Olivia de Havilland (1916-2020)

Olivia de Havilland (The Wall Street Journal)

Ci ha lasciato Olivia de Havilland (Beauvoir de Havilland Olivia Mary), una delle ultime dive della “vecchia Hollywood”, morta ieri, domenica 26 luglio, a Parigi, sorella maggiore (un anno e sei mesi), di Joan de Beauvoir de Havilland, ovvero Joan Fontaine. Nacquero infatti entrambe a Tokyo da genitori inglesi, e si trasferirono in California con la madre, anch’essa attrice (Lilian Augusta Ruse, nome d’arte Lilian Fontaine, cognome del secondo marito), una volta che questa divorziò dal consorte.
Joan iniziò a studiare dizione insieme ad Olivia, per poi, quindicenne, tornare a vivere col padre in Giappone, dove rimase circa due anni: quando nel 1935 decise di debuttare nel mondo del cinema, dopo aver frequentato i corsi di recitazione di Max Reinhardt, Joan scelse di usare il cognome da nubile della madre, la quale anzi le impose di non adoperare quello di famiglia, per non ostacolare la carriera della sorella, che già vantava alcuni trascorsi teatrali, qualche apparizione sul grande schermo ed aveva appena firmato un contratto di sette anni con la Warner Bros dopo la sua prova in Sogno di una notte di mezza estate (A Midsummer Night’s Dream, 1934, Max Reinhardt e William Dieterle). Reinhardt aveva notato le doti d’attrice di Olivia nell’assistere alla sua esibizione al Mills College di Oakland proprio nell’allestimento scolastico del testo shakesperiano.

( Olivia De Havilland in una foto d’archivio, 26 luglio 2020.
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Il suo aspetto pacato, la dolcezza dello sguardo, l’aria un po’ svagata, eterea, fecero sì che inizialmente la de Havilland venisse sfruttata in ruoli femminili dove erano predominanti determinate caratteristiche funzionali ad una narrazione improntata spesso all’eroismo virile, fra romanticismo dai  languidi palpiti  e devozione “sacrale” verso l’uomo amato: esemplare al riguardo la collaborazione con il regista Michael Curtiz e l’attore Errol Flynn, a partire da Captain Blood (1935) e proseguendo con The Charge Of The Light Brigade (1936, La carica dei 600), The Adventures Of Robin Hood (1938, La leggenda di Robin Hood, codiretto da William Keighley), Four’s a Crowd (1938), Dodge City (1939, Gli avventurieri), The Private Lives Of Elizabeth And Essex (1939, Il conte di Essex) e Santa Fe Trail (1940, I pascoli dell’odio).
Ruoli che l’attrice ricoprì sempre assecondando le innate doti di grazia e dolcezza, fino a raggiungere l’acme con l’interpretazione di Melania, donna solo apparentemente mite e remissiva, ma in realtà fortemente volitiva e determinata, in Gone With the Wind (1939, Via col vento,  Victor Fleming, dall’omonimo romanzo di Margaret Mitchell), per la quale ottenne la sua prima nomination all’Oscar in qualità di migliore attrice non protagonista.

(Wikipedia)

Ad avviso di chi scrive però le migliori interpretazioni della de Havilland sono quelle che esulano dalla descritta tipologia e vanno invece ad esaltare determinate zone d’ombra caratteriali nascoste o comunque mitigate dall’aria mite e svenevole, pronte a venir fuori in guisa di ambiguità ed insoddisfazioni esistenziali in melodrammi a tinte forti o cupi noir. Ecco allora titoli quali Hold Back the Dawn (La porta d’oro, 1941, Mitchell Leisen), ad interpretare la timida maestra elementare Emmy Brown, conseguendo la seconda nomination all’Oscar, questa volta come miglior attrice protagonista o The Dark Mirror (Lo specchio scuro, Robert Siodmak, 1946), dove l’attrice si prodigò nell’interpretare due gemelle, ambedue con diverse sfumature caratteriali e differenti modi di presentarsi riguardo la gestualità e l’ aspetto fisico, ma accomunate da pressanti problematiche psicologiche, senza dimenticare un film come The Snake Pit (La fossa dei serpenti, Anatole Litvak, 1948), sua terza nomination, cruda e drammatica rappresentazione della vita nelle strutture psichiatriche americane, tratta dall’omonimo romanzo di Mary Jane Ward, che, come ha ricordato ieri Paolo Mereghetti nel suo articolo sull’attrice sul sito web del Corriere della Sera, contribuì non poco a modificare, evolvendole verso una concreta umanità, le condizioni delle istituzioni psichiatriche in 26 stati americani.

(Wikipedia)

L’Oscar come miglior attrice protagonista venne conquistato due volte, per To Each His Own (A ciascuno il suo destino, Mitchell Leisen, 1946, in cui interpretò con rara efficacia una donna in quattro fasi differenti della propria vita, dalla giovinezza alla maturità) e per The Heiress (L’ereditiera, 1949, William Wyler, ispirato al romanzo Washington Square, Henry James, 1880), dove, l’arte strizza l’occhio alla vita e viceversa, il personaggio interpretato da donna mite e sottomessa evolve verso un carattere duro e spietato, alla luce di una concreta autodeterminazione.
Dagli anni ’50 in poi la de Havilland andò a ridurre la sua presenza sul grande schermo, trasferendosi infine a Parigi, lontano da quella Hollywood che non sempre ne aveva compreso sino in fondo le molteplici doti espressive, regalando comunque ancora mirabili interpretazioni, ad esempio in Lady In A Cage (Un giorno di terrore, Walter Grauman, 1964) e in Hush… Hush, Sweet Charlotte (Piano… piano, dolce Carlotta, 1964, Robert Aldrich).

 

 

 

 


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