Midnight in Paris

34567Gil (Owen Wilson), aspirante scrittore, autore di sceneggiature cinematografiche, e Inez (Rachel McAdams), coppia americana prossima al matrimonio, sono in vacanza a Parigi, insieme ai genitori di lei, nella capitale francese per affari. I due non potrebbero essere più diversi, romantico e sognatore lui, ormai stanco del suo lavoro di sceneggiatore, pragmatica ed estremamente concreta lei, molto presa dal suo essere “upper class”; il soggiorno parigino non sembra promettere nulla di buono, in particolare dopo l’incontro con una coppia d’amici d’ Inez, Paul (Michael Sheen), saccente critico letterario ed esperto un po’ di tutto, e Carol (Nina Arianda), per cui a Gil non resta altro che passeggiare solitario lungo le vie della città, sino a quando una sera, complici i passeggeri di un’auto d’epoca prodighi nell’offrirgli un passaggio, il nostro avrà modo di constatare come, a volte, allo scoccare della mezzanotte, si riveli ancora possibile che “i sogni siano desideri …”

Dopo tanti anni e qualche passo falso lungo il cammino, Woody Allen, regista e sceneggiatore di Midnight in Paris, ha ancora voglia e capacità di stupire ed intrattenere gli spettatori con garbo, intelligenza ed ironia, anche auto citandosi, imbastendo su un semplice pretesto narrativo che ha data “antica” (un suo scritto giovanile, Memorie degli anni Venti), così come l’amore per Parigi (Ciao Pussycat, ’65, Clive Donner, dove esordì come interprete e sceneggiatore), una pellicola che si rivela essere un vero e proprio gioiello di scrittura e di regia, capace di far riflettere senza per forza “lasciare un messaggio”: con felice leggerezza e consapevole leggiadria nel lasciare fluire le immagini, riesce infatti a conferire una concreta, straordinaria, plausibilità agli avvenimenti più incredibili, creando una sospensione temporale magicamente in bilico tra onirico e fiabesco.

Se l’inizio del film, una serie d’inquadrature dei luoghi più dichiaratamente turistici della Ville Lumiere che richiama l’incipit di Manhattan nell’intarsio di musica ed immagini, sembra offrire la classica visione da cartolina, man mano che la storia procede e scopriamo vezzi ed idiosincrasie dei protagonisti (Wilson tra spaesamento ed insoddisfazione, latente o meno, è un perfetto alter ego di Allen), la città si rivela estremamente funzionale al gioco messo in atto, in particolare nella sua rappresentazione notturna, dove predominano i toni surreali: il paradosso temporale, l’entrata così naturale negli anni Venti come un lieve volo immaginifico, il presentarsi dinanzi a Gil di tutti i suoi, e nostri, miti del ‘900, letterari e non (da Hemingway a Scott Fitzgerald, passando per Cole Porter, Pablo Picasso, Luis Buñuel, Salvador Dalì …), non solo è facile da accogliere, pur nel retrogusto vagamente didascalico, ma fa sì che la nostra fantasia si focalizzi sul più classico e ricorrente dei desideri, il poter mettere concretamente in atto la sensazione di appartenere ad un’epoca diversa, di non sentire come proprio il tempo in cui viviamo, sospesi tra disadattamento e rassegnazione.

Ma dove sta la vera vita, dove possono concretizzarsi compiutamente le nostre aspirazioni, il nostro desiderio di felicità? In un passato cristallizzato, magari vagamente smitizzato, in cui rifugiarsi per affrontare al meglio la mediocrità, vera o presunta, del presente, considerata in ogni sua esternazione, dal quotidiano alla dimensione artistica? Probabilmente, ci suggerisce Allen, al sogno di una diversa realtà è preferibile la realtà del sogno, continuare la propria vita nella consapevolezza del proprio apporto, consci che ovunque ci si trovi, si avvertirà sempre e comunque, implicitamente o meno, tra senso d’inadeguatezza e solitudine, il bisogno di qualcosa che ci dia la forza di andare avanti qui e ora: siamo, o potremmo essere, tutto ciò che amiamo, iniziando dal passeggiare sotto la pioggia (rende Parigi più bella, ricordate Audrey Hepburn in Sabrina?), magari insieme ad una graziosa fanciulla che condivida tale estrosità, e finendo con il prendere atto della propria specificità in questo vecchio pazzo mondo.


2 risposte a "Midnight in Paris"

    1. Come hanno detto in molti, Allen “ormai gira intorno al suo ombelico”… A parer mio resta la mano ferma del grande regista e del sagace sceneggiatore nel riuscire a conferire un certa sostanza ad una semplice idea di base, come ho scritto nell’articolo, e più di uno stimolo a riflessioni non banali su passato, contemporaneità e futuro. Nel guardare il film mi è venuta in mente la famosa scena di Manhattan, quando Allen, sdraiato sul divano, elencava e provvedeva a registare le cose per le quali vale la pena vivere: credo che con questo film ne abbia dato visualizzazione, preferendo un alter ego a far le sue veci, in guisa di pudico distacco.

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