Il posto delle fragole (Smultronstället, 1958)

“I nostri rapporti con il prossimo si limitano per la maggior parte al pettegolezzo e ad una sterile critica del suo comportamento. Questa constatazione mi ha lentamente portato ad isolarmi dalla cosiddetta vita sociale e mondana”. E’ una riflessione dell’anziano dottore Isak Bork (Victor Sjöström), illustre batteriologo, seduto alla scrivania del suo studio nella casa di Stoccolma, dove vive solo, assistito dalla governante Agda (Julian Kindahl). La moglie è morta anni orsono, ha un figlio, Eval (Gunnar Björnstrand), anch’esso medico, sposato senza prole, ed è ancora in vita la madre, piuttosto vivace nonostante abbia ormai superato i novant’anni. Il nostro è in procinto di recarsi a Lund, dove gli verrà conferito un riconoscimento accademico per il suo giubileo professionale, ma la notte reca una certa agitazione al luminare, che sognerà di ritrovarsi in una città deserta e sconosciuta, fra orologi sono senza lancette e l’arrivo di una carrozza funebre, constatando con angoscia come il morto dentro la bara sia lui. Al risveglio decide di partire in auto anziché in aereo, gli farà compagnia la nuora Marianne (Ingrid Thulin), sua ospite causa diverbi col marito, che nel corso del viaggio non mancherà di rimproverargli grettezza ed un malcelato egoismo, nei rapporti sociali in genere ed in particolare nei confronti del figlio, celando il tutto dietro l’opportuna maschera della bonarietà  e dei modi affabili.

Una deviazione dal previsto itinerario condurrà i due nei pressi dell’abitazione dove Bork ha vissuto i suoi primi vent’anni insieme alla numerosa famiglia: i ricordi confluiranno in un sogno ad occhi aperti, dove protagonista è la donna cui non è riuscito ad esternare i suoi sentimenti, la cugina Sara (Bibi Andersson).
I tratti del viso di quel lontano amore sembrano rivivere nel volto di una giovane donna che insieme a due amici chiederà un passaggio, portando quindi una certa vitalità nel corso del viaggio, facendo sì che il dottore smussi molte delle sue spigolosità in nome della comprensione reciproca  e di un ritrovato affidamento ai rapporti umani. Dopo un incidente, fortunatamente senza conseguenze, ed una visita alla madre, la meta si avvicina, ma Bork, mentre  Marianne è alla guida, continua a sognare: Sara lo invita a guardarsi allo specchio e a prendere atto della sua condizione, è sottoposto ad un esame universitario dagli esiti umilianti, assisterà al tradimento della moglie …“E’ come se volessi dire a me stesso qualcosa che non voglio ascoltare da sveglio, che sono morto pur essendo vivo”, esternerà alla nuora una volta desto, la quale a sua volta confiderà al dottore i controversi rapporti con Eval ed il timore che possa divenire come lui, gelido ed insensibile, ai confini dell’anaffettività.

Victor Sjöström (IMDb)

Bork sembra però aver assunto un’inedita consapevolezza esistenziale: dopo la solenne cerimonia cercherà un dialogo col figlio e proverà ad essere meno burbero con la governante che lo ha raggiunto a Lund, si addormenterà sereno, ancora un ricordo dell’infanzia, i luoghi intorno la casa familiare, i suoi genitori…
Scritto e diretto da Ingmar Bergman, Il posto delle fragole è fra i lavori del regista svedese quello dal significato  meno recondito, nel cui iter narrativo, rigoroso ed essenziale, il ricorrente simbolismo consente allo spettatore di compiere insieme al protagonista, l’intenso Sjöström, un ben definito percorso catartico. La fotografia in bianco e nero di Gunnar Fischer asseconda tonalità idonee a creare il continuo rincorrersi fra la realtà, i sogni che si fanno ricordi e ricordi che divengono sogni, delineato dalla sceneggiatura, offrendo così visualizzazione e tangibilità all’elemento onirico quale opportuno mezzo di elaborazione dell’inconscio per far sì che quanto soffocato da una ritualità esistenziale irreggimentata, al riparo di una maschera che cela la propria vera essenza, possa venire definitivamente fuori e permettere un confronto con se stessi e il mondo circostante, ormai consci di come il tempo scorra inesorabile fino a quando non potrà più essere rappresentato (l’orologio senza lancette), portando poi con sé inevitabili mutamenti in corso d’opera nel passaggio di epoche e generazioni nonché l’incalzare di vari accadimenti, nell’alternanza di gioia e dolore.

(Youth Alive)

L’uomo, l’essere umano, potrà allora specchiarsi nella vita accettandola nella sua totalità e non rifugiandosi al di fuori di essa, ritrovando negli affetti, nella visione del prossimo come una proiezione di sé, quel sottile bilanciamento teso ad offrire un senso alla quotidiana rappresentazione del nostro esistere, senza dimenticare l’immanenza propria di un entità superiore che tutto avvolge e sovrasta: “Dov’è l’amico che il mio cuore ansioso ricerca ovunque senza avere mai riposo? Finito il dì ancor non l’ho trovato  e resto sconsolato. La sua presenza è indubbia ed io la sento | in ogni fiore e in ogni spiga al vento. L’aria che io respiro e dà vigore  del suo amore è piena. Nel vento dell’estate  la sua voce intendo”, è la replica, comune, di Isak e Marianne alla discussione dei due giovani sull’esistenza di Dio.
Il film appare poi efficacemente sostenuto nel suo lineare snodarsi dalle ottime prove attoriali dell’intero cast, dove certo risalta la naturalezza recitativa di Sjöström ed il suo volto tanto severo quanto propenso ad una certa dolcezza, senza dimenticare le intense prove offerte dalle attrici Bibi Andersson, nel doppio ruolo di Sara e  dell’autostoppista, e di Ingrid Thulin nei panni di Marianne, perché saranno loro a far sì che l’anziano dottore prenda coscienza dei propri errori e li rielabori per venir fuori da quell’isolamento sociale che si è imposto in guisa di barriera protettiva, rendendolo, come lui stesso si definisce, un morto vivente, adoperandosi infine affinché la sua progenie non si incammini su di un identico percorso.

Bibi Andersson e Victor Sjöström

L’una si rende allegorico simbolo della giovinezza perduta e dei fiori non colti, scatenando il fluire della memoria, un viaggio a ritroso nel proprio passato e nella propria coscienza, quel che si è stati, quello che si è divenuti, ciò che si poteva essere, rammentando fra un sorriso ed una lacrima quel “posto delle fragole” cui ora aggrapparsi per ritrovare sé stessi, la gioia di vivere e l’importanza di un sincero rapporto con i propri simili, in attesa della fine del viaggio; l’altra, nel continuare a coltivare speranza ed amore da contrapporre con fiera determinazione alla protervia profusa da padre e figlio quale provvida sicumera di fronte a qualsiasi eventualità che possa sconvolgere un calcolato atteggiamento esistenziale dove “Il bene e il male non esistono, ma solo le necessità, e si vive secondo le proprie esigenze” (Evald).

Ingrid Thulin e Sjöström (IMDb)

Rilevante, infine, che il “viaggio nel tempo” di Isak non preveda un confronto con il se stesso da giovane, bensì la visione da anziano di quanto è già avvenuto, eventi di cui non era a conoscenza ma che avrebbe potuto e dovuto intuire se avesse dato adito ad una maggiore sensibilità, comunque insita in lui; la compiuta circolarità narrativa visualizzata da Bergman congiunge idealmente l’angoscioso incubo iniziale e il sereno sogno finale, riconciliazione compensatrice fra un passato che non torna, se non come senso di opportunità perduta e monito nel vivere meglio l’oggi che rimane, qui e ora, insieme alle persone amate, condividendo ogni momento dell’incedere terreno, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, ed assecondando il fluire temporale, accettandone, volenti o nolenti, ogni possibile variazione sul tema. Fra i premi conseguiti da Il posto delle fragole, l’Orso d’oro all’ottava edizione del Festival di Berlino e il Premio Speciale della Critica alla 19ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

 

 

 


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