Loro, noi e l’Italia in tempesta

Dopo aver visto anche la seconda parte di Loro, dittico diretto da Paolo Sorrentino, sceneggiato insieme ad Umberto Contarello, confermo le mie primarie impressioni: il film avrebbe meritato una “confezione” unitaria, così da rendere l’iter narrativo più coeso e meno “sussultorio”, con un probabile maggiore equilibrio complessivo, in particolare riguardo il libero fluire immaginifico. Loro 2 appare fin dalla prima sequenza impostato ad una certa teatralità della messa in scena, primi piani frontali, campo e controcampo, movimenti di macchina meno funambolici e attenti a circoscrivere l’ambiente circostante, i personaggi e i vari accadimenti che vanno a susseguirsi, con la fotografia di Luca Bigazzi ora maggiormente nitida e “pastosa”, incline a mutare da tonalità vivide ad altre più cupe. L’apertura con il confronto fra lo scafato imprenditore Ennio Doris e l’ormai immalinconito Berlusconi (entrambi interpretati da Toni Servillo), quest’ultimo acciaccato dalla perdita dei consensi muliebri e  del potere politico, dà il via ad una serie di prese di contatto fra le varie anime di Sua Emittenza.

Toni Servillo (Movieplayer)

Pur con qualche sprazzo di lieve sensibilità (i dialoghi con Stella, Alice Pagani, quelli da resa dei conti con Veronica, Elena Sofia Ricci), a prevalere sarà sempre quella propria di un uomo dal fare psicotico ancor prima che dispotico, abile venditore di fuffa, dallo studiato carisma e dall’ego smisurato, capace, con innato senso dello spettacolo, di trasformare il complesso di inferiorità dal quale è  chiaramente afflitto, come notato da molti, in un delirante complesso di superiorità (riassumibile nella nota affermazione di Sordi/Marchese Del Grillo: io so’ io e voi non siete un c***o!), volto a convincere, in primo luogo se stesso e poi le masse, di una plateale onnipotenza che in fin dei conti va a costituire opportuno paravento all’impotenza di gestire concretamente determinate situazioni, umane e politiche. Sorrentino, quindi, non intende mettere in piedi un pamphlet o un astioso j’accuse, ma, più semplicemente, illustrare la plateale, contorta, personalità del Nerone canterino, riuscendo a farla venire fuori con lampante chiarezza, anche al prezzo di ovvietà o resa didascalica del racconto.

Set del film “Loro” di Paolo Sorrentino.
Alice Pagani.
Foto di Gianni Fiorito

Vi è una soluzione di continuità fra la telefonata del nostro alla “casalinga di Voghera” e l’acquisto di 6 senatori dell’opposizione, solleticato nelle corde dell’orgoglio dal citato Ennio, così da far cadere il governo (Prodi), tornare alle elezioni e “riprendersi” il posto di Presidente del Consiglio. Se nel primo caso, fingendosi il venditore immobiliare dei bei tempi “da bere”, parlantina affabile ed astuzia nel lambire i lati più sensibili dell’animo umano, circuizione nascosta da un modo di fare languido ed insinuante, il serpente tentatore riuscirà a piazzare la sua bella mela, avvelenata, altrettanto avverrà nei riguardi dei citati senatori, quando moralità, valori, ideali, lasceranno il posto a congrui compensi o vantaggi vari.
Ecco, allora, opportunità lavorative per le proprie amanti, quando non occasionali oggetti di trastullo, mi si perdoni l’infelice espressione, aspiranti attrici da rendere protagoniste in prestigiose fiction (da La giovane Rita Montalcini a Congo Diana…), sguaiate soubrette a far da coreografia in qualche rutilante show televisivo, alle cui inquadrature “ginecologiche” sembra rifarsi Sorrentino nel riprendere le fanciulle facenti parte della “squadra d’assalto” allestita da Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) e guidate dall’ape regina Kira (Kasia Smutniak), mentre intonano Meno male che Silvio c’è con ispirata motivazione.

Set del film “Loro” di Paolo Sorrentino.
Riccardo Scamarcio.
Foto di Gianni Fiorito

L’opportuna testa d’ariete è pronta a sfondare il cancello della dorata dimora sarda, dove, complice l’assenza di Veronica, in ritiro cambogiano, si darà il via a sgargianti feste, sangue giovane da offrire al decrepito Nosferatu, per consentirgli di coltivare l’illusorietà di una vita eterna, verso l’infinito ed oltre. Le goderecce marachelle, una scoria italiana, proseguono e vengono allo scoperto, irritando qualche ministra della coalizione, che prontamente si defila; Sorrentino ora si affida soprattutto ai dialoghi e lascia che la macchina da presa riprenda languidamente un patetico e desolante viaggio verso il nulla: la felice sequenza in cui Ercolino si vede sbattere in faccia la sua triste lascivia da Stella, disgustata dalle profferte e per nulla attratta dal luccicante vuoto che tutto circonda (ad ognuna delle ragazze viene donata un’identica collana, sorta di suadente collare per schiavi), un breve primo piano su Sergio e consorte, che si rendono conto di come aver conosciuto il Cavaliere non sia stato altro che un ipnotico baluginio, l’inutile balletto di Kira, la quale non può più contare sul fattore anagrafico, per Lui l’avanzare del tempo rappresenta un terrificante nemico, altro che comunisti, se mai ne fosse rimasto qualcuno.

(Movieplayer)

Le responsabilità governative iniziano a rendersi pressanti, neanche il tempo di esternare il canonico giuramento, dove i primi piani di Berlusconi e del Presidente della Repubblica, sottolineati dai toni foschi della fotografia, offrono una resa quantomeno sinistra (il consueto sorriso paretico del primo, l’agghiacciante sguardo del secondo), accentuata dalla sequenza immediatamente successiva, relativa al devastante terremoto che sconquassa L’Aquila; qui, fra distruzione e morte, il consueto teatrino della politica assume contorni ancora più angoscianti, grazie alle boutade populiste da accorto imbonitore qual è il Caimano (mi prendo cura dei vostri interessi, ma i miei vengono prima).
Per non parlare dei vari impegni internazionali, affrontati goliardicamente a suon di corna e cucù, signora mia come siamo seri, e che non si può neanche scherzare, la gente si diverte con i miei modi da impertinente Pierino, poco me ne cale del convegno dell’ONU a New York, vuoi mettere con la festa a Casoria per i 18 anni di Noemi… Di forte impatto emotivo il lungo confronto con Veronica, pronta a sbattergli in faccia la grande illusione che aveva coltivato ai tempi del loro incontro, un amore sincero e puro, ovvero idoneo a soddisfare le più intime esigenze di una donna, al di là dell’appagamento sensuale o della materialità di ogni ben di Dio che il denaro può comperare, il voler sentirsi sempre amata, compresa, condividere…

Elena Sofia Ricci

Un amaro disincanto da spartire con quello di milioni d’italiani che si sono fidati, e ancora molti continuano a farlo, dell’offerta di un etereo panem et circenses (Volevi essere uno statista, sei rimasto un piazzista. Una lunghissima, ininterrotta, messinscena), magari rammentando come l’auspicato nuovo miracolo italiano, ispirato  da Bettino Craxi, si sia trasformato in un incubo ad occhi aperti, complice una sinistra sempre più emula e compiacente, inabile a fare la differenza.
Ma Lui non intende ragioni, ha fatto tanto per lei e adesso non dovrebbe fare altro che adorarlo … L’ego sanguina, ma il nostro ostenta la consueta protervia, non si vive di ricordi ma di progetti, come dice rivolto ad un attonito Mike Bongiorno (Ugo Pagliai, encomiabile nel rendere disincanto e amarezza), l’eternità cui è destinato non può attendere … Il finale  assume gradualmente una consistenza, anche simbolica, di quelle che non si dimenticano, almeno riporto la mia personale sensazione: un lungo piano sequenza sui pompieri, che, seduti in circolo sulle macerie a L’Aquila, riprendono le forze dopo il delicato recupero di una statua, raffigurante un Cristo morto, deposto dalla croce; il Loro del titolo diviene nuovamente noi, avallando un senso di rinnovata speranza, l’attesa di una simbolica risurrezione, uomini consapevoli delle proprie responsabilità, capaci di offrire se stessi per la salvaguardia del bene comune.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! (Dante Alighieri, Divina Commedia, estratto dal Canto VI del Purgatorio, vv.76/78)

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