Cronache dal Biografilm Festival (seconda parte)

Proseguendo nel racconto dei film visti al Biografilm Festival,  la cui XV Edizione avrà termine oggi, lunedi  17 giugno (qui l’elenco dei vincitori), a Bologna,  vi do inizio scrivendo di Mon bébé (uscirà in Italia a settembre, col titolo Selfie di famiglia), proposto nella sezione Biografilm Europa, piacevolissima commedia francese, anche profonda nella sua calviniana leggerezza, scritta e diretta da Lisa Azuelos, attingendo alla propria esperienza personale nel narrare la storia di Heloise (Sandrine Kiberlain) madre di tre figli, divorziata e proprietaria di un ristorante, alle prese con l’abbandono del nido da parte dell’ultimogenita Jade (Thais Alessandrin), in partenza per il Canada, dove frequenterà una prestigiosa università. La regista è particolarmente attenta nel mettere in scena, anche attraverso i bei dialoghi, intrisi di ironia ed umanità in egual misura e resi con naturalezza dall’intero cast (Kiberlain una spanna sopra), il turbamento emozionale di una donna che una volta separatasi dal marito si è data da fare per tirar su al meglio i suoi figli, dedicando loro gran parte delle sue energie cercando ogni tanto di ritagliarsi un po’ di spazio tutto per sè: ora che la figlia più piccola sta per lasciarla, i ricordi del passato confluiscono nel presente  alternandosi in un flusso continuo ed Heloise si affida all’iPhone per preservare attraverso gli scatti determinati momenti, salvo comprendere,  quando smarrirà il telefono, quanto sia più importante coltivare nel proprio animo le sensazioni provate in un particolare momento, per riviverle ed eventualmente condividerle.

Diretto con un tocco “alla Allen” nell’attenzione riservata ai personaggi e alle interazioni fra di loro, così come all’attenta circoscrizione di ambienti e località in  nome del realismo, Mon bébé si smarca dall’effettismo patetico e dalla risata facile, riuscendo a far riflettere e sorridere  con garbo e misura, tessendo infine un finale dalla consistenza simbolica e concreta al contempo, che offre ulteriore risalto ad un personaggio femminile dalle molteplici sfumature, la cui forte determinazione  è andata formandosi negli anni per il tramite di atteggiamenti esistenziali che hanno salvaguardato il suo essere donna ed il suo essere madre. Con Monos, sezione Biografilm Worldwide, si cambia totalmente genere, siamo nell’ambito del film di guerra con venature thriller , per la regia di Alejandro Landes su sceneggiatura di Alexis Dos Santos:  la narrazione vede all’interno di una fitta foresta in Colombia, visivamente ritratta come una sorta di mondo parallelo, un gruppo di 8 adolescenti guerriglieri, sei uomini e due donne, capitanati dal Messaggero (Wilson Salazar) e al soldo di una misteriosa Organizzazione, occuparsi di una prigioniera americana (Julianne Nicholson), chiamata semplicemente la doctora. Le dinamiche all’interno del gruppo sono quelle proprie di  un comando militare, regole non scritte su chi detiene il comando e quanti vi sono sottomessi, una gerarchia imposta che però non può eliminare totalmente quella che resta in fondo una personalità tuttora in formazione, tra adolescenza ed un qualcosa di non ben definito, quest’ultimo delimitato dall’istinto di sopravvivenza e da una sottesa volontà prevaricatrice, che provvederanno entrambe a chiedere presto il conto.

Caratterizzato visivamente da uno sfrenato iperrealismo, che a volte può apparire piuttosto calcolato nella messa in scena complessiva, sostenuto nello sviluppo dell’andamento narrativo da un’ angosciante quanto insinuante colonna sonora (Mica Levi) le cui note sembrano rincorrere le immagini fino ad impadronirsene, Monos può lasciare piuttosto spiazzati nel corso della visione e comunque non lascia indifferenti nel visualizzare con modalità  irruenti e “feroci”, tra richiami ad Herzog e quelli plateali a Il Signore delle mosche (The Lord of Flies, William Holding, 1954), la perdita dell’innocenza nell’ambito di un contesto desocializzato, con unico punto di riferimento il conseguimento del potere e le modalità prevaricatrici del suo esercizio. All’interno della sezione Best of Fest ho particolarmente apprezzato Gods of Molenbeek, opera  dall’afflato genuino e spontaneo diretta e sceneggiata dall’esordiente Reeta Huhtanen,  girata letteralmente ad altezza di bambino ed ambientata nel quartiere multietnico di Bruxelles che dà il titolo al film, più volte rappresentato da televisione e giornali come un covo di jihadisti. Tre  bambini di diversa etnia, Aatos, Amine, Flo, nel corso dei loro studi e giochi si pongono reciprocamente domande relative all’esistenza di Dio e al suo intervento nelle vicende terrene.

Il primo si appella alla mitologia, più divinità dai vari poteri, spaziando da Thor ad Ermes, osservando inoltre il mondo circostante con un periscopio, chissà, forse come farebbe qualche divinità dall’alto di una nuvola, il secondo è musulmano e già osserva con estrema convinzione gli insegnamenti del Corano, mentre la piccola Flo crede che sia l’ immanenza della natura a reggere le sorti umane…Il tutto con la naturalezza propria dell’età, mentre intorno a loro la rituale quotidianità viene improvvisamente sconvolta dallo scoppio di una bomba, evento che comunque non ne inficia il profondo   legame amicale o il costruttivo confronto sulle diverse idee. Poetico, delicato, rispettoso dell’individualità fanciullesca, attraversato da sequenze dense di opportuna metafora (molto bella quella dove nel corso di una festa di compleanno si intona la tradizionale Tanti auguri in più lingue), Gods of Molenbeek rende attraverso le voci e gli atteggiamenti dei bambini l’idea di come la diversità possa costituire un valore aggiunto e non una scriminante nel tutelare le rispettive individualità proprie di quel “prossimo tuo” il quale non è altro che un riflesso della nostra umana essenza.

 

 

 


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