Bologna, cronache dal Biografilm Festival (prima parte)

Una volta conseguito l’accredito al Biografilm Festival (Bologna, 7-17 giugno) ed aver letto il ricco e variegato programma, ho dovuto necessariamente operare una cernita fra i tanti titoli in cartellone, vagliando  tra quelli che istintivamente, di primo acchito, mi sembravano i più interessanti in virtù delle tematiche proposte, al di là del loro autore o dei loro interpreti e dei quali andrò quindi a descrivere le sensazioni scaturite nel corso della visione. Advocate, documentario diretto da Rachel Lea Jones e Philippe Bellaiche, narra, in stile cinéma vérité,  la storia di Lea Tsemel, interpretata da se stessa, avvocatessa israeliana che da circa cinquanta anni è impegnata nella difesa di imputati palestinesi accusati di terrorismo, attività che persegue con forte determinazione nel tentativo di far sì che prevalga un ideale di umanità tale da consentire l’affermazione dell’obiettività in giudizio, tanto riguardo la colpevolezza che l’innocenza, superando preconcetti ed opinioni precostituite. La figura dell’ “avvocato del diavolo”,  soprannome affibiato alla battagliera donna, viene delineata  nel corso della narrazione non rifuggendo dalle ambiguità proprie della sua missione, offrire un senso di dignità a quanti si adoperano, anche con la violenza, quindi al di fuori della legge, nell’ opporsi all’occupazione del territorio palestinese, ripercorrendo le tappe proprie del suo lavoro, le poche vittorie (la decisione espressa dalla Corte Suprema nel 1999, il divieto di tortura negli interrogatori) e le molte sconfitte, le quali non vanno certo ad inficiare la sua pervicacia nel continuare una battaglia in cui crede fermamente.

Da un punto di vista prettamente visivo, Advocate offre una suggestiva mescolanza  di vari stilemi, sempre in nome del realismo e di una espressività il più possibile diretta ed immediata, impiegando materiale d’archivio, riprese dal vero, come quelle girate lungo i corridoi dei tribunali ed anche l’animazione: il ricorso a quest’ultima si deve alla circostanza che in Israele vige una legge di tutela dei minori, impedendone la diffusione delle  immagini all’interno di un processo, per cui, nel narrare il procedimento nei confronti di un tredicenne, i vari faldoni, le carte con i tanti appunti, le pagine dei codici, “prendono vita” e contribuiscono, contornandoli, a non renderne riconoscibili i volti. Uguale tecnica è impiegata nel riprendere una donna ventenne, sempre imputata, in nome di una rispettosa eticità. Un’opera forte, che suscita molti interrogativi morali e consente una lucida disamina sensibilizzatrice sui concetti di giustizia e libertà e, soprattutto,  sui loro reciproci confini. Proposto  come Advocate nella sezione Contemporary Lives, Meeting Gorbachev, scritto e diretto da Werner Herzog insieme ad André Singer, come si evince dal titolo, è un documentario biografico incentrato sulla figura dell’ottavo ed ultimo leader dell’Unione Sovietica, tre interviste che gli sono state rivolte dal regista nell’arco di sei mesi, intervallate narrativamente da materiale d’archivio e riprese in esterni, offrendo un ritratto dell’ex statista prettamente umano, rimarcandone  comunque i tanti meriti politici sia riguardo il proprio paese (glasnost e perestroika) che a livello mondiale, vedi il contributo all’abbattimento di tante barriere, materiali ma sostanzialmente anche ideologiche (Cortina di Ferro, Muro di Berlino), senza dimenticare il dialogo con l’America (lo storico incontro con Ronald Reagan a Reykjavic), inteso a scongiurare l’incubo nucleare perpetrato, tra l’altro, dal clima della Guerra Fredda.

Lo stile è rigoroso ed essenziale, ma Herzog non dimentica l’ironia, per esempio nel visualizzare  i vetusti apparati rappresentati da Brezhnev e dai suoi successori Yuri Andropov e Konstantin Chernenko, questi ultimi, vecchi e ammalati, nominalmente al potere per poco tempo, così come nel rimarcare  il vacuo formalismo in pompa magna dei funerali di stato, anche se a prevalere nel corso della narrazione, almeno riporto la mia precipuo sensazione, è un senso di rimpianto per una politica dalla consistenza umana, capace di andare incontro ai bisogni ed alle aspettative della gente, al di fuori di tecnicismi e strategie di potere oggi nuovamente dominanti in nome di un fallace ed ambiguo populismo solo in apparenza attento alle esigenze della gente, fra vacui slogan satisfattivi nell’immediato e proficui nel lungo termine  al mantenimento del potere e di tutto ciò che esso comporta, fra privilegi e tronfia, superioristica, sicumera. La figura umana di Gorbachev emerge nitidamente, sia nella dignità  espressa una volta costretto a dimettersi, sia nel ricordo della amata moglie Raisa, conosciuta ai tempi dell’università, per stagliarsi definitivamente nel bellissimo finale, quando lo si ode reclamare i versi della poesia Sulla strada esco solo, di Michail Lermontov, cui affido la conclusione di questo primo articolo sul Biografilm Festival:

Sulla strada esco solo.

Nella nebbia è chiaro il cammino sassoso.

Calma è la notte.

Il deserto volge l’orecchio a Dio.

E le stelle parlano tra loro.Meraviglioso e solenne il cielo!

Dorme la terra in un azzurro nembo.Cosa dunque mi turba e mi fa male?

Che cosa aspetto, che cosa rimpiango?

Nulla più aspetto dalla vita

E nulla rimpiango del passato,

cerco solo libertà e pace!

Vorrei abbandonarmi, addormentarmi!

Ma non nel freddo sonno della tomba.

Addormentarmi, con il cuore

Placato e il respiro sollevato.

E poi notte e dì sentire

La dolce voce dell’amore

Cantare carezzevole al mio orecchio

E sopra di me vedere sempre verde

Una bruna quercia piegarsi e stormire.


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