Film director discussing scene on a movie set with camera and crew
(Immagine generata con AI)

Melvin Kaminsky, in arte Mel Brooks, nasce a New York nel 1926 da una famiglia ebrea di origine polacca. “Brooks” venne mutuato dal cognome della madre, Brookman, una volta che, rientrato negli Stati Uniti dopo aver preso parte al Secondo Conflitto Mondiale, Mel iniziò a bazzicare il mondo dello spettacolo in qualità di batterista, per evitare di essere confuso col trombettista Max Caminsky. Prima di esordire sul grande schermo, Brooks lavorò per un lungo periodo come cabarettista in vari locali notturni della Grande Mela e in televisione, dapprima “scrittore fantasma” di testi (lo spettacolo Your Show of Shows, di Sid Caesar) e poi sceneggiatore (la sit-com Get Smart, NBC 1965-1969; CBS 1969 – 1970).

Dopo aver realizzato, nel 1963, insieme al regista Ernest Pintoff, un cortometraggio d’animazione, The Critic, che gli valse l’anno seguente un premio Oscar, Brooks esordì sul grande schermo nel 1967, regista e sceneggiatore, con The Producers (Per favore non toccate le vecchiette!). Inizialmente intitolato Springtime for Hitler, dal nome dello spettacolo messo in scena dai protagonisti Max Bialystock (Zero Mostel) e Leo Bloom (Gene Wilder, alla sua prima volta con Brooks), cavalcando l’idea che da un fiasco si potrebbe ricavare più denaro rispetto a un successo, il film  vinse l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale.

Da qui inizia a ravvisarsi la sagacia propria di Brooks intesa a innovare la commedia farsesca made in Hollywood, innestando al suo interno due diversi tipi di comicità, una risalente al tradizionale umorismo yiddish, sottile e pungente, l’altra allo stile proprio delle vecchie comiche. I citati differenti stilemi andavano comunque a formare all’interno della messa in scena un particolare unicum, garanzia di sane (e a volte anche amare) risate, avvalorato poi  dalla felice intuizione di coniugare a tale caratteristico registro comico la rilettura parodica di vari generi cinematografici.

Man operating scientific equipment in a vintage stone and brick laboratory
Gene Wilder (immagine generata con AI)

Dopo aver girato The Twelve Chairs (Il mistero delle dodici sedie, 1970, tratto dal romanzo di Il’ja Arnol’dovič Il’f ed Evgenij Petrovič Kataev), dove Brooks esordisce come attore sul grande schermo in un ruolo secondario, ecco Blazing Saddles (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, 1974), rilettura farsesca di molti western hollywoodiani degli anni ’50 e dei loro principali cardini narrativi, cui seguì il geniale Young Frankenstein (Frankenstein Junior, 1974), sceneggiato insieme a Wilder. Rivisitazione-omaggio in chiave burlesca del mito della “Creatura” nata dalla penna di Mary Shelley nel 1818 (Frankenstein or, The Modern Prometheus), il film visualizza anche una nostalgica citazione delle pellicole  visionate dagli autori al tempo della loro fanciullezza, basti pensare alla stupenda fotografia in bianco e nero di  Gerald Hirschfeld o ai caratteristici passaggi in dissolvenza tra le varie sequenze.

Inoltre, come dichiarò Wilder nel corso di un’intervista, offre un richiamo ai primi quattro film dedicati dalla Universal al mad doctor e alla sua Creatura: Frankenstein (James Whale, 1931), Bride of Frankenstein (1935, sempre Whale), Son of Frankenstein (Rowland V. Lee, 1939) e The Ghost of Frankenstein (Erle C. Kenton,1942). Ne  vengono infatti riprese, mutuate da toni grotteschi, le caratteristiche proprie dei personaggi, ma anche buona parte delle scenografie, vedi il laboratorio, con tutte le sue attrezzature, che è, infatti,  quello concepito per il primo titolo da  Kenneth Strickfaden.

Da ricordare, come già riportato in vari testi e articoli, il rilevante lavoro messo in atto dal doppiaggio italiano curato da Roberto De Leonardis, eseguito alla International Recording con la partecipazione della C.V.D. e diretto da Mario Maldesi. Furono adatte felicemente al nostro idioma le tante battute nonsense, come la celebre Lupo ululà, castello ululì, che in originale partiva dall’esclamazione di Inga (Teri Garr) nel sentire un ululato, Werewolf!, ripetuta da Frederick e a cui Igor dava come risposta, intendendo Where wolf,   There wolf, there castle o, tra le tante felici intuizioni, l’aria  Sempre libera degg’io / folleggiare di gioia in gioia (primo atto della Traviata di Giuseppe Verdi, 1853) a sostituire l’intonazione goduriosa del brano Ah Sweet Mystery of Life, tratto dall’opera Naughty Marietta di Victor Herbert (1910)  .

(MyMovies)

La fervida creatività di Brooks proseguì con titoli quali Silent Movie (L’ultima follia di Mel Brooks, 1976), scatenato film muto come da titolo, in cui, tra omaggi a Keaton e Chaplin, si ode una sola parola, pronunciata dal mimo Marcel Marceau; High Anxiety (Alta tensione, 1977) in cui il nostro si diverte a “rifare”, alla sua maniera il cinema di Alfred Hitchcock (Vertigo in particolare), sia visivamente che ripercorrendone i toni della suspense sul filo dell’ironia: History Of The World, Part 1 (La pazza storia del mondo, 1981), parodia dei vari “polpettoni” biblici/storici, inizia già ad accusare momenti di stanca, sempre più evidenti nei non del tutto riusciti Spaceballs (Balle spaziali, 1987), Robin Hood: Men In Tights (Robin Hood ‒ Un uomo in calzamaglia, 1993) e Dracula: Dead And Loving It (Dracula morto e contento, 1995).

Dapprima vi erano invece stati riusciti tentativi di mettere in scena una riproposizione delle “vecchie” commedie hollywoodiane, To Be Or Not To Be (Essere o non essere, 1983) diretto da Alan Johnson, remake dell’omonimo film di Ernst Lubitsch, dove Brooks recita accanto alla moglie Anne Bancroft, e Life Stinks (Che vita da cani!, 1991). Quest’ultima realizzazione, a mio avviso da rivalutare, pur soffrendo di qualche squilibrio nel conciliare ironia e drammaticità,  riecheggia lo stile proprio di Frank Capra richiamando un’ideologia che oggi potrà anche apparire ingenua, ma a suo modo ancora efficace: è sempre possibile un ravvedimento in chi ha perseguito un profitto fine a se stesso, inteso a garantire in tutto e per tutto la personale sicurezza economica, confrontandosi con quanti hanno mantenuto una purezza d’animo pressoché fanciullesca nel far fronte alle avversità che la vita ha posto loro innanzi.

Lesley Ann Warren e Mel Brooks in “Life Stinks”, 1991

Vedi al riguardo il personaggio “angelico” della senza tetto Molly (Lesley Ann Warren), che, forse la sequenza più bella insieme a quella di un numero di danza da “vecchio musical” tra gli stracci, invita a brindare alla depressione e non alla felicità, perché “dura di più e non ti tradisce”. L’ultimo successo di Brooks è legato non al grande schermo ma al teatro, la trasposizione nel 2001, sul palcoscenico di Broadway, del suo primo film, The Producers, per la regia di Susan Stroman, con Nathan Lane e Matthew Broderick a interpretare rispettivamente Bialystock  e Bloom, che conseguì dodici Tony Award. Nel 2005 dall’adattamento teatrale venne ricavato un film dall’identico titolo, così come rimasero Stroman alla regia e il duo Lane – Broderick quali interpreti principali.

La Cineteca di Bologna festeggerà il centesimo genetliaco di Mel Brooks questa sera, domenica 28 giugno, in Piazza Maggiore: alle ore 21.45 Brooks saluterà in video gli spettatori del festival Il Cinema Ritrovato, dopo che tutta Piazza Maggiore avrà intonato l’immancabile Happy Birthday to You. Subito dopo vi sarà la proiezione di quello che è forse il film più amato di Brooks: Frankenstein Junior.

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