Ma la più grande emozione provata nel corso dell’incontro è scaturita nel constatare l’attenzione che i piccoli spettatori hanno rivolto verso le multiformi immagini che scorrevano sullo schermo, come dimostrato dai loro interventi, una volta invitati al dialogo dalla curatrice Gaglianone, cogliendo dei corti proposti il significato e le differenze stilistiche, anche relativamente ad opere che di primo acchito potevano apparire di non facile presa, come l’intenso Il leone con la barba bianca, poetico e struggente adattamento di un racconto scritto da Tonino Guerra, la cui voce attraversa il film contribuendo a permearlo di un’aura felliniana, quest’ultima ovviamente percepibile da noi adulti. Grazie a questo evento di Youngabout  sono quindi uscito dal cinema avvolto da una bella sensazione, che mi è rimasta dentro a lungo fino a provare ad esternarla in queste righe, ovvero come una buona combinazione tra il coraggio della proposta, quest’ultima intesa più a stimolare che ad assecondare, e la compartecipazione del proprio sapere e della propria esperienza nei riguardi dei giovani spettatori, possa ancora rendere possibile l’idea primigenia del cinema quale “sogno condiviso”; ugualmente, infine, la visione di realizzazioni animate  attraversate da fervida creatività in luogo di una fredda programmaticità può restituire a grandi e piccini lo spontaneo afflato immaginifico proprio delle “vecchie” fiabe, accompagnato, sempre e comunque, da una congrua morale di fondo.


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