“Sogni in notti d’estate”, tra Massimo Troisi e Woody Allen

Riporto di seguito le trascrizioni dei miei interventi nell’ambito della rassegna Sogni in notti d’estate dedicata a Woody Allen, organizzata e condotta insieme alla scrittrice Rossella Scherl nei giorni 17 e 18 agosto per I Caffè artistico-letterari 2019 del Circolo di Lettura ARAS di Roccella Jonica (RC)

 17/08/2019: apertura con la proiezione di Provaci ancora Sam (Play it Again Sam, Herbert Ross, 1972, sceneggiatura di Allen, tratta dalla sua omonima rappresentazione teatrale)

“Woody Allen è certo da considerarsi fra gli autori più moderni e completi del cinema statunitense, nelle sue opere è riuscito a descrivere con distaccata ironia, ed autoironia, gli ambienti intellettuali della propria città natale, in particolare della comunità ebraica, inserendo come tema costante la passione per la letteratura, la filosofia, il cinema europeo e la psicoanalisi. Un regista metropolitano (Fernaldo Di Giammatteo), dunque, i cui esordi risalgono agli anni ’50, come autore televisivo, mentre negli anni ’60 approda come comico nei night club di New York, costruendo, facendo leva sulle sue debolezze, la tipica figura di individuo sospeso tra nevrosi e timidezza, dalla comicità cerebrale. Del ’65 è la sua prima sceneggiatura cinematografica (Ciao Pussycat di C.Donner), e del ’66 l’esordio nella regia con Che fai, rubi?, prima di una serie di farse spassose, esili e sgangherate, che risentono delle precedenti esperienze televisive e cabarettistiche, comicità slapstick e battute fulminanti, che continueranno sino al ’77, quando Annie Hall, punto di svolta della sua carriera, apre la strada a nuovi toni riflessivi ed autoriflessivi, misti ad  auto indulgenza, ponendo in essere un felice binomio fra regia, volta alla libertà creativa, ed un attento, calibrato, lavoro di scrittura. Ma già col film che vedremo tra poco,  Play It Again, Sam, si delineano comunque i tratti essenziali della sua filmografia: il cinema, quindi l’arte, come possibile ancora di salvezza, ideale ponte di collegamento tra sogno, finzione e realtà (la scena finale, ricalcata, fotogramma per fotogramma e in ogni singola inquadratura da quella celeberrima di Casablanca), l’insicurezza nevrotica riguardo i rapporti sociali, in particolare quelli con l’altra metà del cielo, il determinante ruolo della psicanalisi nella vita di ogni giorno, così come di una buona dose d’ironia e, soprattutto, autoironia, riprendendo quanto detto inizialmente; dopotutto lo script è di Allen, dalla sua omonima pièce teatrale del ’69, mentre la regia è affidata ad Herbert Ross. L’ impatto complessivo è certo teatrale, con una grande attenzione a ciascun personaggio, i dialoghi risultano abbastanza serrati, pur con attente pause, la comicità scaturisce, di conseguenza, dai vari tentativi  di venire fuori dalle situazioni personali in cui ci si trova impantanati, costruiti quali sketch in rapida successione, a partire dal protagonista, permeato quest’ultimo da un tono ovviamente autobiografico: Allan soffoca il proprio io, non accogliendo gli stimoli del resto del mondo, lasciandosi andare ad un pessimismo che potremmo definire funzionale, ovvero derivato per lo più dalla lungimirante comprensione di quale sia la realtà delle cose e di come queste possano andare”.

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18/08/2019, seconda serata, aperta con un ricordo di Massimo Troisi nella ricorrenza dei 25 anni dalla scomparsa, introdotto da un video realizzato da Rossella Scherl (musica da Il postino e poesia A Massimo Troisi di Roberto Benigni) cui ha fatto seguito il mio commento e l’introduzione alla proiezione del film Midnight in Paris, scritto e diretto da Woody Allen.

Massimo Troisi (Info Turismo Napoli)

“Ogni volta che mi soffermo sulla visione di un film o di uno sketch televisivo di Troisi, mi rendo conto di quanto sia evidente al momento attuale, nel mondo dello spettacolo come nella vita di ogni giorno, il vuoto lasciato dalla scomparsa, avvenuta venticinque anni fa, di una personalità certo particolare, per non dire unica,  come è stata quella dell’artista partenopeo: difficile dimenticare il suo modo di porsi in scena schivo, naturale,  il suo umorismo sottile e discreto, fortemente umano. Il debutto cinematografico, regista ed attore, avvenne con con Ricomincio da tre, 1981, dopo le esperienze teatrali con Enzo Decaro e Lello Arena (I saraceni poi divenuti La Smorfia), che dal palcoscenico verranno trasferite, tra la seconda metà e la fine degli anni 70, in una serie di spettacoli televisivi  (Non Stop/Luna Park); Troisi ha affrontato nelle sue opere una raffinata introspezione dell’animo umano e dei sentimenti, rappresentando tematiche complesse  quali in primo luogo l’insicurezza della propria generazione; un moderno Pulcinella, la cui “napoletanità” diviene riferimento culturale, ma libera da preconcetti o sovrastrutture retoriche, come ben sintetizzano i versi di una nota poesia di Benigni dedicata all’amico Massimo; se la mimica facciale e gestuale, per quanto più composta, poteva ricordare il grande Totò, è indubbio, anche se lo stesso Troisi abbia sempre mantenuto le distanze dal confronto, che il suo essere attore, i suoi monologhi, con accorte pause e caratteristici borbottii, rivelassero una certa assonanza con Eduardo De Filippo: un confronto reso possibile anche da una particolare ironia venata di amarezza e malinconia, idonea a celare le contraddizioni di un uomo del Sud che vorrebbe superare l’atavica rassegnazione e i luoghi comuni che gli pesano sul capo, ma fa fatica ad accettare il nuovo che si fa avanti”.

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“Woody Allen, regista e sceneggiatore di Midnight in Paris, stupisce nell’ intrattenere gli spettatori, ancora una volta, con garbo, intelligenza ed ironia, anche autocitandosi, imbastendo su un semplice pretesto narrativo che ha data “antica” (un suo scritto giovanile, Memorie degli anni Venti) una pellicola che si rivela essere un vero e proprio gioiello di scrittura e di regia, capace di far riflettere senza per forza lasciare un messaggio: sorprende la calviniana leggerezza nel lasciare fluire le immagini, conferendo una concreta plausibilità agli avvenimenti più incredibili, creando una sospensione temporale in bilico tra onirico e fiabesco; se l’inizio del film, una serie d’inquadrature dei luoghi più dichiaratamente turistici della Ville Lumiere, che può richiamare l’incipit di Manhattan nell’intarsio di musica ed immagini, sembra offrire la classica visione da cartolina, man mano che la storia procede e scopriamo vezzi ed idiosincrasie dei protagonisti (Wilson tra spaesamento ed insoddisfazione, latente o meno, è un perfetto alter ego di Allen), la città si rivela estremamente funzionale al gioco messo in atto, in particolare nella sua rappresentazione notturna, dove predominano i toni surreali: il paradosso temporale, l’entrata così naturale negli anni Venti come un lieve volo immaginifico, il presentarsi dinanzi a Gil di tutti i suoi, e nostri, miti del ‘900, letterari e non (da Hemingway a Scott Fitzgerald, passando per Cole Porter, Pablo Picasso, Luis Buñuel, Salvador Dalì …); la nostra fantasia si focalizza allora sul più classico e ricorrente dei desideri, il poter mettere concretamente in atto la sensazione di appartenere ad un’epoca diversa, di non sentire come proprio il tempo in cui viviamo, sospesi tra disadattamento e rassegnazione. Il fulcro del film sta proprio nella domanda che ci poniamo un po’ tutti: dove sta la vera vita, dove possono concretizzarsi compiutamente le nostre aspirazioni, il nostro desiderio di felicità? In un passato cristallizzato e vagamente smitizzato, in cui rifugiarsi per affrontare al meglio la mediocrità, vera o presunta, del presente, considerata in ogni sua esternazione, dal quotidiano alla dimensione artistica? Probabilmente, ci suggerisce Allen, al sogno di una diversa realtà è preferibile la realtà del sogno, continuare la propria vita nella consapevolezza del proprio apporto, consci che ovunque ci si trovi, si avvertirà sempre e comunque, implicitamente o meno, tra senso d’inadeguatezza e solitudine, il bisogno di qualcosa che ci dia la forza di andare avanti qui e ora: siamo, o potremmo essere, tutto ciò che amiamo, iniziando dal passeggiare sotto la pioggia (rende Parigi più bella, ricordate Audrey Hepburn in Sabrina?), e finendo con il prendere atto della propria specificità in questo vecchio pazzo mondo, ovvero vivere nel proprio tempo offrendo il meglio di sé, consci, citando Shakespeare in chiusura, di essere null’altro che attori chiamati a recitare la propria parte sul palcoscenico della vita”.


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