The Place

(Movieplayer)

The Place, un bistrot all’incrocio fra due strade, in una qualsiasi città, forse Roma. All’interno, ultimo tavolo in fondo, vi è seduto un uomo (Valerio Mastandrea) dall’aria al contempo mesta e misteriosa, fare laconico ma indagatore ed uno sguardo che, a parte una certa stanchezza, lascia trasparire ben poco delle proprie emozioni. Ha con sé una grande agenda di pelle nera, sulle cui pagine annota appunti e considerazioni sui desideri espressi dalle tante persone che si siedono mano a mano di fronte a lui: Ettore (Marco Giallini), poliziotto alla ricerca del denaro sottratto in seguito ad una rapina, Chiara (Alba Rohrwacher), suora in profonda crisi spirituale, che vorrebbe ritrovare quel Dio che l’ha confortata fin da bambina, il meccanico Odoacre (Rocco Papaleo), la cui unica aspirazione sembra essere quella di trascorrere una notte con una ragazza-calendario, Gigi (Vinicio Marchioni), preoccupato per il tumore incipiente del proprio bambino, Marcella (Giulia Lazzarini), anziana donna tormentata per l’avanzare inesorabile dell’Alzheimer nei riguardi di suo marito, Martina (Silvia D’Amico), che vorrebbe essere più bella, e il suo fidanzato Alex (Silvio Muccino), il quale non desidera altro che suo padre lo lasci in pace e non lo cerchi più, Fulvio (Alessandro Borghi), non vedente, pronto a far di tutto pur di riacquistare l’uso della vista, ed infine Azzurra (Vittoria Puccini), alle prese con problematiche coniugali.

Valerio Mastandrea (Movieplayer)

L’uomo ascolta, sottolinea come sia necessario compiere azioni riprovevoli perché quegli aneliti possano realizzarsi (ad esempio, al padre che vorrebbe il figlio guarito propone in cambio il rapimento di una bambina) e la possibilità di scelta se metterle in atto o meno, ma, fra titubanze ed esibito sdegno, tutti appaiono inclini a mettere in atto quanto richiesto.
Lui del resto, non fa altro che “dare da mangiare ai mostri”, osservando malinconico tale umanità allo sbando, che ha ormai dimenticato come ogni vicenda umana, anche un semplice battito di ciglia, possa ripercuotersi sull’esistenza di altri individui, a noi sconosciuti ma sempre nostro prossimo, mentre per ogni desiderio che vediamo materializzarsi ne rimarranno sempre altri destinati a rimanere incompiuti. Forse solo la cameriera del locale, Angela (Sabrina Ferilli), può comprendere il suo stato d’animo…
Film di chiusura alla 12ma Festa del Cinema di Roma, The Place, sceneggiato (insieme ad Isabella Aguillar) e diretto da Paolo Genovese su soggetto della serie televisiva The Booth At The End (ideata da Christopher Kubasik, due stagioni, 2010 e 2012), può considerarsi un’opera coraggiosa all’interno dell’attuale panorama cinematografico italiano, sia riguardo l’ambito visivo che contenutistico, assecondando una messa in scena dalla forte impostazione teatrale, che fa leva essenzialmente sulla valenza dei dialoghi e di conseguenza sulla bontà delle interpretazioni, cui va ad unirsi una connotazione d’insieme tendente al metafisico, per quanto più potenziale che concreta.

Alba Rohrwacher (Movieplayer)

Siamo di fronte ad un soggetto senz’altro interessante, pur se, come scritto, non inedito (oltre alla citata serie tv si possono riscontrare echi del racconto di Richard Matheson Button, Button, 1970), visto che offre riflessioni piuttosto acute sul nostro attuale malessere morale (l’uomo misterioso, un efficace, dolente, Mastandrea, in fondo, potrebbe anche rappresentare la personificazione della nostra coscienza), l’essere proni ad un individualismo “coltivato come un fiore”, alla ricerca di un’ astratta e solipsistica idea di felicità, ormai dimentichi come quest’ultima non sia nient’altro che “uno stato mentale”, la quale ci costringe ad optare per scelte  subitanee, non meditate, in luogo di altre meno ovvie ma certo più sofferte ed egualmente, se non maggiormente, valide. La regia di Genovese riesce ad essere “ariosa” anche costretta in una limitazione spaziale, appare infatti fluida ed in certo qual modo movimentata nelle inquadrature in virtù dei frequenti primi piani e dei classici “giochi” di campo e controcampo, così da indagare su ogni espressione dei vari personaggi, rendendo evidenti o comunque intuibili gli sfaccettati stati d’animo.
Può inoltre avvalersi di una fotografia (Fabrizio Lucci) idonea a conferire un’opportuna dimensione rarefatta, sospesa, alla narrazione filmica nel suo complesso, e di un montaggio (Consuelo Catucci) funzionale nel collegare l’ingresso in scena delle tante presenze. Si avverte però la mancanza, riporto la sensazione avvertita più volte nel corso della proiezione, di una tensione narrativa meno artificiosa ed impostata, idonea a ravvivare emozionalmente  la ciclica ripetitività delle situazioni che vanno a crearsi in scena, ricordando la prevalenza della parola sull’immagine.

Alessandro Borghi (Movieplayer)

Le  buone interpretazioni offerte dall’intero cast (Mastandrea e Ferilli su tutti), convergenti verso una compiuta coralità, non sempre riescono a rendere palpabile un pathos effettivamente concreto, lo strazio di mettere in atto qualcosa di aberrante in cambio della realizzazione dei propri desideri, ma soprattutto il dilemma se optare per una scelta diversa, sottraendo empatia ai dialoghi che a volte sembrano restare sospesi a mezz’aria nell’esibita insistenza riguardo il non detto, quest’ultima vacua e manieristica, considerando come siano presto intuibili i collegamenti fra i personaggi e le loro vicende. A risollevare un po’ il tutto, per quanto fin troppo sbrigativo, tanto da poter apparire di primo acchito posticcio, interviene un finale a suo modo sorprendente, anche beffardo, idoneo a riportare The Place nell’alveo di un’aura metafisica più definita ed insinuante. Nel complesso un film da vedere, cui avrebbe giovato una maggiore incisività, a livello di scrittura ancor prima che di regia, ma che comunque, nel bene e nel male, non lascia indifferenti: sfida gli spettatori con una messa in scena “obbligata” e rimarca ad ogni piè sospinto, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’ articolo, la sua estraneità a certo cinema italiano volto serialmente alla commedia “pronto cuoci”, gravitante, spesso e volentieri, intorno al suo stesso ombelico.

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 La strada che non presi (The Road Not Taken, Robert Frost)

Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei

Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’ aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata;
Sebbene il passaggio le avesse rese
quasi simili

ed entrambe quella mattina erano lì uguali
con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io –
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.

 

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