Io la conoscevo bene (1965)

io-la-conoscevo-beneAntonio Pietrangeli (1919-1969) è stato un regista definito dalla critica più attenta “il regista delle donne”, per la sua estrema sensibilità nel cogliere ogni aspetto della psicologia femminile, sin dalla suo esordio alla regia, Il sole negli occhi, ’53, dopo i trascorsi come critico cinematografico e sceneggiatore. Tra i suoi pregi anche il far risaltare i peggiori difetti maschili, propri degli uomini che hanno a che fare con le donne di cui narra le vicissitudini, e la lucida analisi dei fenomeni di costume dell’ Italia degli anni 50 e 60.

Io la conoscevo bene può considerarsi la tappa finale di un processo di maturazione delle figure femminili fin qui delineate (Nata di Marzo, Adua e le compagne, La parmigiana): Adriana (Stefania Sandrelli), si trasferisce dalla campagna del Pistoiese a Roma, in cerca di lavoro. Di volta in volta è parrucchiera, maschera in un cinema, cassiera in un bowling, senza alcuna stabilità emotiva o un minimo di ambizione: attratta solo dai dischi e dal ballo, tutto sembra scivolargli addosso, accompagnandosi ingenuamente, forse per voglia d’affetto, ad ogni uomo che incontra, dei quali subisce sempre la volontà, come l’ambiguo agente pubblicitario (Nino Manfredi) cui affida il denaro guadagnato per essere lanciata nel mondo del cinema: farà alcuni inserti pubblicitari, l’indossatrice in squallide sfilate seguenti ad incontri di boxe di periferia, la comparsa in un peplum, e del cinema conoscerà solo la parte più misera, durante una festa in terrazza, alla presenza di un attore famoso, con un guitto costretto a fargli da ruffiano e ad esibirsi in vecchi numeri d’avanspettacolo nel ludibrio generale pur di farsi notare (uno splendido Ugo Tognazzi). Neanche il ritorno al paesello, dove saprà della morte della sorella, ed un aborto le faranno cambiare stile di vita. Una mattina, dopo l’ennesima notte passata a ballare, di ritorno a casa, l’incontro con se stessa: via le scarpe, accende il giradischi, una triste occhiata al mondo di fuori, ed è un attimo, un rapido movimento della macchina da presa ne accompagna il tragico gesto.

Sceneggiato dal regista stesso, da R.Maccari e d Ettore Scola (Nastro d’Argento, anche per la regia e a Tognazzi, miglior attore non protagonista) il film pur nei suoi difetti (lungaggini, ripetizioni, il procedere per accumulo) evidenzia un’innovativa struttura del racconto, a mosaico, nel quale si intarsia una serie di appunti che non segue un ordine logico o cronologico, evitando così che lo spettatore si immedesimi o comunque parteggi per la protagonista, con una freddezza necessaria ad evidenziare l’aridità di un certo ambiente e tutta l’incomprensione maschile. Pietrangeli si dimostra sensibile verso la fenomenologia, influenzato da l’ecole de reguard, lascia che gli eventi scorrano, descrive senza commenti, non censura, semmai moralizza. La Sandrelli è indimenticabile nel personaggio di donna in apparenza “vuota”, che sembra reagire ad ogni sconfitta solo con un cambio d’abito o di pettinatura, triste simbolo di tante donne che si sono destate improvvisamente, interrompendo il sogno di poter avere in mano tutto ciò che la società sembrava avergli promesso con tanto clamore.


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