A Ciambra

Ciambra, comunità Rom stanziale ai margini della città di Gioia Tauro, provincia di Reggio Calabria.
Qui vive, o, meglio, sopravvive, insieme alla sua numerosa famiglia, il quattordicenne Pio (P.Amato), adattandosi in fretta a quanto il degradato ambiente in cui è nato e cresciuto può offrirgli; beve, fuma, apprende i primi rudimenti sul furto d’auto grazie al fratello Cosimo (Damiano Amato), così come la necessità di mantenere buoni rapporti con le ‘ndrine, le famiglie di ‘ndrangheta che gestiscono e controllano le attività illecite di alcuni membri della comunità.
Pio si distacca però dagli “insegnamenti” familiari riguardo i contatti con gli immigrati africani, “i marocchini” come vengono chiamati dai Rom, divenendo amico di Ayiva (Koudous Seihon), il quale gli sarà a fianco, spalleggiandolo, una volta che il ragazzino avvertirà il dovere di provvedere al sostentamento della famiglia, quando padre e fratello saranno arrestati per furto all’interno di un’abitazione. Quella antica condizione di libertà, senza alcun capo da cui dipendere, proclamata da nonno Emiliano e rammentata al nipote è ormai destinata a scomparire, trasmutata in una schiavitù che ti inchioda ad una realtà imposta, dove quella briciola d’innocenza rimasta sarà fatta fuori dalla necessità ormai obbligata di alcune scelte, “soli contro il mondo” nella manifestazione tribale di una totale estraneità ad una società che, all’interno di una “grande omologazione”, ha ormai smarrito il senso originario della diversità.

Pio Amato (Movieplayer)

Scritto e diretto da Jonas Carpignano, al suo secondo lungometraggio dopo Mediterranea (2015), A Ciambra, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs* del 70mo Festival di Cannes e scelto per rappresentare l’Italia nell’ambito della candidatura agli Oscar per il Miglior Film Straniero, è un’opera certo dirompente all’interno del nostro attuale panorama cinematografico, in quanto riprende contatto con gli stilemi propri del Neorealismo, così come con quelli di certo cinema francese (Truffaut in particolare, credo sia stato notato da molti), ma li fa propri all’interno di una rappresentazione del tutto personale volta a visualizzare sullo schermo, senza alcuna mediazione “estranea” che non sia il filtro della sceneggiatura, la realtà della comunità Rom protagonista, rendendola, così com’è, attraverso lo sguardo, gradualmente disincantato e spietato, dell’adolescente Pio.
L’assenza di compiacimento o pietismo si accompagna ad una voluta presa di distanza da sbrigative annotazioni sociologiche: noi spettatori siamo costretti a prendere visione e coscienza di quanto, spesso volutamente, ignoriamo, nascosti dietro il dito di facili generalizzazioni, ora volte al compatimento, ora alla colpevolizzazione. Rilevante poi l’aver messo in evidenza i rapporti contrastati fra due diversità etniche, Rom ed immigrati africani, dove ancora una volta è la naturalezza indomita di Pio a fare la differenza, offrendo a tutti identica considerazione, condividendo patemi e privazioni, ricercando, forse inconsapevolmente, un affetto genuino e sincero o comunque una figura cui esternare definitivo affidamento.

Koudous Seihon e Pio (Movieplayer)

La macchina da presa è particolarmente mobile, si attacca ai volti con frequenti primi piani, così come insiste su ogni particolare  dell’ ambiente circostante, dove la ruvida fotografia (Tim Curtin) gioca il suo ruolo nel condensare un certo gusto espressivo ritraendo squallore perpetrato nel tempo (le barricate costituite dai rifiuti ai margini delle strade) e l’inesorabile incedere del degrado quotidiano.
Carpignano lascia che il vociare convulso (il film gode dei sottotitoli, altrimenti il dialetto con cui si esprimono i Rom sarebbe del tutto incomprensibile) della famiglia riunita prenda a volte il sopravvento, così come le note del commento sonoro (Dan Romer), che asseconda una musicalità fortemente pop.
Anche il montaggio (Affonso Gonçalves), a volte brusco, secco, asseconda la volontà registica di focalizzare l’azione del momento: le vicende in cui Pio si trova coinvolto e che ci rivelano contraddizioni ed ambiguità di una personalità in tumultuosa formazione, appaiono ai nostri occhi come se si stessero verificando “qui ed ora”, affidandosi riguardo la costruzione complessiva dell’iter narrativo, pur miscelando  finzione cinematografica e realtà fenomenica, alla casualità, all’accadimento materializzatosi dinnanzi la macchina da presa ed offerto all’elaborazione degli spettatori, riprendendo quanto sopra scritto.
Sotto tiro costante dell’obiettivo, Pio  ci rivela in ogni suo gesto una profonda inquietudine, un senso di disagio, metaforicamente costretto dall’inquadratura nello spazio in cui vive o nella situazione che si trova ad affrontare, rimarcando inoltre una ricerca del contatto con i coetanei e poi un progressivo allontanamento, esprimendo tanto scetticismo quanto un progressivo senso di estraneità.

Ciambra, Gioia Tauro

Un particolare sogno del ragazzino, la visualizzazione di quella libertà primigenia della quale si rendeva portatore nonno Emiliano e che ora non è più attuabile all’interno di un mondo a sé stante che tutto circoscrive nell’ambito di una ancestrale lotta per la sopravvivenza, porterà Pio ad una scelta dolorosa e alla definitiva presa di coscienza relativa alla necessità di dover “essere uomo”, ancora prima del “rito”  materialmente iniziatico impostogli dal fratello.
Crudo, ruvido, per nulla “accomodante”, A Ciambra non cerca mediazioni o complicità, riscopre il cinema nella sua essenzialità rappresentativa e costringe a riprendere i contatti con una morale che non si nutra di ipocrisie o buonismi di circostanza, come evidenziato dall’ emblematico finale, reso da un suggestivo movimento della macchina da presa che si fa tutt’uno con lo sguardo del ragazzino, il quale sembrerebbe ormai propenso a seguire la strada intrapresa, lasciandoci il dolente interrogativo su quanto siamo stati, consapevolmente o meno, complici nell’assecondarne il cammino: una formativa, per quanto distorta, presa di contatto col reale, manifestazione di un disagio dapprima solo interiore e poi idoneo, nella sua graduale manifestazione, a rendere percepibile la propria vera essenza ed adattarla, anche dolorosamente, all’esistenza che ci si è trovati a vivere.

 

*Dove ha ricevuto il Premio Label Europa Cinema, riconoscimento conferito dagli esercenti di qualità che consente un’agevolazione per l’uscita nei cinema di quelle nazioni europee che compreranno il film

 

 

 

2 risposte a “A Ciambra

  1. Pingback: Arrivederci Oscar | Sunset Boulevard

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