Addio a Luciano Emmer, cantore della semplicità

Luciano Emmer
Luciano Emmer
Il regista e sceneggiatore Luciano Emmer è morto ieri a Roma, dopo un incidente stradale avvenuto quest’estate e dal quale non si era più ripreso. Aveva 91 anni ed è stato il regista che, forse meglio di molti suoi colleghi, con i suoi film aveva saputo esplorare ogni piega del quotidiano, raccontando le genuine emozioni di gente semplice, esplorando quel settore che va dal proletariato urbano alla piccola borghesia, le cui vicende spesso si intrecciano, condividendo attese, bisogni, sentimenti, il guardare con sospetto alle novità della società postbellica, con un’evidente antinomia tra un passato che non c’è più e il nuovo che si fa avanti.

Nasceva con Emmer un nuovo genere filmico, all’epoca dileggiato con lo sbrigativo termine di neorealismo rosa, in realtà prodromo della commedia all’italiana propriamente detta, con il quale, senza trascurare il sociale, lo si poneva però come sfondo ai problemi sentimentali delle persone, che restavano dominanti, trattando in sostanza in chiave “leggera” un problema che poteva essere trattato anche e comunque in modo “serio”, magari volgendo al drammatico.

La sua formazione, nel corso degli anni quaranta, fu data da documentari d’arte, in collaborazione con Enrico Gras, con il quale aveva fondato una piccola casa di produzione, per poi esordire con Domenica d’agosto nel ‘ 50, soggetto di Sergio Amidei, anche sceneggiatore insieme allo stesso Emmer, Brusati e Zavattini:cronaca di una giornata al mare di una composita umanità, che il regista si limita semplicemente ad osservare, con una quasi inavvertibile presenza della macchina da presa, dando così risalto alle tante situazioni scaturenti dalla sceneggiatura e ai dialoghi, lasciando che l’intreccio tra le varie storie si dipani naturalmente da sè, rendendo lo spettatore partecipe complice.

Nel ’51 è la volta di Parigi è sempre Parigi,film di lancio per Lucia Bosè, racconto di una gita di persone di modesta estrazione sociale alla scoperta di tutti i luoghi comuni sulla “città del peccato” , come veniva vista allora; nel ’54 gira Terza liceo, garbata commedia sull’ultimo anno scolastico di un liceo classico romano, esplorazione degli amori di giovani borghesi e, soprattutto, Le ragazze di Piazza di Spagna, probabilmente la più alta espressione della sua poetica, della sua ironia un po’ indulgente, della sua visualizzazione della “banalità del quotidiano”, oltre che attenta , minuta, osservazione di un mondo femminile che sta cambiando.

Ho voluto ricordare i suoi titoli più rappresentativi, per non dilungarmi troppo(da ricordare lo splendido Camilla , la scalata sociale di una famiglia vista con gli occhi semplici e il cuore puro di una domestica o il controverso La ragazza in vetrina, ’61, storia di un minatore italiano che ad Amsterdam si innamora di una prostituta, le cui noie con la censura lo portarono ad abbandonare momentaneamente il cinema), tralasciando volutamente le sue ultime realizzazioni(Basta , ci faccio un film! o L’acqua…il fuoco), certo testimonianze del suo stile ma ormai lontane dai problemi di un’ Italia profondamente cambiata da un punto di vista antropologico; non mi sono poi soffermato sul suo ruolo di creatore della sigla del primo Carosello o dei circa 1500 sketch con i quali allora si reclamizzavano i prodotti, con protagonisti attori come Totò o Panelli, non per snobismo culturale ma semplicemente per evidenziare il ruolo innovatore di Emmer nel cinema italiano, cantore di una semplicità capace di mettere a nudo la complessità della vita e le sue ambiguità, sottolineando con humour garbato e sottile l’eroismo della gente comune, che quotidianamente lotta per dare un senso alla propria esistenza.


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