Un ricordo di Peter Fonda

Pter Fonda (Wikipedia)

E’ morto ieri, venerdì 16 agosto, a Los Angeles, l’attore, nonché regista e produttore cinematografico, Peter Fonda (P. Seymour Fonda, New York, 1940), fra i più iconici rappresentanti della controcultura giovanile all’interno della cinematografia statunitense degli anni ’60; ha trasferito sul set, con una certa naturalezza recitativa, quell’indomita voglia di godere la vita in quanto tale, propria della generazione di appartenenza,  nella sua totalità, comprensiva di ogni tipo d’esperienza e di eccessi, portando avanti inoltre una ribellione al sistema, ora motivata dopo le timide avvisaglie del decennio precedente.
La formazione attoriale di Peter fu piuttosto precoce  e prese forma inizialmente in ambito teatrale: debuttò infatti tredicenne nella compagnia filodrammatica Wampus Players e dopo gli studi universitari di recitazione conseguì un certo successo a Broadway, nella stagione 1961-62, quando fu protagonista di Blood, sweet and Stanley Poole, per poi esordire sul grande schermo nel 1963 con The Victors (I vincitori, Carl Foreman), proseguendo con due pellicole romantiche (Tammy and the Doctor, 1963, Harry Keller; The Young Lovers, 1964, Samuel Goldwin Jr.), risultando tra i principali interpreti in entrambe.

(Pinterest)

Per ruoli veramente interessanti, del tutto in linea con quell’indole ribelle sopra descritta, occorrerà attendere il coevo Lilith, ultima regia di  Robert Rossen, intensa e sofferta storia d’amore sullo sfondo di una clinica per malattie mentali, ma, soprattutto, l’incontro con il regista indipendente Roger Corman, The Pope of Pop Cinema, che ne plasmò l’immagine fino a condurla verso quell’aura definitiva che consacrò Fonda nell’immaginario collettivo con Easy Rider, 1969, diretto da Dennis Hopper. Prima infatti del mitico Wyatt Capitan America in sella al suo chopper, vengono Heavenly Blues, brutale motociclista protagonista di The Wild Angels, I selvaggi, 1966, e il Paul Groves di The Trip, Il serpente di fuoco, 1967, al suo primo “viaggio” lisergico, entrambi di Corman; in mezzo, 1968, l’episodio Metzengerstein, regia di Roger Vadim, del film collettivo Histoires extraordinaires (Tre passi nel delirio), tratto liberamente dai racconti di Edgar Allan Poe. Del citato Easy Rider Fonda fu anche sceneggiatore, insieme ad Hopper e Terry Southern, scolpendo nella storia del cinema un road movie tanto “alternativo” quanto definitivo, dove il tema del viaggio, caro alla beat generation narrata da Kerouac, si accompagna alla voglia di libertà e al conflitto giovani-adulti, infrangendo una volta per tutte, tra droga e musica, protesta e pacifismo, il classico american dream, al ritmo di un’immortale colonna sonora.

(MyMovies)

Vincitore del premio Miglior Opera Prima al 22mo Festival di Cannes, Easy Rider  è certo da considerare tra i titoli più emblematici del movimento noto come New Hollywood, in virtù del quale si delineava “l’altra faccia dell’ America”, rielaborando il linguaggio proprio della controcultura e la mitologia che ne derivava: ottimismo, perfezione, eroismo lasciavano posto a dubbio, voglia di fuga, disadattamento e, con il procedere degli anni Settanta, ad angoscia, paura, sconfitta, stati d’animo sottolineati cinematograficamente da un’evidente revisione dei generi. Se in seguito l’attività attoriale di Fonda finì, purtroppo, per fossilizzarsi all’interno di quello stereotipo da lui stesso creato, nella piena complementarietà tra messa in scena e vita reale, quasi avesse voluto bloccare il tempo in una sorta di eterna contrapposizione all’ordine costituito, lavorando spesso come non protagonista in titoli non memorabili (con qualche felice eccezione, The Limey, 1999, Steven Soderbergh, ad esempio) o dedicandosi anche alla televisione (si può ricordare, tra l’altro, il ruolo di Leo ne Gli indifferenti, 1989, Mauro Bolognini, dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, 1929) , ritengo che non dovrebbe essere sottovalutata la sua esperienza dietro la macchina da presa, caratterizzata da un suggestivo punto d’incontro fra reinvenzione del genere e sperimentazione, a partire dall’esordio con The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings, 1971), per poi proseguire con Idaho Transfer (1975) e concludere con Wanda Nevada (1979), in cui compare anche papà Henry.

 


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