Mister Hula Hoop (The Hudsucker Proxy, 1994)

(IMDb)

New York, 31 dicembre 1958. Mancano pochi minuti al fatidico scoccare della mezzanotte, “la terra si approssima ad un nuovo giro intorno al sole e tutti si augurano che questo giro sia più vorticoso, più brillante”. Ognuno è intento a fermare un personale attimo di felicità, in una città dove la corsa al successo sembra aver annullato i concetti di tempo e di spazio.
Ma fra tanti che festeggiano non è raro trovare qualche anima persa nei suoi problemi o che abbia addirittura deciso di farla finita, come Norville Barnes (Tim Robbins), presidente della grande ditta di giocattoli Hudsucker, ora sul cornicione della finestra del suo ufficio al 44mo piano, con indosso una divisa da fattorino; è quella avuta in dotazione il giorno in cui, giunto da Muncie, Indiana, fresco di laurea, venne assunto all’interno dell’azienda, poco dopo che l’allora proprietario Waring Hudsucker (Charles Durning) si era trasformato “in un’opera d’arte astratta sul marciapiede di Madison Avenue”. 
Fu in quella triste eventualità che un componente del consiglio d’amministrazione, Sidney J. Mussburger (Paul Newman) propose l’elezione del giovane a presidente, serviva un “utile idiota”, una testa di legno per favorire l’operazione di aggiotaggio delle azioni intestate al defunto titolare, mossa che si rivelava indovinata, confermata anche da una serie di articoli scritti dalla giornalista indipendente Amy Archer (Jennifer Jason Leigh), infiltrata in azienda come segretaria personale del nostro.

Tim Robbins (The Studio Exec)

Ma, del tutto libero d’agire, riparato dalla maschera della presunta dabbenaggine, Barnes riusciva a piazzare un colpo grosso, realizzare finalmente un’idea che coltivava da anni, un sottile cerchio di plastica colorata ripieno di sabbia, che verrà denominato hula hoop
Tra le opere meno celebrate dei fratelli Coen, Joel ed Ethan, The Hudsucker Proxy, che li vede impegnati il primo regista ed entrambi sceneggiatori (in quest’ultimo caso affiancati da Sam Raimi), si rivela a tutt’oggi un film scintillante e pirotecnico nel suo impianto visivo, dove l’estro autoriale si dispiega in suggestive inquadrature a conferire rilievo ad elementi quali il tempo, rimarcandone tanto l’incedere veloce quanto l’eventualità di fermarsi una volta entrato in gioco il destino, e lo spazio, quest’ultimo circoscritto insieme al primo all’interno di una “dimensione altra”, ovvero quella propria di una grande azienda, fra statici uffici lussuosi ed oscuri e movimentati sotterranei, un microcosmo al cui interno si agitano, in rappresentanza di un cinico capitalismo, esseri abbietti e profittatori quali Mussburger (un inedito Paul Newman che ritrae con classe marpiona un perfido villain “d’alto bordo”), o consapevoli di quanto l’accumulo di liquidità fine a se stesso, o comunque volto essenzialmente a produrre altro capitale, non possa rendere all’essere umano il necessario senso esistenziale (le brevi apparizioni di Waring Hudsucker, un candido Durning, da quella iniziale fino a quando comparirà in veste di salvifico cherubino).

Paul Newman (IMDb)

Pervaso inizialmente da buone intenzioni il mite Barnes (bravo Tim Robbins nell’alternare stupore e disillusione) andrà poi a farsi sopraffare dagli eventi, una scalata al successo fin troppo rapida che comporterà un altrettanto repentina caduta, dal 44mo piano ad un attimo prima del marciapiede, giusto il tempo di ravvedersi e rimediare ai propri errori, senza dimenticare la trascuratezza di non aver consegnato una famigerata “lettera blu” a Mussburger, perché il fato può concedere una seconda possibilità a chi ancora serbi un po’ di fanciullesco candore in fondo al cuore. Volendo, come si suole dire, fare le pulci al film, non può sfuggire come la caleidoscopica girandola di trovate, che poggiano figurativamente, ma lo stesso può scriversi per gli scoppiettanti dialoghi, sugli stilemi propri di certo cinema degli anni ’30 e ’40 (le screwball comedy di Gregory la Cava e Frank Capra, ma anche il gusto ricercato per le inquadrature “alternative” di Orson Welles), mirando al contempo  a colmarli di una soffusa tragicità, tenda a prevalere su una satira amara e non compiutamente feroce, che coglie comunque nel segno, smitizzando il classico sogno americano e facendo sì che l’oggi possa essere narrato attraverso una ricostruzione, fantasiosa nell’assunto di partenza, del passato.

Jennifer Jason Leigh e Robbins (Museum of Fine Arts Boston)

Un ultimo cenno alle prove attoriali: se Robbins è una sorta di cocktail fra James Stewart e Gary Cooper, molto bella è anche l’interpretazione di Jane Jason Leigh, che riecheggia alcuni ruoli di Rosalind Russell e Katherine Hepburn. Concludendo, Mister Hula Hoop è, probabilmente, da ritenersi un film minore all’interno della filmografia dei Coen, un puro e semplice divertissement che va ad agitare (e in parte a mescolare) un repertorio cinefilo a loro caro, ma che riesce, a tratti, ad essere incisivo e graffiante all’interno della cornice da “bella favola”, mantenendo un’impagabile freschezza alla visione ed una godibilità senza tempo, come i migliori classici hollywoodiani. Da riscoprire.

Pubblicato su Diari di Cineclub n.69- Febbraio 2019

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