Harry Potter e i doni della morte-Parte 2-

34Seconda parte del settimo ed ultimo capitolo di una serie letteraria (i bestseller di J.K.Rowling), ancor prima che visualizzazione cinematografica, assunta ormai nell’olimpo delle più seguite saghe di quest’ultimo decennio, Harry Potter e i doni della morte sembra vivere, come il protagonista, di due anime “l’una contro l’altra armate”, il cui campo di battaglia è costituito dal solito pastiche tra fantasy e teen ager movie, definitivamente virante verso toni esplicitamente dark, carico di simbolismi, passibili delle più diverse interpretazioni, i quali restano vagamente sospesi e non sempre ben delineati lungo l’iter narrativo.

La regia, David Yates, sempre ondivago tra mestiere, “vorrei ma non posso”, “posso ma non vorrei” ed una sceneggiatura (Steve Kloves) che le è pari, offrono una prima parte, grosso modo coincidente con il primo tempo, la cui costruzione ricalca del tutto il precedente episodio nelle caratteristiche essenziali: fredda, inerte da un punto di vista strettamente cinematografico, senza alcun incanto che non sia affidato al solito impianto di effetti speciali (godibilissimi anche in 2d, per inciso), didascalica e programmatica nel riportare in scena un po’ tutti i personaggi in vista dell’attesissimo scontro finale: Harry (Daniel Radcliffe), Ron (Rupert Grint), Hermione (Emma Watson) costantemente braccati dalle forze di Lord Voldemort (Ralph Fiennes), sono intenti a portare avanti la missione affidata loro da Silente, la ricerca e la distruzione degli Horcrux, oggetti in cui il cattivone ha rinchiuso frammenti della sua anima, oltre che a riconquistare la scuola di Hogwarts…

Una volta sistemate le pedine, fini conoscitori del Risiko, Yates e Kloves si scrollano di dosso la polvere dei mestieranti, danno un leggero colpo di freno alle montagne russe del frastuono e della mirabilia visiva, rammentandosi della caratterizzazione da romanzo di formazione della pagina scritta, la progressiva demarcazione dei confini tra Bene e Male che assume man mano non solo toni più netti, con la prevalenza del lato oscuro, ma anche una obliqua sfumatura nei toni del doppio proprio di ogni essere umano.
Ecco che tutto diviene improvvisamente più interessante, la visione di Harry del proprio passato, i vari nodi che vengono al pettine non più ostacolo ma spinta verso il futuro, la consapevolezza del proprio destino e l’offrire la propria vita per gli amici che si ammantano di toni cristologici, la battaglia “all’ultima bacchetta” con il malefico Lord, vita e morte come stato mentale, con la vera, concreta, immortalità costituita dal ricordo di coloro cui hai voluto bene, curandotene prima ancora che di te stesso.

Peccato che a ciò non si accompagni una felice resa interpretativa, con gli attori a volte semplici figurine sopraffatte dal caos, in particolare Radcliffe, la cui espressività paga spesso pegno a qualsiasi oggetto inanimato gli si voglia accostare; il vero finale, 19 anni dopo, ricongiunge in poche scene, lasciando il solito, forse voluto, senso d’indefinito, passato e presente, un afflato vagamente elegiaco, all’ insegna del “tutto finisce perché tutto abbia nuovamente inizio”. Concludo auto citandomi, non tra i miei sport preferiti, riportando quanto paventato nella recensione della prima parte, la sospirata parola “fine” che si prende merito ed onere di assurgere ad inedita cifra stilistica dell’intero ciclo: in virtù dei pregi sopra descritti, connoto ora la frase di positività, perfettamente conscio dell’ impatto sul pubblico, specie quello più giovane, che durante la visione ora restava ammaliato, ora rattristato, infine applaudiva a scena aperta, per di più nei “punti giusti”… Ma lo scrivente resterà sempre un “vecchio babbano”…


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