(Ufficio Stampa)

Montréal, giorni nostri. Mihail (Galin Stoev) lavora all’interno di una galleria d’arte in qualità di curatore. Insieme al proprietario visiona un video che illustra le doti pittoriche di una bambina, Nina (Ekaterina e Sofia Stanina), residente in un paese della Bulgaria, al cui talento si è già interessata una gallerista italiana, Giulia (Chiara Caselli). Mihail riceve quindi l’incarico di recarsi sul posto, così da accertare la veridicità di quanto visto: potrebbe esserci sotto qualche truffa, magari orchestrata dai genitori per dare un’inedita svolta alle proprie esistenze. L’uomo accetta malvolentieri: il viaggio di lavoro rappresenta un ritorno a quella terra da cui si era allontanato anni addietro, dopo la morte improvvisa della moglie, portando con sé la figlia Roza (Michelle Tzontchev), che ora si è trasferita per qualche tempo nella casa paterna insieme al figlio.

Una convivenza difficoltosa: Roza vorrebbe far apprendere al bambino l’idioma e i costumi della regione natia, mentre Mihail esprime duramente tutta la sua contrarietà al riguardo, anche se, una volta giunto in Bulgaria, non potrà fare a meno di pensare al suo passato. Conosciuta Nina, poi, così fieramente attaccata al suo paese, alle sue origini, si porrà delle domande su quanto quella fuga, dettata più dal dolore che da una reale necessità, abbia arrecato, in termini di conseguenze e  scelte sofferte, alla sua vita e a quella di Roza in particolare. Scritto e diretto da Geneviève Dulude-De Celles, Nina Roza è stato presentato di recente nella sezione Best Of della XXI Festa del Cinema di Roma, dopo aver conseguito l’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura alla 76ª Berlinale ed essere stato scelto dal Canada per la corsa alla nomination agli Oscar come Miglior Film Internazionale.

Un’opera certo particolare e suggestiva nel dare vita a uno sviluppo narrativo che tende a scorrere su binari differenti per poi trovare un punto d’arrivo nella congiunzione tra passato e presente, quale scambievole propulsione esistenziale. A ciò si aggiunge anche l’innesto di un fluire reciproco tra arte e vita, offerto dalla sublimazione del momento creativo, considerato nella sua essenzialità primigenia. L’aria sfatta e lo sguardo tra l’arreso e il disilluso rendono Mihail — l’ottimo Galin Stoev — un’idonea personificazione della volontà di rinvenire un sicuro rifugio all’interno di un mondo, quello inerente all’arte e alla sua manifestazione, che funge da solido frangiflutto per attenuare la forza impetuosa delle onde inerenti al manifestarsi del ricordo della vita precedente, in particolare dell’improvviso passaggio dalla gioia al dolore.

Avverte, forse inconsciamente, il sentore di un’identità rinnegata più che perduta, nella difficoltà di conciliare quello che si è stati con ciò che si è ora. Ecco allora farsi spazio la specularità tra la figura di Nina, interpretata da due gemelle — scelta che rimarca le diverse emozionalità espresse dal personaggio a seconda delle situazioni che si trova a vivere — e quella di Roza: da un lato l’identità mantenuta e preservata con caparbietà, dall’altra quella che pulsa sotto la cenere dell’essersi dovuta invece piegare alla volontà altrui, per poi venire fuori con altrettanta impetuosità. I paesaggi bulgari, esaltati dalla densa fotografia di Alexandre Nour Desjardins nel rimarcare un senso di malinconia sottolineato anche dall’incedere delle musiche (Joseph Marchand), diventano allora dei veri e propri “fondali dell’anima”.

Qui si staglia la rievocazione di un passato la cui rielaborazione potrà costituire un inedito stimolo per il presente, nel valore fondante delle proprie radici. Il tema identitario va poi a creare un ulteriore parallelismo relativamente alla creatività propria dell’opera d’arte, tra la mera oggettività della realizzazione e la sua soggettività, ciò che essa può rappresentare per quanti l’abbiano sviluppata. Probabilmente Nina vive tutto come un gioco; “disegna” su tela con le mani sporche dei residui della vernice che la madre impiega per realizzare piatti in ceramica. La giocosità, però, svanirà quando quanto messo in atto andrà a rappresentare qualcos’altro, ovvero una potenziale fonte di guadagno per coloro che appaiono interessati a conferire professionalità a quell’istinto creativo.

In Nina Roza la bontà della regia, ancora prima del pur lodevole lavoro di scrittura, coesa con le valide interpretazioni attoriali e i citati meriti tecnici, porta quindi in scena una narrazione spesso toccante, ma forse non sempre del tutto coesa nel dare adito a più tematiche narrative. Credo che, concludendo, nella messa in scena del film prevalga la volontà dell’autrice di offrire visualizzazione, più che alla realtà in sé e per sé considerata, allo sguardo, mutuato dalla macchina da presa, verso l’intimità dei personaggi così come espressa per il tramite del loro vissuto. Un film da vedere, lasciandosi quindi trasportare dall’emozionalità del narrato, permeato da una concreta sensibilità.

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