L’appartamento (The Apartment, 1960)

(FilmTv)

New York, 1960, una città di 8 milioni 42mila e 183 abitanti, fra i quali Calvin Clifford Baxter (Jack Lemmon), esperto ramo statistiche, impiegato, insieme ad altre 31mila anime, alla Consolitade Life, agenzia assicurativa che ha sede all’interno di un enorme  grattacielo.
C.C. è inserito nel reparto polizze scadute, 19mo piano, un immenso stanzone dove scrivanie, macchine da scrivere, telescriventi, addetti ai lavori, vanno a formare un indistinto tutt’uno.
Ingenuo e sostanzialmente puro, il nostro ritiene non vi sia nulla di male nel concedere il proprio appartamento da scapolo ai suoi superiori, i quali se ne servono come garçonnière, teatro dei loro tradimenti muliebri e festini vari. Dopotutto, qualche notte all’addiaccio trascorsa su una panchina di Central Park o i commenti malevoli dei vicini, i quali ritengono, udendo rumori “equivoci”, che quella frenetica attività sia opera del candido omino (il dirimpettaio Dr.Dreyfuss, interpretato da Jack Kruschen, lo paragona ad una doppia punzonatrice alternata…), troveranno presto compenso nella forma di opportune segnalazioni da parte dei beneficati al capo del personale, illustrando le grandi capacità del loro caro Bud*, meritevoli certo di una promozione.

Jack Lemmon (Cineteca di Bologna)

E così, un bel giorno C. C. viene convocato dal gran capo in persona, Jeff Sheldrake (Fred MacMurray), al 27mo piano, il quale prende atto degli encomi ricevuti ma, soprattutto, appare interessato alla chiave del famoso appartamento, che gira in lungo e largo per l’edificio; l’ormai assistente amministrativo in carica, con tanto di ufficio personale, non esita a consegnargliela. Ora che si è ingraziato i vertici, nulla osta ad un avanzamento definitivo, ma presto Bud verrà a scoprire che l’amante di Sheldrake  è la dolce Fran Kubelik (Shirley MacLaine), lift girl dell’azienda, per la quale prova da tempo una certa simpatia… Diretto da Billy Wilder, anche sceneggiatore insieme a I. A.L. Diamond, The Apartment è un’opera a tutt’oggi mirabile, al di là dei meriti squisitamente tecnici, per la capacità di visualizzare, sfruttando quale opportuno involucro le tranquillizzanti forme della commedia, un amaro e realistico ritratto delle trasformazioni che stavano prendendo piede all’interno della società americana, ovvero una accentuata disumanizzazione dei rapporti sociali, con il danaro, e tutto ciò che esso rappresenta, incline a divenire un vero e proprio punto di riferimento nell’ambito delle relazioni umane, lavorative o meno, opportuna merce di scambio, così come il sesso, alla ricerca di una posizione sociale quale illusoria panacea ad una condizione esistenziale che rifugga la solitudine per quanti, semplici volti fra la folla o numeri all’interno di un sistema produttivo, si rivelino inclini ad indossare la maschera dell’opportunismo o della piaggeria.

L’elemento economico inizia a farsi evidente in ogni settore (emblematica la sequenza in cui Baxter, seduto sul divano col suo vassoio di cibo precotto, pronto ad addentare una coscetta di pollo e a gustarsi contemporaneamente la visione di Grand Hotel*, vede quest’ultima disturbata dai continui richiami pubblicitari), così come un senso di straniante isolamento, pur nell’irreggimentata omologazione (la distesa infinita delle scrivanie nello stanzone degli impiegati, resa da Wilder assecondando la scelta scenografica di utilizzare in successione accessori più piccoli e comparse di bassa statura).
Baxter, cui Lemmon offre una  delle sue migliori interpretazioni, fra espressiva mobilità facciale (basta uno sguardo, una piega delle bocca a rimarcare qualsivoglia emozione) e resa realistica degli eccelsi dialoghi, impacciato, sottomesso, prone all’obbedienza, camaleontico, suo malgrado, nella resa accondiscendente agli eventi, ben rappresenta quanto finora descritto. Un comportamento giocato sul filo dell’emotività, fino a mettere a nudo tanto la propria fragilità quanto la propria più autentica essenza, ancora prima dello scatto di dignità espresso nei confronti dell’infido prevaricatore Sheldrake (un ottimo MacMurray), in virtù del confronto con Fran, cui una MacLaine in gran spolvero ne esalta l’ambiguo dualismo, anch’essa, in certo qual senso, essere umano in vendita, alla ricerca, tra disincanto ed opportunismo, di un futuro diverso, se non migliore, di quanto un recente e doloroso passato ha saputo offrile.

Shirley MacLane e Lemmon (Cinefilos.it)

Significativa al riguardo la sequenza in cui Baxter osserva la sua immagine nello specchio rotto della donna, grazie al quale ha intuito una triste realtà; ambedue vi vedono riflessa la percezione frammentata di sé, l’una coscientemente, mentre l’altro pare realizzare la situazione con un certo stupore.
L’uomo, l’essere umano, sembra suggerire Wilder, se  non è corrotto sarà comunque corruttibile, a meno che, autonomamente o spinto da eventi esterni dai quali riesca a mantenersi avulso, pur traendone insegnamento, non riesca a ritrovare la propria individualità perduta e condividerla (è l’invito espresso dal Dr.Dreyfuss, che, credo sia già stato notato da molti, può ritenersi una sorta di alter ego del regista, considerandone le origini e la pungente sagacia con cui sottolinea le varie situazioni), anche  a costo di non uniformarsi allo standard omologante, “tutti in uno ed uno in tutti”. L’ottimo lavoro di scrittura fa sì che l’iter narrativo si snodi con scorrevolezza, le riprese per lo più in interni assecondano ed incrementano, grazie alla regia sensibile ed accorta nell’ inquadrare persone ed ambienti, il senso d’inclusione proprio di un modus vivendi opprimente, tendente a soffocare qualsiasi velleità di concreta piacevolezza nell’assecondare la realtà intimistica determinante l’entità effettiva dei propri desideri.

Fred MacMurray

Il dramma si insinua, così come nella vita reale, con graduale e naturale platealità, a ridestare gli uomini di buona volontà dal sonno del cuore, mentre gli altri, celandosi dietro la maschera ricattatoria del potere, continueranno ad esibire l’opportunistico travestimento “vizi privati e pubbliche virtù”, vedi la sequenza in cui Bud informa Sheldrake via telefono, la mattina di Natale, del tentato suicidio di Fran, mentre sullo schermo si staglia la fulgida visione del buon salotto borghese nella composizione della famiglia tradizionale da cartolina, o il montaggio alternato in quella che vede Baxter mestamente tampinato da una probabile cocotte all’interno di un bar, la Notte Santa, mentre nell’appartamento il gran capo, rinnovando il solito ritornello di un divorzio al momento impossibile, offre cento dollari a Fran quale “gratifica natalizia”, visto che non sapeva cosa regalarle; la prostituzione, il mercimonio di se stessi, può rivestire  varie forme.

(Hollywood Reporter)

Dissacrante, diretto, anche impietoso e realistico, formalmente ineccepibile, al colmo di un umorismo insinuante e sottile, forse più meditato e meno “scoppiettante” rispetto ad altre opere di Wilder (Some Like It Hot, in primo luogo), The apartment sembrerebbe volgere verso il classico happy end dopo la liberatoria corsa di Fran verso la dimora di Baxter; in realtà appare aperto ad prospettive di vita non certo rosee, pur nel mantenimento di una ritrovata e sofferta identità; uno di fronte all’altra i due giocano a ramino, quando lui si dichiara, rivelando emozionato e tremante il proprio amore e lei, di rimando, esternando un soave sorriso, risponde semplicemente “zitto e passa le carte”…Il domani è una terra straniera… Cinque premi Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Scenografia per un film in bianco e nero, Alexandre Trauner ed Edward G. Boyle, Miglior Montaggio, Daniel Mandell), ma nessuno per le superbe interpretazioni dei due protagonisti, comunque nominati, poi premiati in altre occasioni (per esempio il Golden Globe per entrambi o la Coppa Volpi attribuita a Shirley MacLaine alla 25ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia).

*Ciccibello nell’edizione italiana

*Film del 1932, diretto da Edmund Goulding

 

3 risposte a “L’appartamento (The Apartment, 1960)

  1. Un classico film da guardare a capodanno… o in qualsiasi altro momento dell’anno… purché lo si guardi almeno una volta all’anno! 🙂 Di solito preferisco film drammatici, le commedie capita spesso che mi lascino poco e che non mi venga voglia di rivederle una seconda volta, ma ci sono alcune eccezioni e film come A qualcuno piace caldo o L’appartamento rientrano tra queste (sarà un caso che entrambi sono diretti dal mitico Billy Wilder?!). Questa è una commedia che non mi stanco mai di vedere, con la giusta dose di malinconia che dà profondità alla storia, un umorismo divertentissimo e un cast spettacolare. Bello, bello, bello!

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    • Condivido in pieno! Lo stesso vale per me, è uno dei film di Wilder che rivedo spesso, insieme a “Qualcuno piace caldo”, per quanto sia molto affezionato anche a “Viale del tramonto”, “La fiamma del peccato” e “Sabrina”.

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