
Roma, estate 1989. Felice Milella (Tiziano Menichelli), 13 anni, si è affermato nei tornei di tennis regionali, con grande soddisfazione del padre Pietro (Giovanni Ludeno). Il genitore lo ha allenato personalmente, sulla base di tutta una serie di schemi annotati su di un quaderno, incentrati sul gioco difensivo e sulla resistenza fisica, quest’ultima conseguita a prezzo di duri sacrifici e pesanti rinunce. Ora però, per passare al livello successivo, i tornei nazionali, è necessario un decisivo salto di qualità. Ecco perché Pietro, affiancando allo stipendio d’ingegnere della SIP le lezioni private di matematica e la riparazione di elettrodomestici, ha messo da parte, rinunciando alle vacanze estive insieme a tutta la famiglia, la somma sufficiente a pagare un vero maestro di tennis, il cui nome ha rinvenuto in un annuncio sul giornale. Trattasi di tale Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), appena dimesso da una clinica psichiatrica, finalista agli ottavi di finale al Foro Italico, la cui fama è in realtà legata più ad una vita sregolata che ai successi sportivi.

L’allievo e il maestro, accomunati da uno scarso entusiasmo riguardo quanto si accingono ad affrontare, impareranno a conoscersi reciprocamente nel corso del viaggio in auto su e giù per l’Italia, fino a far fronte, con inedite consapevolezze, alla partita più importante, su quel campo di gioco che è la vita. “Ma è proprio obbligatorio essere qualcuno?”, esternava il conte Mascetti (Ugo Tognazzi) al capezzale del Perozzi (Philippe Noiret), in una sequenza di Amici miei (Mario Monicelli, 1975). Una frase che credo ben si adatti a descrivere, in sintesi, l’assunto delineato dal bel film Il maestro, presentato, fuori concorso, alla 82ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La regia è di Andrea Di Stefano, anche autore della sceneggiatura insieme a Ludovica Rampoldi, che, dopo l’intrigante polar L’ultima notte d’Amore, muta la rotta verso gli stilemi della commedia all’italiana “classica”, quella che in virtù dei suoi autori sapeva come calibrare ironia e drammaticità nel narrare storie profondamente legate alla realtà.

Lo scenario è offerto dall’Italia di fine anni ’80, ben resa dal lavoro di scenografia (Carmine Guarino) e fotografia (Matteo Cocco) nei suoi ultimi strascichi edonistici, spesso di facciata, rappresentati quest’ultimi dalla figura del sedicente campione male in arnese, il Raul Gatti interpretato da Favino, rendendoci fisicità ed emotività di chi, oramai appesantito nel corpo ma soprattutto nell’animo, si ritrova a fare i conti con la disinvolta gestione della personale esistenza, sia a livello umano che professionale. Il suo atteggiamento, spavaldo e guascone, che nasconde più di un segreto, andrà inevitabilmente a fare a pugni con la rigida condotta propria del ragazzino di cui ha in affido le sorti agonistiche.
Felice, che l’ottimo Menichelli riveste della pregna autenticità di un dolore sotteso e rappreso, d’altro canto coltiva un sogno per conto terzi, quello che si cela nelle imposizioni di un genitore che aspira alle luci della ribalta, sorta di “buon Mefistofele” cui ha venduto la giovanile spensieratezza, considerando le ferree regole impartite, gli orari fissati per pranzo e cena, mai a letto oltre le 21, gli esercizi quotidiani, il rispetto pedissequo degli schemi di gioco stabiliti. Due personalità differenti, destinate ovviamente a scontrarsi per poi dare adito ad un intendimento reciproco, volto in primo luogo a ricercare quale senso conferire alla propria quotidianità, facendo i conti, rispettivamente, col proprio passato e col proprio presente.

Di Stefano, con movimenti di macchina insistenti sui volti e sull’ambiente circostante, asseconda una cadenza narrativa a metà strada tra il road movie e il racconto di formazione, dirige con misurata spettacolarità, ma forte tensione, gli incontri tennistici, esaltando la caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni che andranno ad affrontare, già espressa nell’ambito della sceneggiatura. Metaforicamente, la vera partita sarà quella che si giocherà sul campo della rituale esistenza, offrendo spazio all’idea di un legame affettivo basato sull’accettazione vicendevole del proprio modo d’essere e della potenzialità ad esternarlo.

Paradossalmente, credo sia stato già notato da molti, la vittoria andrà ad assumere le sembianze di quella che agli occhi dei più sarà vista come una sconfitta, non considerando che solo quest’ultima potrà opportunamente offrire libertà all’intima essenza propria tanto di Raul che di Felice, in nome di una salvezza reciproca, finalmente adulto e finalmente ragazzo. Che la partita abbia inizio, servizio e via, il gioco che si andrà a sostenere varrà più del risultato finale.
Immagine di copertina: Pierfrancesco Favino (Movieplayer)






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