Bologna, cronache ed interviste da “Youngabout International Film Festival”

Da qualche giorno mi trovo a Bologna per seguire la 12ma edizione di Youngabout International Film Festival (16-28 marzo), kermesse cinematografica, nata nel 2007, dedicata al cinema contemporaneo di qualità e volta a privilegiare il pubblico dei giovani, degli adolescenti, con aperture su arti visive, nuove tecnologie e produzioni televisive, che vede come curatrici Laura Zardi ed Angela Mastrolonardo, mentre  ideazione ed organizzazione fanno capo all’Associazione culturale Gli anni in tasca-Il cinema e i ragazzi, di concerto con istituzioni locali e nazionali ed altre realtà associative e culturali. Ho potuto assistere alla proiezione di ottimi film, proposti in lingua originale con sottotitoli (Jasper Jones, Rachel Perkins, 2016, e Butterfly Kisses, 2017, Rafael Kapelinsky, fra i titoli che mi hanno particolarmente emozionato) e constatare l’attenta partecipazione delle molte scolaresche invitate, suddivise in fasce d’età a seconda delle tematiche trattate dalle pellicole in cartellone. Ho avuto anche modo di rivolgere qualche domanda alla professoresse Maria Notari e Caterina Taglioni, grazie per la disponibilità, che insegnano alle Scuole Secondarie di Primo Grado Farini.

Professoressa Notari, le chiedo di parlarci della sua esperienza riguardo la partecipazione a Youngabout , in particolare l’atteggiamento dei ragazzi, che oggi hanno ormai a disposizione tutto a portata di tastiera, a contatto con la sala cinematografica, dediti alla visione di film certo diversi da quelli che abitualmente sono soliti vedere.

“Vero, molti dei ragazzi vanno pochissimo al cinema, non conoscono il circuito dei film indipendenti e all’inizio sono piuttosto scettici di fronte alla proposta di titoli che non conoscono, o storcono il naso di fronte alla presenza dei sottotitoli, però poi si accorgono di entrare in un’altra dimensione, film che parlano di luoghi, di posti a loro sconosciuti ma che comunque fanno da sfondo a tutta una serie di problematiche proprie anche della loro vita. Si identificano quindi nelle storie narrate, fanno domande, diventano curiosi… Frequentiamo come scuola Youngabout da molti anni, un’ iniziativa piccola, di nicchia, quasi di volontariato, e la sosteniamo con grande voglia di esserci, soprattutto in questi momenti in cui i finanziamenti sono stati ridotti, rendendo difficile il proseguimento dell’ottimo lavoro intrapreso. Ripeto, ci teniamo alla partecipazione del nostro istituto  e vi portiamo quasi tutte le classi.”

Quindi il cinema mantiene ancora alto il suo valore culturale ed informativo?

“Certamente, e rappresenta sempre anche una forte fonte emozionale. Ci sono stati a volte film difficili per i ragazzi, però hanno avuto il merito di farli pensare, quindi la visione rappresenta un momento piuttosto interessante per poi avviare delle discussioni in classe, come già detto. Non è semplicemente una mattinata di svago, ma il lancio di un’attività che poi continua proficuamente all’interno delle aule, con letture, discussioni, riflessioni, senza dimenticare la redazione delle recensioni.”

Professoressa Taglioni, lo slogan della 12ma edizione di Youngabout recita Nel buio della sala la luce di altri mondi: quanto il cinema può ancora insegnare ai ragazzi di oggi sognare e a conoscere una realtà simile alla loro ma al contempo diversa da quella che sono soliti vivere?

“Ritengo che il cinema sia molto importante per far crescere questi ragazzi con una mente aperta, la possibilità di conoscere nuovi mondi è per loro fondamentale, li aiuta anche a farli uscire da casa, da scuola, li distoglie dalla visione di un video; per noi insegnanti la visione in sala è poi importante per educarli ad assistere alla proiezione in silenzio, al buio, concentrati su quanto stanno vedendo perché non hanno più l’abitudine al riguardo, con le famiglie vanno sempre meno al cinema e quando vedono i film a casa la visione viene interrotta di continuo. Si recupera in tal modo la possibilità di sognare, riabituandosi anche al senso del bello.”

La sua esperienza con Youngabout e, come ho già chiesto alla sua collega, la rilevanza formativa del cinema all’interno degli istituti scolastici

“Un’esperienza piuttosto lunga, lavoro alle Scuole Secondarie di Primo Grado Farini da sette anni, ma prima di me già vi era una costante partecipazione al Festival: insieme ai ragazzi abbiamo avuto modo di vedere sempre film piuttosto belli, ricchi di significato, mai banali, per cui ritengo che il cinema in generale ma soprattutto un certo tipo di cinema pensato per i giovani, incentrato sulle loro problematiche e modalità di vita, possa essere certo formativo per la crescita ed il confronto.”

Oltre ad assistere alle proiezioni, ho seguito poi con molto interesse, appartenendo a quella generazione dei “ricordi in bianco e nero”, per dirla con Salvatores, l’incontro seminariale che si è svolto martedì 20 marzo al Salone Marescotti del Dipartimento delle Arti, Sembra facile! , dedicato all’avventura della Paul Film di Modena riguardo la realizzazione di filmati d’animazione pubblicitari, cortometraggi, per il cinema e all’interno della trasmissione televisiva Carosello, firmati da Paul Campani. Oltre alla proiezione di alcuni dei suddetti filmati, vi è stato un dibattito che ha visto protagonisti i curatori dell’evento: lo Storico dell’Arte Stefano Bulgarelli, Alessandro Campani, nipote di Paul, i docenti dell’Università di Bologna Paolo Noto, Veronica Innocenti, Luca Barra ed il fumettista Clod (Claudio Onesti). Ho avuto quindi modo d’intervistare Clod, che ringrazio per la cortese disponibilità.

Clod, oggi all’interno di Youngabout si è ricordata la figura di Paul Campani, le realizzazioni all’interno di Carosello e, ancora prima, come filmati trasmessi nei cinema, cortometraggi dalla qualità piuttosto alta  e dalla resa tuttora moderna. Mi è sovvenuta una frase di Godard, “Carosello è il miglior cinema italiano”: secondo lei, limitando il discorso al genere dell’animazione, quanto vi è di vero in questa affermazione?

Clod nel corso dell’intervista (foto: Youngabout)

“Certamente vi era una profonda attività lavorativa e di studio dietro quei filmati, oltre a molta sperimentazione. Dobbiamo comunque tenere in considerazione anche il fattore economico: la preparazione dei cortometraggi era un lavoro piuttosto ben pagato ed era certo interesse delle case di produzione fare sempre meglio, per cui la disponibilità finanziaria permetteva di tentare strade nuove, con riferimento a quanto già messo proficuamente in atto nel settore (Disney, ma non solo). L’innovazione risalta sempre di più nel corso degli anni: migliora la grafica, il movimento, la sincronia fra immagine e colonna sonora, con una regia attenta ad evitare i tempi morti, piuttosto evidenti nelle prime realizzazioni pubblicitarie destinate alle sale cinematografiche, non ancora Carosello.”

Secondo lei cosa ha impedito a tal tipo di animazione, così raffinata, attenta a sperimentare ed innovare, nella resa grafica come nel linguaggio, di tentare un salto di qualità, ovvero il passaggio ai film d’animazione propriamente detti?

Paul Campani

“Le dico il mio parere, ovviamente: una volta conclusa l’epoca del Carosello, erano già arrivati nel nostro paese le realizzazioni dell’animazione giapponese, per poi avviare un progressivo bombardamento a tappeto. In Giappone gli anime come capacità di prodotto interno lordo,  almeno negli anni ’70 e  ‘80, non lo so adesso, erano secondi solo all’elettronica. D’altronde noi abbiamo visto semplicemente la punta dell’iceberg: l’anime, il manga, fanno parte della cultura giapponese, vi è tutta una tradizione dietro, l’animazione  la trovi anche sotto i sassi. Credo che in Italia sia mancata la capacità di fronteggiare un colosso di tal tipo, il coraggio di prendere parte ad un mercato diverso, forse solo Pagot con Calimero ha tentato qualcosa, si è tenuto i diritti del personaggio e, una volta finito il cartello, ha riproposto le scenografie utilizzate per i Carosello, riprendendone i rodovetri, lo so perché vi ho partecipato anche io, cancellandone bianco, nero e grigi. Ha quindi mantenuto i contorni neri ed ha proposto il colore, realizzando così una serie di cartoni animati, andati in onda sulla tv svizzera.”

Secondo lei, a tutt’oggi, può ritenersi superato quel pregiudizio che nel nostro paese ha accompagnato i film d’animazione, ma anche i fumetti, come “prodotti per bambini”?

Calimero

“Mi trovo d’accordo con lei, l’animazione qui da noi è sempre stata vista come prodotto d’intrattenimento, per bambini, trascurando i lavori indipendenti e d’autore. Mi viene in mente un incontro cui ho partecipato qualche anno fa insieme a Bruno Bozzetto, che raccontò in tale ambito come si fosse premurato, nel rivolgersi ad un funzionario della RAI, che la serie animata da lui ideata,  La famiglia Spaghetti, concepita come risposta italiana ai Simpsons, non venisse trasmessa all’interno dei consueti contenitori del mattino, per differenziarla da realizzazioni destinate ad un pubblico in prevalenza infantile, come invece avvenne, decretandone l’insuccesso … Questa è la situazione italiana, anche se qualcosa in questi ultimi anni sta cambiando, in nome di una maggiore considerazione ed attenzione.”

 

 

 

 

 

 

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