(Ufficio Stampa)

Il 21 gennaio di ogni anno due agnelli appena nati vengono affidati alle cure delle monache benedettine del Monastero di Santa Cecilia in Trastevere, Roma. Ornati di fiori, sono dunque portati nella Basilica di Sant’ Agnese per essere benedetti e poi trovare accoglienza nel cenobio, dove Suor Vincenza si occuperà del loro sostentamento, assicurandogli tutto ciò di cui hanno bisogno, dall’allattamento col biberon alle cure mediche. Trascorsi cinque mesi saranno quindi tosati e con la loro lana verranno intessuti i palli, paramenti liturgici che il Papa impone agli arcivescovi metropoliti il 29 giugno, giorno in cui si celebrano i  Santi Pietro e Paolo. Ispirato da questa tradizione millenaria il regista Massimiliano Camaiti ha scritto e diretto Agnus Dei, documentario intenso e suggestivo, presentato alla sezione Biennale College Cinema della 82ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la cui visione mi ha intimamente coinvolto, in particolare per le modalità registiche messe in atto dall’autore, a partire dalla “costrizione” del girato in quattro terzi, intesa a visualizzare, personale sensazione, una sorta di collegamento tra terra e cielo.

Camati, infatti, non mira a caratterizzare il narrato con determinati movimenti di macchina, magari accentuando la scaturigine delle emozioni nell’occhio di chi guarda, bensì fa sì che la sensibilità individuale si smuova ponendo l’obiettivo ad altezza del quotidiano, riprendendo l’accadimento frontalmente nel suo materializzarsi, a partire dalla ciclicità consuetudinaria propria della vita all’interno del monastero. La struttura si configura come un vero e proprio mondo a parte, dove ogni singolo gesto segue un ritmo del tutto particolare, dettato da spiritualità, cura e devozione, lontano dalla frenesia tumultuosa che trova buon albergo poco al di là di quelle mura. Lo scorrere delle ore, il passaggio da un giorno all’altro nell’incedere delle stagioni, è scandito dall’intonazione di canti e preghiere e dallo svolgimento di varie attività, dalla preparazione del desco alla cura del giardino, raccogliendo erbe e frutti e provvedendo alla loro trasformazione.

Un posto di rilievo occupa naturalmente la cura filiale rivolta ai due protagonisti della narrazione, gli agnelli separati, ahimè, subitamente dalla madre (è sufficiente una sola inquadratura di quest’ultima e udirne il reciproco belare fuori campo a suscitare un certo struggimento). Offre comunque un minimo di sollievo il sapere che, almeno per il momento, il sacrificio non comprende la loro morte, bensì la sublimazione in un rito antico ammantato di una concreta spiritualità pur nel suo formalismo (il pallio di lana imposto sulle spalle rievoca la figura evangelica del Cristo Buon Pastore). Il vissuto giornaliero delle monache trasmuta in sacralità per il tramite della dedizione ai comportamenti cui è improntata la propria esistenza, nell’intima convinzione di averla fideisticamente dedicata a un entità suprema che si rende visibile per il tramite del loro operato.

Il passato delle monache, una loro vita precedente alla clausura, può fare ritorno, come la visita dei due figli di Suor Vincenza, con un senso di maternità tuttora presente e incline a manifestarsi verso altri esseri viventi con non minore trasporto emotivo (l’allattamento e la cura degli agnellini, l’apprensione nel sentirne i belati al momento della tosatura). Quanto accade nel mondo attraversa le mura del monastero e si diffonde tramite la radio o, più raramente, la televisione e gli smartphone, come la notizia della malattia di Papa Francesco, del ricovero al Policlinico Gemelli e poi infine della sua morte, cui seguirà il funerale, il conclave e la nomina del nuovo pontefice, Leone XIV. Quest’ultimo ripristinerà il rito ufficiale dell’imposizione del pallio, sospeso da Bergoglio, che lo aveva sostituito con la consegna da parte del più alto sacerdote in carica delle rispettive chiese locali.

Tutti eventi che andranno a creare iniziale sgomento e invocazione corale di preghiere, ma senza comportare un sostanziale mutamento del consueto ripetersi di accadimenti e situazioni cui fare fronte, sempre nella cornice sacrale di cui è concretamente contornata la loro esistenza, nella capacità, oramai sconosciuta alla gran parte di noi, di guardare oltre il visibile. Uno sguardo determinato dalla propria coscienza, non assecondando alcuna influenza esterna, in nome di una fede che possa tramutarsi in fiducia, spirito e resistenza vitale nell’affidarsi al silenzio e alla costanza delle proprie azioni per conferire un senso alla propria come all’altrui esistenza. Si lancia dunque una possibile ciambella di salvataggio a una umanità sempre più incredula e smarrita, ovvero la libertà dell’affidarsi al divino o, meglio, all’immanenza del sacro nell’esistenza quotidiana, pur fra i tanti dubbi o incertezze che ne accompagnano, da sempre, la sua esternazione.

Immagine di copertina: MyMovies

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